IL PALIO DELLA FOLLIA - IL DESTINO DELLA FONDAZIONE MPS APPESO ALLE DECISIONI DI MATTEO ARPE - SE LA SUA SATOR CHIEDE I 20 MILIONI CHE GLI SPETTANO, A GIUGNO SI RESTA AL VERDE - L’INDEBITAMENTO FOLLE DELLA FONDAZIONE SERVI’ PER NON PERDERE IL 51% DELLA BANCA - L’AUMENTO DI CAPITALE DEL 2011? UNA SCOMMESSA PERSA IN PARTENZA - PER SEGUIRE LE OPERAZIONI SPERICOLATE DI MUSSARI LA FONDAZIONE SI E’ DISSANGUATA…

Marco Imarisio e Fabrizio Massaro per il "Corriere della Sera"

Le sorti della senesità sono nelle mani di uno «straniero». Dipende dal banchiere monzese Matteo Arpe se quest'anno i soldi della Fondazione Mps finiranno a giugno, come previsto nel cupo scenario disegnato dalle informative interne della deputazione, oppure verrà garantito ancora qualche mese di ossigeno. Il suo fondo Sator potrebbe richiedere all'ente fino a venti milioni di euro, secondo gli impegni presi dalla Fondazione con il private equity quando la crisi sembrava ancora lontana. La decisione su come e quando riscuotere è soltanto sua.

Sembra una beffa, ma è l'ennesimo paradosso. Tecnicamente, la Fondazione Mps presieduta da Gabriello Mancini non è più padrona del proprio destino, a ulteriore conferma della tensione finanziaria causata dai 600 milioni di debito contratto nel 2011 per seguire l'aumento di capitale di Mps da 2,2 miliardi e tenersi stretto il 51% della banca. Debiti su debiti che hanno portato fino a 1,1 miliardi l'esposizione totale.

La decisione di seguire quell'aumento di capitale fu il classico passo più lungo della gamba, analogo a quello di Banca Mps quando a fine 2007 comprò Antonveneta senza averne le forze. In quel 2011 l'ordine prioritario imposto dalle autorità alle banche fu quello della ricapitalizzazione, a costo di chiedere sacrifici agli azionisti.

Anche al Monte l'invito arrivò direttamente dalla Banca d'Italia. Quando l'allora presidente di Mps, Giuseppe Mussari, annunciò l'aumento, aprile 2011, la Fondazione si trovò a un bivio con svolta obbligata. Mancini disse ai vertici del Tesoro - ministro Giulio Tremonti, direttore generale Vittorio Grilli - che non c'erano i soldi. Ebbe l'autorizzazione a indebitarsi nel nome della «ragion di Stato bancaria». Mancini avrebbe potuto trovare i soldi vendendo pezzi della stessa Mps. Ma in una classica coazione senese a ripetere, il presidente era pressato anche da città, consiglio comunale, Provincia, uniti al grido di «mai sotto il 51%».

Tra i sindaci e gli amministratori della deputazione generale della Fondazione non mancarono toni preoccupati. A Mussari fu rivolto un pressante invito al rispetto di un piano industriale che ancora non esisteva. Gli advisor Credit Suisse e Rothschild furono molto chiari: se vi indebitate senza vendere azioni Mps né di altre società, in primis Mediobanca, finirete legati al destino della banca. Entrambi consigliarono l'acquisto di alcuni derivati per proteggere la Fondazione da eventuali crolli in Borsa di Mps. Non se ne fece nulla.

Alla fine la Fondazione scelse la via del debito. Ma già allora si trattò di un notevole azzardo. Se abbiamo più di 5 miliardi di patrimonio, fu il ragionamento finanziario, un debito fino a 1,1 miliardi (poco meno del 20% del totale) è sostenibile. C'era però un dettaglio non trascurabile di cui forse si sarebbe dovuto tenere conto. Quel patrimonio era tale solo nei bilanci dell'ente.

La realtà era ben peggiore, come dimostrato dai verbali di aprile e agosto 2011. Il mercato aveva già svalutato, e non di poco, i beni della Fondazione. Sulla carta il celebre 51% di Mps valeva 4,8 miliardi, ma in caso di vendita la perdita già allora era stimata in oltre 1,6 miliardi. La quota Mediobanca a bilancio era 253 milioni, ma se venduta ne avrebbe persi solo 143, quella Intesa Sanpaolo era a bilancio per 225 milioni ma ne valeva 100 sul mercato.

Con la scelta di vincolarsi al destino della banca veniva messo in pericolo quel che la Fondazione aveva fino a quel momento rappresentato per Siena: 864 milioni erogati dal 2006 al 2010. Se invece avesse scelto l'alternativa di vendere parte di Mps, già nel 2010 avrebbe chiuso con un utile di 22 milioni e non con un rosso di ben 128 milioni. È andata in altro modo, e leggendo i verbali colpisce l'ineluttabilità della scelta. Per riuscire a ripagare i debiti nel 2015 la Fondazione avrebbe dovuto incassare dalla banca un miliardo. La scommessa era persa in partenza.

 

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