L’IMPORTANTE È ESSERE FRANCHI - ECCO COME SI RESISTE ALLA CRISI: LA LEZIONE DI ECONOMIA DEGLI GNOMI SVIZZERI - DOPO UN FORTISSIMO APPREZZAMENTO DEL FRANCO, LA BANCA CENTRALE, SPAVENTATA DA UN IMMINENTE CONTAGIO, DAL CALO DELL’EXPORT E DA UNA DISOCCUPAZIONE CRESCENTE, HA FISSATO IL TASSO DI CAMBIO CON L’EURO A 1,20 - E I MERCATI HANNO DOVUTO SOTTOSTARE ALLA FERMEZZA DELLA SVIZZERA…

Tonia Mastrobuoni per "La Stampa"

Nella guerra globale che contrappone la politica e i mercati, quella svizzera è una discreta storia di successo. Quasi una favola anti-crisi. Frutto di una felice convergenza tra il governo e la banca centrale, avvenuta all'ombra del palcoscenico della grande crisi e lontano dai riflettori sempre accesi, invece, sugli scandali fiscali e finanziari delle banche elvetiche. E oggi gli svizzeri hanno molto da insegnare ai disorientati governanti e banchieri europei.

Un anno fa, il quotidiano svizzero Neue Zürcher Zeitung scrisse un articolo dal titolo eloquente. «Il franco è la valuta più ambita del mondo». Il pericolo di una disgregazione dell'euro e la crisi finanziaria mondiale stavano favorendo da mesi e mesi una spettacolare fuga di capitali verso la valuta svizzera, percepita ormai solida «come l'oro», insomma più stabile del dollaro canadese o australiano ma anche delle rocciose valute scandinave. Ma quell'articolo compiaciuto era un'eccezione.

L'affluenza di capitali verso la moneta elvetica, che ne aveva già causato dall'inizio del 2010 un apprezzamento del 48% rispetto alla moneta unica e del 46% contro il dollaro, stava suscitando preoccupazioni crescenti tra i politici e i vertici della Banca centrale svizzera. Il superfranco stava soffocando le esportazioni e alimentando velocemente il tasso di disoccupazione. Così, neanche un mese dopo, quando la banca centrale diffuse un comunicato destinato a fare storia, aveva dalla sua parte l'intero parlamento. Anche i più convinti liberisti capirono che quell'azione si era resa necessaria. E il comunicato usò parole che furono un messaggio talmente chiaro ai mercati da fargli chinare la testa.

All'inizio di settembre, quando la Snb, la banca centrale, fece sapere che avrebbe fissato il tasso di cambio all'1,20 contro l'euro, usò parole inequivocabili. L'apprezzamento del franco, si leggeva nel comunicato, «è una minaccia acuta per l'economia svizzera e nasconde il rischio di una dinamica deflazionistica». L'obiettivo dichiarato della Snb era quello di un indebolimento «forte e duraturo» del franco: la banca centrale avrebbe perseguito l'obiettivo del tasso di cambio fisso all'1,20 «con ogni mezzo», dunque anche «comprando senza limiti» valuta estera. Gli analisti più acuti battezzarono subito quella misura come il «bazooka» svizzero contro la crisi. Il mercato capì, fece qualche tentativo di assaggiare la resistenza della banca centrale svizzera, ma desistette presto. Il messaggio era passato, il tasso di cambio stabilizzato, il peggioramento della crisi economica scongiurato.

«L'efficacia di quell'iniziativa poggiava su due pilastri, la realizzabilità e la credibilità», ragiona Paolo Guerrieri, economista del College d'Europe di Bruges. La banca centrale svizzera, avendo capito che il giudizio dei mercati «non poggiava sui fondamentali della Svizzera, ma sulla paura della rottura dell'euro, ha dato una risposta immediata e sistemica per porre rimedio a un' evidente distorsione». Ogni riferimento alla Bce non è affatto casuale. Il tasso di cambio fisso, ovviamente, è inimitabile a Francoforte, ma non la sostanza del messaggio, fa notare Guerrieri: la determinazione e l'incondizionalità con la quale la banca centrale svizzera ha sfidato i mercati sfoderando il suo bazooka.

Il verdetto del Fondo monetario internazionale, a febbraio di quest'anno, è stato, dunque, inequivocabile: quella decisione è stata una risposta «adeguata» agli squilibri monetari. Aggiungendo, però, che si dovrà trattare di una «soluzione temporanea». Anche per non rischiare un surriscaldamento dell'economia: l'ultima volta che Berna fissò il cambio, nel 1978, l'inflazione schizzò quattro anni dopo al 6%.

In più, la Svizzera sembra aver imparato la grande lezione dello tsunami da subprime meglio delle altre economie occidentali. Il cataclisma da derivati e le forzate nazionalizzazioni di numerose banche avvenute dal 2007, dovrebbero aver convinto anche i politici più riottosi che una delle urgenze per prevenire una catastrofe di questo genere ma soprattutto, nuove «socializzazioni delle perdite», doveva essere un rafforzamento delle banche e una soluzione al problema del «too big to fail». Al male, cioè, delle banche talmente grandi da mettere a rischio interi paesi con i loro fallimenti.

Dopo anni di trattative, il G20 ha partorito i famosi parametri di Basilea III, che obbligano le banche dei paesi che li adottano, a un deciso rafforzamento dei capitali. Ebbene, in Svizzera questi parametri sono stati adottati con una severità molto maggiore. Le banche sistemiche, nella confederazione svizzera, sono due, Ubs e Credit Suisse. Da marzo del 2012 la legge le obbliga ad aumentare la quota di capitale proprio al 19% degli attivi, contro il parametro del 10,5% di Basilea III. E la possibilità di indebitarsi (leverage ratio) è stabilità al 5% contro il 3% delle clausole internazionali. Le riserve devono salire per entrambi gli istituti di credito a 76 miliardi di franchi circa.

 

SvizzeraConti in Svizzera l'Italia lavora per recuperare fino a 70 miliardiBANCHE SVIZZERE SvizzeraBANCHE SVIZZEREEveline_Widmer-Schlump MINISTRO FEDERALE DELLE FINANZE SVIZZEROFRANCHI SVIZZERIFRANCO SVIZZERO BANCA CENTRALE SVIZZERA LUGANO-BANCHE SVIZZERE

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