SULLA PELLE DEGLI OPERAI (E DELL’ERARIO) - IL PIANO DI MARPIONNE PER LA FIAT È UN CETRIOLO A TRE PUNTE PER CHI LAVORA IN FABBRICA: SE IL MERCATO STENTA ANCORA, ADDIO A UNO O DUE STABILIMENTI - SE CI SONO SEGNALI DI RIPRESA ALLORA SI VA AD OLTRANZA CON LA CASSA INTEGRAZIONE FINO A NUOVO ORDINE (E LO STATO SGANCIA) - SARANNO DECISIVE LE VENDITE DEL PRIMO MODELLO TOTALMENTE IMPULLOVERATO: LA 500 L PRODOTTA IN SERBIA…

Paolo Griseri per "la Repubblica"

Il piano di Marchionne per l´Italia? Non c´è ancora. Non è stato definito perché l´ad del Lingotto deve sciogliere in queste settimane un dilemma di fondo. Un dilemma costituito da un´alternativa drammatica: allungare la cassa integrazione per aspettare la ripresa del mercato o chiudere uno o due stabilimenti, ipotesi che lo stesso ad ha avanzato pubblicamente già a febbraio.

A fine agosto, in una riunione riservata con il sindaco di Torino Piero Fassino, Marchionne ed Elkann hanno illustrato quali problemi l´azienda deve affrontare nei prossimi mesi. Marchionne ha spiegato perché sarà necessario arrivare a fine ottobre. Solo allora infatti si capirà se il mercato europeo e italiano danno qualche piccolo segno di ripresa. A fine ottobre, oltre ai dati sull´andamento del terzo trimestre 2012, si conoscerà quale sarà stato l´esito del primo mese di lancio della nuova 500 L, l´auto prodotta in Serbia che rappresenta per l´Europa il primo modello totalmente nuovo realizzato nell´era Marchionne.

Se quei segnali saranno incoraggianti, allora i vertici del Lingotto metteranno in pratica il piano A che si sta studiando in queste settimane a Torino. Prevede un rinvio degli investimenti sui nuovi modelli (compresi i due suv che avrebbero dovuto essere realizzati a Mirafiori entro fine 2013) che utilizzando gli ammortizzatori sociali (contratti di solidarietà, cassa in deroga, cassa a rotazione) consenta di arrivare sul mercato quando, tra due o tre anni, si avrà la ripresa.

Una soluzione certamente dolorosa per le migliaia di dipendenti che avrebbero di fronte altri lunghi anni di salari praticamente dimezzati. Ma una soluzione che consentirebbe di non perdere posti di lavoro e, soprattutto, capacità produttiva installata. Soluzione costosa che potrebbe funzionare solo se il ritardo nella ripresa del mercato fosse limitato nel tempo.

Se, al contrario, il verdetto di fine ottobre sarà negativo, se insomma si capirà che non si può aspettare troppo a lungo una ripresa delle vendite che arriverà solo a fine decennio, allora dovrà scattare il piano B, quello che prevede di chiudere uno o due stabilimenti sui quattro presenti in Italia.

E´ evidente che la scelta è delicata, e non solo per ragioni sociali: chiudere linee produttive quando il mercato va male significa non averle più quando le vendite dovessero risalire. «Marchionne mi ha detto di non voler scassare o scioccare la situazione italiana», ha detto ieri Fassino sintetizzando i contenuti di quel colloquio riservato agostano. Una rassicurazione che attende la conferma dei fatti.

Il ricorso massiccio alla cassa integrazione, conseguente al rinvio dei modelli e allo slittamento nel tempo di Fabbrica Italia spiegherebbe perché il Lingotto ha voluto in questi giorni drammatizzare la situazione. Un intervento del governo che concedesse la cassa in deroga mettendo mano alle casse pubbliche potrebbe essere più facilmente accettato dagli italiani se si sapesse che l´alternativa è la chiusura di una o due fabbriche. Anche di queste ipotesi si sarebbe parlato nei giorni scorsi nei contatti telefonici tra il Lingotto e gli uomini di Monti. Che probabilmente si trasformeranno in faccia a faccia riservati la prossima settimana quando Sergio Marchionne tornerà in Italia dagli Usa.

 

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