MUCCHETTI INARRESTABILE: DOPO CDP E MIELI-MONTEZEMOLO, APRE ALLA TELECOM CINESE - “DALLA PRIVATIZZAZIONE DEL ’97, TUTTI INCAPACI DI FARE MEGLIO DELL’IRI”

1. MUCCHETTI FA UNA COSA DI SINISTRA PASSARE DAL CORRIERE ALL'UNITÀ
Da "Il Giornale"

Era la firma economica di punta del Corriere della Sera. Un'autorità in materia, guadagnandosi a suon di analisi, i galloni di vice direttore ad personam. Poi, nel dicembre, scorso, la folgorazione sulla via di Bettola e Massimo Mucchetti lascia via Solferino per passare direttamente nelle liste elettorali del Pd.

Primo della fila al Senato in Lombardia. Dopo la non vittoria lunghe settimane di silenzio. Fino al botto di ieri: commento su l'Unità e "le ombre cinesi su Telecom". Mucchetti ha fatto una cosa di sinistra.


2. QUELLE OMBRE CINESI SU TELECOM
Massimo Mucchetti per "L'Unità"

Il miliardario cinese Li Kashing, patron del colosso Hutchinson Wampoa, propone di conferire la sua H3G Italia a Telecom Italia avendone in cambio il 29% del capitale, e con ciò relegando in un ruolo di secondo piano o addirittura accompagnando all'uscita la holding Telco, che di Telecom oggi detiene il 22%.

Alcuni esponenti politici di diverso colore - Gentiloni del Pd e Gasparri del Pdl - hanno sollevato radicali perplessità. In nessun Paese avanzato, dicono, l'ex monopolio delle telecomunicazioni nazionali è controllato da potentati esteri. La rete fissa veicola informazioni delicate - e talvolta delicate per la difesa - che possono essere carpite da una proprietà straniera e scorretta.

Perciò la difesa del tricolore sulle antenne della Telecom ha, in questo caso, una ragione che oltre il classico patriottismo economico. Gli inviti alla cautela vanno dunque tenuti ben presenti. Ma bastano questi inviti per affondare a priori, senza verificare e negoziare, l'offerta di Li Kashing?

La risposta di chi guarda al futuro di Telecom Italia, ricordandone il passato e il presente, non può che essere un secco no. Le carte del signor Li vanno viste tutte prima di gridare al pericolo giallo. Telecom Italia, pur generando un cash flow di 11 miliardi, ha seri problemi. E arduo pensare che, rebus sic stantibus, il suo debito possa essere ridotto con gli avanzi della gestione. E un downgrading dell'Italia potrebbe costare molto caro. E certo non bastano i pannicelli caldi dei prestiti ibridi a esorcizzare i fantasmi. E il calo delle quotazioni lo conferma.

Da quando è stata privatizzata nell'ormai lontano 1997, Telecom Italia ha avuto quattro azionisti di riferimento variamente italiani e tutti incapaci - vogliamo dirlo una buona volta? - di fare meglio dell'Iri. Le diverse gestioni hanno licenziato decine di migliaia di dipendenti, rivoluzionato gli acquisti, reso più efficiente l'organizzazione, almeno così si dice.

Ma hanno anche smontato un promettente reticolo di partecipazioni internazionali, smantellato quel grande centro di innovazione che era lo Cselt di Torino, tollerato se non favorito pratiche illegali in Italia e in Brasile, e quel che è peggio la seconda e soprattutto la terza gestione hanno appesantito la società con un indebitamento che, proporzionalmente, non ha eguali nell'Europa delle telecomunicazioni.

Gli enormi dividendi, pagati fino a qualche anno fa, hanno contribuito a spolpare l'azienda. Anche Telco, che è formata da Generali, Mediobanca, Intesa Sanpaolo e dalla spagnola Telefonica, ha deluso, impiccata com'è al suo peccato originale: aver strapagato la partecipazione Telecom messa in vendita dalla Pirelli.

Nonostante le svalutazioni essa rimane tuttora in carico a 1,5 curo per azione quando le quotazione viaggiano attorno ai 60 centesimi. Nel 2006, Vincenzo Maranghi diceva: "Al posto di Pirelli, che è piccola, in una società come Telecom ci vogliono azionisti con le spalle larghe».

