DRAGHI SALVA L’EURO MA CHI SALVERA’ NOI? - PASSATA L’EUFORIA (DELLE BORSE), LA REALTÀ SARÀ BEN PIÙ DURA: LA BCE HA PROMESSO AIUTI AI GOVERNI CHE RISPETTERANNO DELLE CONDIZIONI FERREE, E CHE NÉ ITALIA NÉ SPAGNA SEMBRANO IN GRADO DI ASSICURARE - TRANQUILLIZZATE I CRUCCHI, LA MANOVRA DI SALVATAGGIO POTREBBE DIVENTARE UN BOOMERANG PER LA STESSA BCE…

Federico Fubini per il "Corriere della Sera"

«Sapete come ci entrate, non sapete come ne uscirete». Nel contestare il piano di interventi a sostegno degli Stati in difficoltà, ieri presidente della Bundesbank Jens Weidmann ha lasciato al resto del Consiglio della Bce poco meno che una profezia. Nel frattempo la Banca centrale europea lancia un'inchiesta per capire quale mano dall'interno abbia allungato all'agenzia Bloomberg, mercoledì, la bozza di decisione già pronta. Dopo quella fuga di notizie, ieri la banca ha persino dovuto cambiare il nome del suo piano di acquisto di titoli di Stato: da «Mot» a «Omt», «Outright Monetary Transaction», transazioni monetarie dirette.

Ieri la prima domanda rivolta a Mario Draghi, a il suo piano per preservare l'euro, è toccata a un giornalista tedesco. Ha chiesto al presidente della Bce: «Da dove crede di aver tratto il mandato democratico per decidere da solo che questa moneta dev'essere irreversibile?». Poi la seconda domanda tedesca: «Vuole fare dell'euro una nuova lira?»

Se qualcuno nell'Eurotower si lasciasse prendere dalla sindrome dell'assedio, sarebbe probabilmente umano. Non tutta la Germania è ostile alla Bce, al contrario, e una maggioranza dei tedeschi resta a favore di un'Europa più integrata di oggi. Ma ciò che l'istituto di Francoforte ha prodotto ieri va misurato su questo sfondo di diffidenza, contestazioni e attacchi ormai quasi personali. Per la prima volta, Draghi ha portato la Bce a un programma di acquisti di titoli di Stato in quantità illimitate.

Lo ha fatto mentre la Bundesbank, maggiore azionista dell'Eurotower, dichiarava pubblicamente che una scelta del genere è semplicemente illegale. Ma nell'assicurare quella svolta, Draghi ha operato in modo da isolare Weidmann fra i banchieri centrali degli stessi Paesi creditori e persino nei confronti del governo di Berlino: ieri da Madrid, ancora una volta, Angela Merkel ha segnalato il suo disco verde alla Bce.

Tutto questo implica alcune conseguenze: se la liquidità offerta all'Italia e alla Spagna è «illimitata» e (quasi) tutti accettano che sia così, da qualche parte una contropartita dovrà pur esserci. Nelle decisioni formalizzate ieri, si trova nell'aggettivo «enhanced» (rafforzate) che descrive le condizioni per «linea di credito» offerta ai Paesi in crisi.

Formalmente la domanda va rivolta ai ministri finanziari dell'area euro, per ottenere un programma basato sui fondi salvataggi Efsf-Esm. Ma per poter godere anche della forza schiacciante dell'azione della Bce, la Spagna e l'Italia dovranno sottoscrivere memorandum d'impegni solidi quasi come l'intervento della banca. E dovranno lasciarsi vigilare con puntiglio dalla stessa Bce, dalla Commissione europea e dal Fondo monetario internazionale.

Siamo distanti mille miglia dall'idea di Mariano Rajoy. Il premier spagnolo avrebbe voluto accedere agli aiuti europei sulla base una semplice autocertificazione della qualità del suo programma di governo. Non sarà così per la Spagna. E non lo sarà neppure per l'Italia. È per questo che il messaggio implicito con cui Draghi si è difeso dalle domande più aggressive, è che adesso la palla si trova interamente nel campo dei governi di Roma e di Madrid. Tocca a loro giocarla o farla cadere. Ieri i mercati hanno vissuto una giornata di euforia, che premia l'abilità di Draghi, ma non passerà molto prima che saggino le intenzioni della Spagna e dell'Italia.

