UN OTTIMO INIZIO PER L’UNIONE BANCARIA ALLA TEDESCA: DECLASSAMENTO DI S&P, PER “UN’EUROPA SEMPRE MENO COESA”

1. L'UNIONE EUROPEA PERDE LA TRIPLA A. L'ALLARME DI STANDARD & POOR'S: C'È SEMPRE MENO COESIONE TRA I SUOI STATI MEMBRI
Da www.ilsole24ore.com

Standard & Poor's boccia l'Unione Europea. All'indomani dell'accordo sull'Unione bancaria e nel giorno del vertice dei capi di Stato e di Governo a Bruxelles, l'agenzia di rating americana ha tolto la tripla A, il giudizio migliore, all'Unione per le crescenti tensioni tra i Paesi membri sul finanziamento del bilancio europeo e per la perdita di coesione al suo interno. S&P ha abbassato il rating di un gradino ad "AA +", l'outlook è stabile.

ALLARME COESIONE
La perdita della tripla A, spiega S&P, «riflette la nostra convinzione che la
credibilità complessiva dei 28 Paesi membri della Ue in materia di credito si sia indebolita, il profilo finanziario deteriorato e la coesione allentata». L'Unione europea era sotto la minaccia di un declassamento del rating dal gennaio 2012, quando l'agenzia aveva rivisto a negativo l'outloook. Da allora, diversi grandi Paesi europei hanno visto
il loro rating abbassato e restano solo cinque i Governi della Ue a beneficiare del punteggio massimo di tutte e tre le maggiori agenzie: sono Germania, Finlandia, Lussemburgo, Svezia e Danimarca.

DECISIVO IL DECLASSAMENTO DELL'OLANDA
L'ultimo Stato a subire una bocciatura è stato il 29 novembre scorso l'Olanda, declassata proprio da Standard & Poor's. Il punteggio medio dei Paesi che contribuiscono al bilancio della Ue, ha spiegato l'agenzia, è "AA" o un rating inferiore al nuovo giudizio attribuito alla Ue. S&P sottolinea come le discussioni sul bilancio stanno diventando sempre più difficili all'interno dell'Unione Europea, con i principali Paesi contribuenti netti (cioè che versano più alle casse Ue di quanto ricevono) che chiedono una riduzione dei loro versamenti. Secondo le stime dell'agenzia la quota di entrate del bilancio Ue derivanti da Paesi con la tripla A si è dimezzata dal 2007 e oggi è scesa al 31,6 per cento.

L'annuncio di S&P non ha avuto un impatto significativo sull'euro e sui mercati. «C'è stato solo un effetto negativo sull'euro di breve durata - ha commentato Callum Henderson, capo della ricerca monetari di Standard Chartered- Sono finiti i tempi in cui i declassamenti del rating avevano un impatto duraturo sui cambi». La moneta unica a metà mattina era scambiata intorno a 1,3640 contro il dollaro.


2. E IL VETO TEDESCO SUI SALVATAGGI RILANCIA IL RISCHIO DI CREDIT CRUNCH - IL GOVERNO MERKEL HA RINUNCIATO AD UNA VERA UNIONE BANCARIA
Federico Fubini per "la Repubblica"


I tedeschi la vedono come una sindrome tipicamente italiana, eppure nell'unione bancaria anche la Germania presenta sintomi che la ricordano da vicino. La critica di Berlino è nota.

Non appena nel 2012 la Bce stese una rete di sicurezza attorno al suo debito, l'Italia dimenticò le promesse di modernizzarsi per rassicurare i propri creditori. Diventava di nuovo possibile illudersi che non servisse. Ed è l'ennesimo paradosso di questa crisi vecchia già di sei anni, che la Germania abbia finito per cadere nella stessa trappola.

Passata la fase acuta del terremoto sull'euro con la svolta della Bce di un anno e mezzo fa, anche il governo di Angela Merkel ha messo da parte gli impegni che lasciavano sperare in un'architettura credibile per l'unione bancaria e la moneta unica. In queste condizioni, le amnesie del Paese guida del Nord e di quello del Sud rischiano di trasformare una crisi finanziaria nella disfunzione cronica della seconda area monetaria del pianeta.

