TARTASSA ITALIA - TAGLI ALLA SANITA’ E NUOVE IMPOSTE, LA FINANZIARIA FA TREMARE IL GOVERNINO

Goffredo De Marchis per "La Repubblica"

Al tavolo della legge di stabilità, Enrico Letta cerca di ottenere il risultato fondamentale: «Dev'essere la prima manovra di restituzione dopo anni in cui ai cittadini lo Stato ha chiesto e basta», ripete a tutti i ministri. Ma il tradizionale assalto alla diligenza è cominciato ancora prima dell'arrivo del provvedimento di bilancio in Parlamento. Le regioni contro il governo, il Pdl (e le banche) contro le tasse, in particolare quelle sulle rendite finanziarie.

Ogni bozza un problema, ogni indiscrezione un muro. I governatori hanno già alzato le barricate: niente tagli sulla sanità. È il loro core business. Ma non solo. «Non sono possibili ulteriori riduzioni», avverte Vasco Errani, presidente dell'Emilia Romagna.

«Lo pensa anche il ministro Saccomanni», aggiunge. Dentro l'esecutivo, le regioni hanno un'altra spalla: Stefano Fassina. «Nuovi tagli generano effetti drammatici », spiega il vice all'Economia. Per questo a Palazzo Chigi vogliono correre ai ripari. Inserendo nella legge una cifra indicativa dei tagli, ma rimandando la scelta definitiva alla fine di ottobre quando verrà resa nota l'indagine conoscitiva sugli sprechi nella sanità. Il governo è convinto che se ne troveranno un bel po'. Su quella base saranno usate le forbici.

È una "clausola di salvaguardia" che eviterebbe una rottura immediata oggi, quando il consiglio dei ministri approverà la "Finanziaria", rinviando a un secondo momento e a dati certi l'eventuale scure sanitaria. Ma i presidenti sono in allarme. Hanno chiamato i loro referenti nell'esecutivo, si sono raccomandati: «Noi non reggiamo, cambiate rotta».

Molte regioni sono alle prese con giganteschi piani di rientro. Sono indebitate fino al collo, le prestazioni non funzionano e le giunte chiedono soldi ai contribuenti con le addizionali. È il caso del Lazio, ma è solo un esempio tra tanti. Nicola Zingaretti ha ottenuto da Fassina la promessa di un consistente ridimensionamento dei tagli annunciati. «Non saranno più di 500 milioni », garantisce in queste ore il ministero dell'Economia. E l'indagine conoscitiva, secondo Fassina, servirà veramente a poco: «Si sa tutto sulla spesa sanitaria.

Non c'è più niente da sfrondare». Per «restituire» però bisogna trovare le risorse. Che coprano il cuneo fiscale, le deduzioni per le imprese, gli incentivi alle assunzioni. Da Francesco Boccia, presidente della commissione Bilancio, è arrivato il suggerimento sull'aumento dell'imposta per le rendite finanziarie dal 20 al 22 per cento. Un vecchio pallino di Boccia, un modo per adeguare la legislazione fiscale sui capital gain al resto d'Europa.

È una battaglia che trova l'opposizione di Berlusconi e del Pdl, degli istituti bancari, ma che risponde all'idea, mai realizzata al momento della verità, di una redistribuzione più equa della ricchezza, spostandola dalla rendita alla produzione, agli investimenti, al lavoro. Soprattutto al lavoro per rispondere ai dati tragici sulla disoccupazione.

È una corsa contro il tempo e contro le voci che corrono nel passaggio di mano dei testi tra i ministeri, le commissioni parlamentari e Palazzo Chigi. Dal fronte di Renato Brunetta, per il momento, soffia un vento di tregua: «Non ho visto il provvedimento. E quando non vedo non commento», ha concesso il capogruppo del Pdl alla Camera. In realtà, qualche barricata preventiva si è alzata anche dal centrodestra. Sul solito tema: le tasse, la pressione fiscale.

«Ma il governo - spiega Boccia - stavolta dovrebbe essere al riparo dal clima di campagna elettorale permanente che piace molto a Berlusconi». È il frutto della fiducia ottenuta con i voti decisivi delle colombe guidate da Angelino Alfano.

Oggi se ne dovrebbero misurare gli effetti concreti, quelli che non si sono ancora visti nel turbinoso via vai dei leader Pdl a Palazzo Grazioli. Perché i tempi della manovra, in pratica, coincidono, con la decisione del Senato sulla decadenza (fine ottobre). Un nuovo passaggio decisivo per la maggioranza.

Ma da Alfano Letta ha avuto la garanzia di una tenuta formale e sostanziale sulla legge di stabilità. Tanto forte da permettersi di disegnare lo scenario economico italiano non solo per il 2014, ma per i prossimi tre anni. E nel consiglio dei ministri, non ci saranno scherzi. I titolari del Pdl sono tutti dalla parte del vicepremier.

 

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