Il patron della Mediobanca cucciana è mancato prima di dover constatare quanto in realtà, complice il disastro planetario della Lehman e le conseguenti restrizioni regolatone, fossero piccole anche le spalle di Mediobanca, Generali e Intesa.

In Telecom come altrove - per esempio in Rcs Mediagroup - gli azionisti eccellenti di rito italico sono sempre pronti a svenarsi per il controllo ma trovano sempre qualche ragione per non mettere o per lesinare soldi nelle imprese. Nemmeno quando dovrebbero
rimediare a gravi errori loro che gravano sull'operatività aziendale.

Oggi, insomma, perdere Telco non sarebbe una gran perdita per l'azienda Telecom. Del resto, gli accordi tra i quattro soci di Telco sono prossimi alla scadenza e potrebbero non essere rinnovati. Nel qual caso verrebbe ridistribuito pro quota il pacchetto del 22%. Ma è anche vero - non dimentichiamolo mai - che potrebbe esservi anche di peggio.

Dunque che cosa bisogna guardare dentro l'offerta cinese? Anzitutto va valutata H3G Italia, società non quotata in Borsa. Oggi non ha debiti perché la casa madre ha fin qui ripianate le perdite cumulate nel tempo, circa 12 miliardi.

Ma qual e il vero valore degli attivi di H3G Italia in relazione a quello degli attivi dell'incumbent italiano depurato dal debito? E quali effetti potrà avere la fusione sul posizionamento di mercato e sui margini di Telecom? E possibile che il signor Li ambisca davvero a raggiungere il 29% di Telecom attraverso un mero scambio di carta contro carta. Ma questa potrebbe anche essere una posizione negoziale.

Con il pacchetto di Telco ridistribuito tra i soci attuali, Li Kashing avrebbe un ruolo di primo piano anche con il 15% di Telecom. Oppure Hutchinson Wampoa potrebbe tirar fuori anche qualche denaro e comprare azioni da Telco piuttosto che mettere soldi in Telecom attraverso un aumento di capitale.

Insomma, fino a quando l'approfondimento dell'offerta cinese non sarà completato è difficile fare commenti di merito. E naturalmente l'ultima parola spetta al consiglio di amministrazione della società. E tuttavia Telecom è un'azienda che opera in un mercato regolato e il ministero dell'Economia conserva una golden share.

Nelle valutazioni delle parti private va dunque inserita anche una presa di posizione del governo su quanto coinvolge gli interessi del Paese. Questi interessi sono due. Il primo è la modernizzazione dell'infrastruttura attraverso le next generation networks.

Sono otto anni che se ne parla. Ma finora Telecom Italia, prima con Marco Tronchetti Provera e poi con Franco Bernabé, ha sempre frenato a tutela dei propri interessi aziendali e il governo, non avendo soldi veri da mettere sul tavolo, si è limitato alle prediche. Il secondo interesse è la sicurezza nazionale.

Tanto per capirci, negli Usa la multinazionale cinese Huawei non può vendere i suoi routers. Si teme che possano essere manipolati dai servizi segreti di Pechino per copiare e trasferire a chi di dovere i pacchetti di informazioni interessanti. L'offerta cinese su Telecom Italia può forse consentire di uscire dal recinto dei veri incrociati e di prendere due piccioni con una fava.

Quando sarà il momento - dunque anche tra poco - il governo dovrebbe avvertire che la golden share non verrà usata per fermare l'operazione se almeno la sicurezza nazionale relativa alla rete verrà garantita.

Come? I tecnici suggeriscono di scorporare le parti più delicate della rete - l'access network e l'edge network, dove operano i routers di diversi produttori - e di concordare opportuni controlli da parte dell'Agcom sul core network, organizzata soprattutto con i grandi routers Cisco.

Nella società della rete scorporata potrà entrare il Fondo strategico della Cassa depositi e prestiti garantendo a un tempo una dotazione di capitale di rischio non necessariamente enorme per finanziare gli investimenti che oggi Telecom non fa e al tempo stesso la sicurezza nazionale. Che è meglio protetta dalla mano pubblica rispetto a soggetti privati che possono essere più facilmente coinvolti da potenze straniere in giochi senza frontiere.

 

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