Quel giorno, dalle parti di Palazzo Chigi e del ministero del Tesoro, si valuterà con cura ciò che ieri ha fatto sapere l'Ocse: l'organismo di Parigi, il cui capoeconomista è l'italiano Pier Carlo Padoan, prevede che l'economia in Italia quest'anno cadrà del 2,4%. In queste condizioni il Tesoro è consapevole che la finanza pubblica non può centrare l'obiettivo ufficiale di un deficit all'1,7% del Pil: sarebbe già molto se il disavanzo restasse entro il 3%. Il nuovo aumento dell'Iva in primavera non può che restare nel radar del governo, mentre non è detto che non possa entrarci anche una manovra correttiva.

Economia in recessione, finanza pubblica fuori traiettoria e condizioni per gli aiuti «rafforzate» diventano così i vertici del triangolo nel quale si muove oggi l'Italia. Inevitabilmente, sono le condizioni perché nel Paese si tenga prima o poi una discussione aperta sui costi e i benefici di un'eventuale richiesta di sostegno all'Europa.

Non sarà un percorso facile neppure per la Bce, tantomeno di fronte a un grande Paese alla vigilia di nuove elezioni. Weidmann contesta a Draghi di aver trascinato la banca in un ruolo sempre più politico, lontano dal suo mestiere tradizionale e dalla sua vocazione d'indipendenza.

L'Eurotower minaccia di cessare gli interventi a favore di un Paese che non rispetti le condizioni sottoscritte con un «memorandum». In quel caso i bond di quel governo crollerebbero, ma anche la Bce subirebbe forti perdite in bilancio sui titoli che aveva comprato fino a quel momento. Con buona pace della separazione dei poteri, il rischio di una sorta di equilibrio del terrore fra politici e banchieri centrali è evidente. La profezia di Weidmann («non sapete come ne uscirete») ieri dev'essere risuonata anche nella testa dei colleghi che lo hanno isolato.

 

VIGNETTA BENNY DA LIBERO DRAGHI BAZOOKATE CONTRO LA MERKEL MARIO DRAGHI ALLA BCE MARIO DRAGHI EUROTOWER BCEEurotower ANGELA MERKEL GNAM MARIO MONTI Mariano Rajoy

Ultimi Dagoreport

giorgia meloni giustizia referendum magistrati

DAGOREPORT -  ARIANNA MELONI E I CAPOCCIONI DI FRATELLI D’ITALIA POSSONO RIPETERE A PAPPAGALLO CHE IL REFERENDUM SULLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA "NON È UN VOTO SU GIORGIA", MA MENTONO SAPENDO DI MENTIRE. IL VOTO DEL 23 MARZO SARÀ INEVITABILMENTE UN PLEBISCITO POLITICO SULLA STATISTA DELLA SGARBATELLA - CON LA CRESCENTE RIMONTA DEL "NO", NON BASTA PIU' ATTACCARE I MAGISTRATI (DAGLI SCONTRI DI TORINO AL FATTACCIO DI ROGOREDO), ORA LA MELONI SA CHE NON POTRA' FARE A MENO DI METTERCI LA FACCIA - UNA PERSONALIZZAZIONE CHE FINO A IERI HA TENTATO IN OGNI MODO DI EVITARE RICORDANDOSI CHE FU UNA SCONFITTA REFERENDARIA A TRASCINARE IL GOVERNO DI MATTEONZO RENZI DALL’ALTARE ALLA POLVERE) - MA ORA LA RIMONTA DEL"NO" METTE PAURA E NON PUO' PIU' NASCONDERSI ALZANDO I SOLITI POLVERONI DI PROPAGANDA: SOLO LEI HA LA LEADERSHIP PER TRASCINARE LA GALASSIA DEGLI ASTENUTI A VOTARE ''SI'" (SONDAGGI RISERVATI VALUTANO IL BRAND GIORGIA MELONI 2/3 DEI CONSENSI DI FDI) - MA TUTTI PARTITI SONO APPESI ALL'ESITO DEL REFERENDUM: DALLA RESA DEI CONTI DELLA LEGA CON SALVINI ALLA SFIDA IN FORZA ITALIA TRA TAJANI E I FIGLI DI BERLUSCONI - UNA VITTORIA DEL "NO" POTREBBE INVECE RINGALLUZZIRE UN’OPPOSIZIONE DILANIATA DALL'EGOLATRIA DI ELLY SCHLEIN E GIUSEPPE CONTE, UN DUELLO DI POTERE CHE HA SEMPRE IMPEDITO DI PROPORRE ALL'ELETTORATO UNA VERA ALTERNATIVA AL MELONISMO...

