SVENDITE DI STATO - LA CESSIONE DEL 5% DELL'ENI LASCIA IL DUBBIO CHE L'AFFARE NON LO FACCIANO I CITTADINI


Fabio Tamburini per il "Corriere Economia - Corriere della Sera"

L'ipotesi di una possibile ulteriore privatizzazione di Eni apre un dibattito nel mondo economico. I favorevoli dicono che l'importante è trovare una strada per preservare il controllo italiano della società, gli scettici trovano il progetto pericoloso e anti-economico: i ricavi potrebbero non compensare la perdita dei dividendi. All'appuntamento con la seconda ondata di privatizzazioni lo scenario delle grandi aziende italiane si presenta come una sorta di deserto dei tartari. E, tra le eccezioni più significative, spicca l'Eni.

Per questo le anticipazioni sulle scelte del governo meritano particolare attenzione.
Attualmente il controllo pubblico è assicurato da una doppia partecipazione: la Cassa depositi e prestiti ha in portafoglio poco meno del 26%, mentre il ministero dell'Economia ha conservato un pacchetto di titoli inferiore di poco al 5%. Insieme superano il 30% del capitale, la soglia sopra la quale in caso di scalata scatta l'obbligo di Opa (l'Offerta pubblica di acquisto).

La novità è che il ministro dell'Economia, Fabrizio Saccomanni, ha preannunciato una nuova stagione di privatizzazioni, aggiungendo che riguarderà anche l'Eni. Più esattamente l'operazione all'ordine del giorno è la vendita della partecipazione controllata direttamente dal governo. In proposito il giudizio di Gian Maria Gros Pietro, professore di Economia dell'impresa e presidente del consiglio di gestione Intesa Sanpaolo, è positivo: «E' una strada percorribile», dice.

E aggiunge: «Certo si può porre il problema del controllo dell'Eni ma, in generale, il modo migliore per difendere l'interesse nazionale è assicurare la contendibilità delle imprese. Quando poi intervengono necessità specifiche ci sono gli strumenti per provvedere, che si chiamino golden share o golden power. O magari nuove regole sulle offerte pubbliche di acquisto».

TESI
Un aspetto decisivo è se la vendita dei titoli di proprietà del Tesoro può mettere in gioco il controllo dell'Eni. «L'importante è che non sia così - commenta Pellegrino Capaldo, economista e banchiere -. Si può fare tutto, ma la vendita dell'Eni richiederebbe ben altre procedure. E' argomento, io credo, da dibattito parlamentare. La mia impressione è che la cessione della partecipazione non cambi granché. Certo occorrono verifiche attente, che può fare solo chi conosce bene il libro soci. Rimane il fatto che, un pò alla volta, si sta vendendo tutto e senza risolvere minimamente il problema del debito pubblico. Ma questo è un altro discorso».

Su posizioni analoghe Roberto Poli, consulente aziendale e, per nove anni, presidente dell'Eni: «Mantenere l'azionariato di riferimento in Italia è importante - sostiene -. Perché è una delle poche, grandi imprese multinazionali rimaste e il controllo in mani italiane significa la certezza che il quartier generale non verrà trasferito in altri paesi e tanti vantaggi importanti che vanno dalla scuola di formazione dei manager alle assunzioni di nuovi laureati. L'Eni rappresenta un pezzo importante della storia d'Italia e del presente. Non credo che possano essere sufficienti a difenderla strumenti come la golden share, la cui validità è contestata in sede europea».

TIMORI
Il timore è che l'operazione in arrivo s'inserisca in un contesto d'indebolimento della presenza dello Stato in Eni e della stessa società, avviato con la vendita della Snam e della rete dei gasdotti che, tra l'altro, riduce la casistica di applicabilità della golden share al gruppo, perché il trasporto del gas è certamente d'importanza strategica, mentre su altre attività, come la ricerca d'idrocarburi nel mondo, si può aprire il dibattito.

Decisamente contrario alla cessione del pacchetto è Giulio Sapelli, economista e professore, che conferma l'abitudine a parlare chiaro: «La vendita è una follia e rischia di tradursi in un'altra spinta verso la deindustrializzazione. Direi che, a prima vista, siamo di fronte a un caso clamoroso d'incomprensione delle necessità strategiche del Paese e della stessa Eni.

Non serve una privatizzazione ma, semmai, occorre aumentarne la capitalizzazione. Oggi aziende come l'Eni devono affrontare una grande sfida: la ricerca del petrolio dove è ancora possibile trovare nuovi giacimenti, cioè in condizioni climatiche e ambientali terribili. Per questo occorrono soldi, tanti soldi: la capacità di fare investimenti elevati con redditività differita nel tempo».

Più prudente, per una volta, l'ex ministro dell'Economia Giulio Tremonti, che però non nasconde un certo scetticismo: «Per giudicare l'operazione il primo test da fare è quello del padre di famiglia, cioè un test patrimoniale», risponde. Spiegando poi che, «va confrontato il beneficio immediato, gli interessi risparmiati dallo Stato utilizzando i 2,5-3 miliardi ricavati dalla vendita per ridurre il debito pubblico, con i dividendi assicurati dal pacchetto venduto. Ho qualche dubbio che lo scambio risulti conveniente». Il calcolo lo ha fatto Massimo Mucchetti, presidente della Commissione Industria del Senato, secondo cui il risparmio sugli interessi risulta nettamente inferiore.

RICAVATO
In realtà la destinazione del ricavato dalla vendita non è chiara. Anzi, il ministro dello Sviluppo economico, Flavio Zanonato, ha corretto il tiro sottolineando che «decisioni non ne sono state prese» e che, nel caso, il capitale servirà «per nuovi investimenti di sistema e non per ripagare il debito». Una scelta definita «condivisibile» da Alberto Calvo, della società di consulenza strategica Value partners, mentre «il sospetto è che il ricavato possa venire utilizzato a copertura di spese correnti o per ridurre il debito». Secco, in questo caso, il commento di condanna: «Sarebbe un comportamento - conclude Calvo- delittuoso e inaccettabile».

 

 

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