Basta un'occhiata ai documenti del Consiglio europeo per misurare la distanza fra il disegno di appena un anno fa e l'unione bancaria che si sta realizzando in questi giorni. Il 14 dicembre 2012 i capi di Stato e di governo, Angela Merkel inclusa, prendevano un impegno che in teoria doveva far somigliare un po' di più l'area euro agli Stati Uniti: il fondo salvataggi europeo, dissero in modo ufficiale, «avrà la possibilità di ricapitalizzare direttamente le banche». Doveva poterlo fare perché era «imperativo spezzare il circolo vizioso fra le banche e il debito sovrano».

Fuori dal gergo di Bruxelles, il messaggio era chiaro: la crisi non si sarebbe mai risolta senza un'unione bancaria in parte simile a quella americana. Negli Stati Uniti il Tesoro era entrato nel capitale delle banche con centinaia di miliardi dopo il crac di Lehman e un'agenzia nazionale, la Federal Deposit Insurance Corporation, finanziava la liquidazione degli istituti insolventi nei 50 Stati della nazione.

L'Europa invece fino a quel momento aveva seguito un modello opposto. Ciascun Paese era lasciato a se stesso nel gestire il collasso di banche dal bilancio pari a varie volte il suo Pil. E le banche erano lasciate a se stesse nel fare i conti con la crisi sul debito pubblico dei rispettivi Paesi d'origine. Per salvare le proprie banche, l'Irlanda era stata costretta a far salire il deficit al 32% del Pil, il debito oltre il 100% e infine a chiedere un prestito d'emergenza alla Ue e all'Fmi.

Il governo di Madrid aveva dovuto prendere un aiuto europeo da 40 miliardi, coprendosi di debiti, per ricapitalizzare o liquidare le banche iberiche in difficoltà. In Grecia la stessa dinamica si era innescata in direzione opposta: le banche erano state spazzate via per aver investito in titoli di Stato di Atene.

L'unione bancaria doveva sradicare dalla mente degli investitori il timore di vedere in Europa nuove spirali del genere. Ma se questo era l'obiettivo, per ora è fallito. Anche dopo la sua terza rielezione, la cancelliera Merkel si è opposta a ciò che aveva accettato un anno fa. Il «meccanismo unico di risoluzione», costituito da contributi delle banche stesse, funzionerà in pieno solo fra dieci anni.

Anche allora varrà appena 55 miliardi di euro, quanto basta per un unico intervento di medie dimensioni, a fronte di bilanci bancari che in totale valgono 25 mila miliardi. Lo strumento per garantire una gestione senza panico di un collasso d'impresa varrà (a pieno
regime) lo 0,22% dei bilanci che dovrebbe in qualche modo assicurare.

Quanto al fondo salvataggi europeo costituito dai governi fino a 700 miliardi, l'Esm, anche qui la marcia indietro è completa: potrà prestare risorse a un governo che deve gestire il fallimento di un istituto, ma non intervenire direttamente. L'impegno di un anno fa, a causa di Berlino, è rimasto lettera morta. Il legame pericoloso fra le banche e i loro governi resta intatto.

Non sarebbe un problema, se le finanze pubbliche e private fossero sane ovunque. Ma non lo sono, dunque gli investitori resteranno diffidenti dal prestare dall'estero a Paesi come l'Italia, la Spagna, la Grecia o il Portogallo. Non è un rischio da poco, se si guardano i dati della Banca dei regolamenti internazionali: oggi le banche tedesche sono esposte sull'Italia per 150 miliardi in meno rispetto al 2008, quelle francesi per circa 200.

In queste condizioni la liquidità continuerà a essere una risorsa scarsa, i tassi d'interesse troppo alti anche per le imprese sane e la stretta al credito continuerà a deprimere la dinamica dei prezzi. Un'unione bancaria come quella che sta nascendo non può che aggravare i rischi di deflazione in Europa.

In un certo senso, tutto questo è il frutto della diffidenza. Merkel ha smesso di fidarsi dell'Italia e non intende rischiare il denaro dei propri elettori per un Paese che non sta ai patti. Ma questa stessa sfiducia finirà per mettere la Bce in una posizione impossibile: costretta a combattere la crisi e la deflazione con le stesse armi improprie che Berlino avrebbe voluto bandire per sempre.

 

Angela Merkel IL NUOVO CELLULARE DI ANGELA MERKEL UNIONE EUROPEA STANDARD AND POOR SPROTESTE IN GRECIA PROTESTE VIOLENTE IN GRECIA manifestazione-spagnaspagna_protesteFORCONI E CASAPOUND A PIAZZA DEL POPOLO

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