salvini vannacci zaia fedriga fontana

DAGOREPORT – CHE FINE FARA' MATTEO SALVINI? QUANTE CHANCE HA IL SEGRETARIO DELLA LEGA DI SOPRAVVIVERE AL TRADIMENTO DEL FASCIO-GENERALISSIMO VANNACCI? - TUTTI ASPETTANO L’OFFENSIVA DI ATTILIO FONTANA, MASSIMILIANO FEDRIGA E LUCA ZAIA (MA IL REGISTA È MASSIMILIANO ROMEO, POTENTE SEGRETARIO DELLA LEGA LOMBARDA) - LA DECISIONE SULLO SFANCULAMENTO DEL CAPITONE RUOTA, COME IN FORZA ITALIA PER IL CASO TAJANI-BARELLI-GASPARRI, SULL'ESITO DEL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA DEL 23 MARZO, CHE SI È TRASFORMATO, COM'ERA INEVITABILE, IN UN VOTO POLITICO SULL'ARMATA BRANCA-MELONI - SE DALLE URNE USCISSE LA VITTORIA DEL "SÌ", SALVINI RESTERÀ AL SUO POSTO E AL TRIO FEDRIGA-FONTANA-ZAIA NON RESTERÀ ALTRO CHE PROVARE A FAR RINSAVIRE L’EX “TRUCE DEL PAPEETE” E RIPOSIZIONARE IL PARTITO SUI BINARI DEL PRAGMATISMO NORDISTA. BASTA CON LA LEGA NAZIONALE: CHISSENEFREGA DEL PONTE SULLO STRETTO, PIÙ FEDERALISMO E PADANIA. VICEVERSA, PER MATTEO SALVINI SCOCCHEREBBE L'ORA FATALE DEL DE PROFUNDIS...

francesco lollobrigida vino

DAGOREPORT - UNO DEI MISTERI PIÙ INDECIFRABILI DELLE CRONACHE POLITICHE DEGLI ULTIMI GIORNI HA UN NOME, UN COGNOME E UN "RAFFORZINO" IN TESTA: FRANCESCO LOLLOBRIGIDA. L’EX COGNATO D’ITALIA, È TORNATO IN PISTA AL TAVOLO DELLE NOMINE, E MOLTI OSSERVATORI POLITICI SONO RIMASTI SGOMENTI. È PROPRIO “LOLLO”, CHE ERA STATO RELEGATO A MACCHIETTA DI SE STESSO DALLE SORELLE MELONI? QUELLO DELLA “SOSTITUZIONE ETNICA”, DI “GESÙ CHE MOLTIPLICA IL VINO” E CHE FA FERMARE IL FRECCIAROSSA A CIAMPINO? GAFFE A PARTE, LO “STALLONE DI SUBIACO” HA UNA COSA CHE ARIANNA, DONZELLI E RAMPELLI SI SOGNANO: I VOTI – I RAPPORTI CON LA COLDIRETTI E GLI ANNI DI “GAVETTA” TRA VIA DELLA SCROFA E MONTECITORIO

steve bannon giuseppe conte matteo salvini davide casaleggio, gennaro vecchione jeffrey epstein - pietro dettori

