1. SMENTITO DA TUTTI, IL PARA-GURU DEL ‘CORRIERE’ MUCCHETTI INGRANA LA RETROMARCIA SULLA FUSIONE INTESA-UNICREDIT MA PRIMA SI TOGLIE QUALCHE MACIGNO DAL MOCASSINO 2. NON RINUNCIA RIVELARE CHE IL PADRE DELL’IDEA È PALENZONA MENTRE COSTAMAGNA E' IL SARTO ALL'OPERA PER VOLONTÀ DI GUZZETTI, IL BADANTE DI ABRAMO BAZOLI 3. CON LE SUE CRITICHE ALLA VULNERABILITÀ DI UNICREDIT FA CAPIRE CHE UNA SCALATA ALLA BANCA DI GHIZZONI È PIU' CHE UN'IPOTESI. E PRESTO O TARDI IL CONTO ARRIVA 4. ANCORA: A DIFFERENZA DI INTESA-SANPAOLO, UNICREDIT HA SOLO “AZIONISTI INSTABILI”, COME CALTAGIRONE E DE AGOSTINI, APPENA ENTRATI A PREZZI STRACCIATI, “PRONTI A VENDERE SE C'È IL PREZZO. PER LORO, GENERALI È UNA COSA, UNICREDIT UN'ALTRA”

Massimo Mucchetti per il "Corriere della Sera"

Con la nota di Giovanni Bazoli, pubblicata sui giornali di ieri, ha avuto termine il polverone alzato dalla ridda di indiscrezioni seguite all'articolo con il quale, giovedì 1° novembre, abbiamo dato notizia dell'idea di un'aggregazione tra Unicredit e Intesa Sanpaolo sulla quale stavano ragionando alcuni esponenti delle fondazioni bancarie allo scopo di prevenire scalate ostili provenienti dall'estero.

L'aggregazione tra le due banche, aggiungevamo, potrebbe avvenire a opera di Intesa versus Unicredit o anche attraverso il percorso inverso: dettaglio non privo di rilievo per i gruppi manageriali attenti alle proprie poltrone. Curiosamente Fabrizio Palenzona, vicepresidente di Unicredit espresso dalla Fondazione Crt, smentisce ogni interesse per questa idea solo quando un giornale gli attribuisce, sbagliando, il ruolo di padrino del progetto.

Bazoli reagisce solo quando gli viene attribuito, anche qui sbagliando, il ruolo di committente del banchiere d'affari Claudio Costamagna, che invece risulterebbe essere stato mosso da Giuseppe Guzzetti, presidente della Fondazione Cariplo. Il quale tace. Ma tutto questo susseguirsi di indiscrezioni e correzioni svanisce davanti al fatto sul quale da tempo il Corriere richiama l'attenzione: l'Azienda Italia può finire in saldo sotto i colpi dello spread.

Né Bazoli né Palenzona, d'altra parte, negano il pericolo che possano darsi scalate ostili. Specialmente su Unicredit. Bazoli sottolinea la depressione delle quotazioni, specialmente bancarie, e si confessa preoccupato. Parla poi di banche «diversamente presidiate da azionisti stabili». Sbaglierò, ma diversamente vuol dire che l'una ha un gruppo abbastanza folto a presidio della stabilità, ed è Intesa Sanpaolo.

E l'altra, Unicredit, il gruppo folto non ce l'ha. Del resto, i gruppi Caltagirone e De Agostini, appena entrati in Unicredit a prezzi stracciati, sono pronti a vendere se c'è il prezzo. Per loro, Generali è una cosa, Unicredit un'altra. La stessa nota di Palenzona non echeggia le certezze dell'amministratore delegato sulla non scalabilità di Unicredit.

Come il Corriere aveva scritto fin dall'inizio, nessuno pensa di scalare adesso le grandi banche italiane: troppi Btp e troppi crediti deteriorati. Ma non appena la percezione del rischio Italia subisse variazioni rilevanti, i giochi potrebbero aprirsi: sia nel caso di un miglioramento, che non si riflettesse ancora nelle quotazioni bancarie, sia nel caso di un peggioramento che costringesse la Germania a salvarci e che dunque le offrisse il destro per chiedere pezzi del nostro sistema finanziario quale garanzia reale e durevole.

Sarebbe bello poter dire che la nazionalità dei gruppi di controllo non conta in Europa. Ma, purtroppo, europei lo si diventa per gradi, competendo e contrattando. E a questo proposito il caso di Unicredit la dice lunga.

Diversamente dal gruppo Santander, le cui banche impiegano in ogni Paese le risorse raccolte in quello stesso Paese, Unicredit è un sistema multinazionale integrato per funzioni. Il capital markets sta in Germania e tratta i denari di tutte le banche del gruppo. Ebbene, la Bafin, l'Autorità tedesca di supervisione sul sistema finanziario, tende a trattenere i denari in Germania perché teme il rischio Italia.

Unicredit poi non riesce a riallocare gli ingenti costi di holding sulle banche estere del gruppo, perché queste, sostenute dalle loro banche centrali, si rifiutano di prendersi la propria quota parte. Insomma, se le bandiere ancora pesano dentro la stessa proprietà, figuriamoci fuori. Certo, è più facile ragionare di liberismo e di statalismo, di Palenzona o di Bazoli, di poteri forti o di poteri deboli. Ma le partite reali sono altre e presto o tardi il conto arriva.

Meglio sarebbe, dunque, stare al merito. La storia delle fusioni bancarie in Italia e nel mondo non è felice. Intesa Sanpaolo e Unicredit-Capitalia hanno sì protetto la sovranità nazionale su questi istituti con la benedizione della Banca d'Italia di Mario Draghi. Ma questi due colossi hanno ancora una gran quantità di problemi.

Aggregarli implica un passaggio esecutivo assai arduo: come e in mano di chi ricollocare la parte italiana di Unicredit per evitare l'eccesso di gigantismo e un'ulteriore lesione della concorrenza. Può essere un punto irresolubile. Non a caso, abbiamo parlato di un'idea e non di un progetto. E però la questione generale resta. E resta nel contesto della nascente Unione bancaria europea. Materia scottante, dagli esiti incerti.

La Banca d'Italia può, se crede, trovare tutt'oggi il modo di inchiodare sul bagnasciuga eventuali assalti provenienti dai Paesi extraeuropei. Assai più complicato sarebbe farlo contro soggetti comunitari. Certo, grande non è più bello. Ora, servono supplementi di patrimonio nelle banche di rilievo sistemico. Ma forse la partita vera si gioca sulle regole di vigilanza. Che partono da una ridefinizione dei criteri di bilancio, i quali al momento riflettono gli interessi nazionali. Se la Deutsche Bank facesse i bilanci all'italiana non sarebbe in grado di prendersi Unicredit. Ma oggi fa i bilanci alla tedesca. E domani, con l'Unione bancaria europea, come li farà?

 

 

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