LA FORNERO NON SERVE, E MANCO APPARECCHIA

Roberto Mania per "la Repubblica"

Sono i numeri che parlano. E nessuno dice che la riforma Fornero abbia migliorato il mercato del lavoro. Illustrano il contrario: è cresciuta la disoccupazione (era al 10,6 % nel luglio del 2012, mese di entrata in vigore della legge, è ora all'11,7 % con un aumento più che doppio rispetto alla zona euro), si è ridotta l'occupazione (c'erano 23 milioni di occupati, ce ne sono 22,7, vuol dire 1.641 occupati in meno al giorno, un calo dell'1,3%, il peggior risultato degli ultimi nove anni), la precarietà è rimasta quel che era ma sempre più non c'è nemmeno il contratto atipico per sfuggire dalla disoccupazione. Trimestre dopo trimestre, gli obiettivi sembrano tutti lontani a parte qualche segnale di inversione di tendenza sul lavoro intermittente o a chiamata (job on call) e sui contratti per le partite iva.

Certo c'è la crisi, la più grave e più lunga recessione del dopoguerra. Ma se la riforma non è riuscita minimamente a frenare l'emorragia di posti di lavoro cominciata con il crac della Lehman Brothers vuol dire che qualcosa non ha funzionato. D'altra parte questa è una legge che - a parte il governo dei tecnici e poi la Lista di Monti - nessuno ha condiviso. Non le parti sociali, seppur, ma non sempre, per ragioni opposte; non i partiti o i movimenti politici (dal Pdl al M5S, passando per il Pd).

LA BOCCIATURA
L'ultima bocciatura arriva dalla Confartigianato che con l'istituto Ispo ha sondato (tra l'8 e il 12 marzo) un campione dei suoi iscritti. Bene, il 65 % ha dichiarato che la riforma ha avuto effetti negativi sull'occupazione e pure sulla crescita. Anche se poi alla richiesta di indicare i maggiori ostacoli alle assunzioni, il 46 % delle piccole imprese ha dato la colpa alla crisi, il 30 al fisco e solo l'8 % alle regole del mercato del lavoro e alla burocrazia.

"Le nostre rilevazioni - ha dichiarato il presidente della Confartigianato, Giorgio Merletti - confermano quanto avevamo temuto e denunciato: la riforma Fornero ha frenato la propensione ad assumere e ad utilizzare contratti flessibili, ha aumentato il costo dell'apprendistato e dei contratti a tempo determinato, senza peraltro alcuna riduzione del costo del lavoro dei cosiddetti contratti standard. Inoltre la confusa formulazione delle norme su partite iva e associazioni in partecipazione, sta determinando un freno anche rispetto al lavoro autonomo genuino e, conseguentemente, al sistema produttivo. Ed ha ulteriormente complicato la normativa sul lavoro. Insomma, tutto il contrario rispetto a ciò che serve".

I JOB ON CALL
La riforma ha reso più gravoso e anche più oneroso il ricorso ai contratti a termine. Il 59 per cento degli artigiani intervistati dice che non rinnoverà i contratti in essere o che è ancora in dubbio su cosa fare. Per quanto l'unico mini-monitoraggio prodotto dall'Isfol per conto del ministero del Lavoro sostenga che l'incidenza degli avviamenti al lavoro con i contratti a tempo determinato è passata dal 63,1 % al 65,8 %, mentre scivola al 6,2 % (dall'8) la quota dei contratti a progetto.

Ma la vera débacle si registra per i contratti a chiamata ribattezzati intermittenti: nel primo semestre di applicazione della riforma si sono ridotti del 37,4 % rispetto al secondo semestre del 2011. Crollano pure i contratti parasubordinati (le diverse tipologie di collaborazioni): - 15,3 %. In media entrambe le tipologie scendono del 24,4 %.

IL "TRAVASO"
Ma che fine fanno i lavoratori? C'è stata una stabilizzazione dei contratti? In generale no, se si considera che anche le assunzioni di lavoratori dipendenti sono diminuite, nello stesso periodo, del 4,4 %. Un segnale interessante, tuttavia, arriva dal Veneto che, insieme all'Emilia Romagna, ha registrato dal 2008 in poi il maggior utilizzo dei contratti intermittenti. La riforma ha bloccato anche in quelle regioni il ricorso al job on call, secondo quanto riporta Bruno Anastasia in un articolo su lavoce. info. Ma nel 36 % dei casi si è avviato un nuovo rapporto di lavoro. Nel 48% dei casi a tempo indeterminato, nel 39% a tempo determinato. Nella maggior parte dei casi si tratti di rapporti part time.

LE PICCOLE IMPRESE
C'è un ultimo dato che vale la pena considerare. E riguarda il fatto - come sostiene anche un'indagine degli industriali del Piemonte insieme ad Assolombarda - che l'impatto dalla riforma Fornero è molto maggiore nelle piccole imprese nelle quali il peso dei contratti flessibili può superare il 50-60 % dei dipendenti.

 

 

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