DAGOREPORT - FANNO BENISSIMO QUEI SINISTRELLI DI BONELLI E FRATOIANNI A CHIEDERE CONTO A SALVINI DEI SUOI RAPPORTI CON STEVE BANNON. MA PERCHÉ NON FANNO LA STESSA DOMANDA AL LORO ALLEATO, GIUSEPPE CONTE? NEL 2018, IN PIENA EUFORIA GIALLO-VERDE, BANNON CALÒ SU ROMA PER INCONTRARE DAVIDE CASALEGGIO, A CUI SEMBRA ABBIA PROVATO A VENDERE UN SOFTWARE DI PROFILAZIONE – ERANO GLI ANNI FOLLI IN CUI TRUMP CHIAMAVA CONTE “GIUSEPPI”, E A ROMA ARRIVAVA IL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA AMERICANO, PER INCONTRARE IL CAPO DEI SERVIZI, GENNARO VECCHIONE – I LEGAMI CON LA LINK UNIVERSITY, IL RUOLO DI PIETRO DETTORI, EX GURU DELLA COMUNICAZIONE GRILLINA ORA RICICLATOSI MELONIANO - TUTTI I MISTERI E LE INQUIETANTI COINCIDENZE CHE NEL 2018 PORTARONO IL SOVRANISMO DELLA LEGA E IL POPULISMO M5S A PALAZZO CHIGI, GOVERNO CONTE-SALVINI...

andrea pucci bocelli giorgia meloni carlo conti sanremo laura pausini

DAGOREPORT – BENVENUTI AL FESTIVAL DI ATREJU! “CI SIAMO PRESI FINALMENTE SANREMO”, GHIGNANO SODDISFATTI I CAPOCCIONI MELONIANI IN RAI: DOPO TRE ANNI E MEZZO DI OCCUPAZIONE FAMELICA DI POSTI DI POTERE, MANCAVA SOLO ESPUGNARE DEL TUTTO QUEL BARACCONE CANTERINO DIVENTATO UN DISTURBO MENTALE DI MASSA – IL CASO PUCCI? L’ENNESIMA ARMA DI DISTRAZIONE DI MASSA: IL COMICO “MARTIRE” SERVE PER COPRIRE LE DERILANTI DISAVVENTURE DEL FRATELLINO D’ITALIA, PATACCA PETRECCA - FINITO L’EFFETTO AMADEUS, CONTI SI RITROVA A SCODELLARE SUL PALCO DELL’ARISTON UN CAST DEBOLE, PIENO ZEPPO DI RELITTI E DI SCONOSCIUTI. BASTERÀ A RISOLLEVARE LO SHARE, MESSO A RISCHIO DA GERRY SCOTTI E DALLE PARTITE DI CHAMPIONS? – AI POVERI TELE-MORENTI SARÀ RIFILATO (DI NUOVO) ANCHE IL “VINCERÒ” DI BOCELLI…

john elkann theodore kyriakou repubblica

DAGOREPORT - COME MAI LA TRATTATIVA TRA JOHN ELKANN E IL MAGNATE GRECO THEO KYRIAKOU PER LA VENDITA DEL GRUPPO GEDI, SI È ARENATA? IL MOTIVO DELL’IMPASSE, CHE HA SPINTO I GIORNALISTI DI “REPUBBLICA” A DUE GIORNI DI SCIOPERO, GIRA PROSAICAMENTE INTORNO AL VALORE DELL'OPERAZIONE, STIMATA INTORNO A 140 MILIONI DI EURO - DOPO OLTRE 6 MESI IN CUI UN PLOTONE DI AVVOCATI E CONTABILI HA ROVESCIATO COME UN CALZINO CONTI, CONTRATTI E PENDENZE LEGALI DEL GRUPPO, IL GRECO ANTENNATO AVREBBE FATTO UN'OFFERTA DI 90 MILIONI - UNA “MISERIA” CHE SAREBBE STATA RIFIUTATA DA ELKANN CHE HA AVREBBE STIMATO SOLO IL POLO RADIOFONICO TRA GLI 86 E I 100 MILIONI, CON RADIO DEEJAY DA SOLA VALUTATA OLTRE I 40 MILIONI - RIUSCIRANNO ELKANN E KYRIAKOU A NEGOZIARE UN ACCORDO? AH, SAPERLO…