TEMPI DURI PER MEDIOBANCA – NAGEL HA UN NUOVO SOCIO FORTE CON CUI CONFRONTARSI IN GENERALI

Antonella Olivieri per il Sole 24 Ore


Mediobanca ha un nuovo socio forte con cui confrontarsi se, come tutto lascia presumere, vorrà continuare a essere azionista stabile di Generali. È il mercato, quel mercato fatto di investitori istituzionali esteri, che ieri si è presentato in assemblea con il 12,8%, poco sotto il 13,24% del primo socio del Leone.

L'istituto guidato da Alberto Nagel ha perseguito in questi anni un obiettivo di ammodernamento della governance, che pur con un percorso a zig-zag dovuto alle difficoltà del caso, è arrivato a produrre il risultato di una formula più conforme agli standard internazionali.

Un board dimezzato nel numero dei consiglieri, insediatosi ieri, che nelle intenzioni dovrebbe consentire di sveltire il processo decisionale. Un bilanciamento nel board tra rappresentanti degli azionisti e amministratori indipendenti. Un accentramento di responsabilità nella figura di un group ceo, chiaramente individuato in Mario Greco, anche se questo ha comportato l'uscita dal consiglio di un top manager del calibro di Sergio Balbinot, che per anni ha ricoperto la carica di secondo amministratore delegato.

La chiarezza sulle deleghe di vertice era già stata fatta, sulla carta, quando si era deciso di porre termine alla lunga presidenza di Antoine Bernheim. Sulla strada Mediobanca finora ha trovato di volta in volta compagni di viaggio in altri soci con partecipazioni rotonde, Caltagirone, De Agostini, Del Vecchio e Crt, con i quali si è trovata una sintesi anche se non sempre necessariamente unità di vedute.

Ma si tratta di investitori che, per natura hanno un'ottica opportunistica, e la cui stabilità prospettica nell'azionariato è l'effetto condizionato anche dagli elevati livello di prezzo (intorno ai 30 euro) ai quali sono entrati nel capitale. L'altro azionista storico, la Banca d'Italia, è stato sostituito dalla Cdp, la cui partecipazione del 4,5% è, almeno in teoria, da considerare temporanea. Dunque resta il mercato. Al quale possono piacere le formule di governance, ma la cui soddisfazione si misurerà sui fatti.

I fatti finora dicono che il nuovo ceo ha prospettato una strategia di concentrarsi sul core business assicurativo, coerente con le aspettative dell'azionista di maggioranza relativa, che è già stata premiata con il recupero del titolo in Borsa, dai minimi inferiori ai 9 euro ai 14 euro attuali. Strategia che è funzionale anche al consolidamento della struttura patrimoniale: «12 miliardi di debito sono troppi, e mettono a rischio il livello del rating», ha detto in assemblea Greco.

A chi contestava che è l'azionista Mediobanca che ha ostacolato il rafforzamento patrimoniale tramite aumenti di capitale, Greco ha risposto che non c'entra nulla Mediobanca, non c'entrano nulla gli aumenti di capitale, ma che l'obiettivo di un management «serio», da qui al 2015 quando si tireranno le somme per poi pensare allo sviluppo, deve essere quello di mettere ordine in casa (dopo 20 miliardi di acquisizioni dal 2000 in avanti) e ricostituire il capitale dismettendo tutti quegli asset accumulati nel tempo che non rispondono ai criteri di redditività richiesti, con l'attenzione a realizzare al meglio.


E questo chiama in causa anche le partecipazioni rilevate nel passato in tandem con Mediobanca. Come ha riassunto il presidente Gabriele Galateri questo significa che «non esistono più partecipazioni strategiche, ma solo quelle coerenti con i nostri obiettivi di redditività».

Ovviamente esistono vincoli dovuti alla partecipazione ai patti, che Greco ha richiamato anche in relazione alla quota detenuta in Piazzetta Cuccia («il problema di un'eventuale uscita finora non si è posto»), ma quando ha potuto Generali nel nuovo corso ha fatto scelte avulse da logiche del passato.

Così la compagnia è uscita dal patto Prelios, ma ha confermato l'impegno per un altro anno in Pirelli. E in Rcs ha deciso di non sottoscrivere l'aumento di capitale. In altri tempi Mediobanca avrebbe forse sollecitato l'appoggio della ricca partecipata, tanto più che all'appello manca ancora il sì di qualche socio sindacato per poter formalizzare il consorzio di garanzia per la ricapitalizzazione di Rcs, dato che tra le condizioni poste c'è che il patto sottoscriva «almeno 200 milioni».

Ma non l'ha fatto e Generali non ha avuto ripensamenti. Ora il nuovo banco di prova sarà Telco, la holding che riunisce il 22,4% di Telecom. Se la filosofia d'azione è quella del nuovo corso che Mediobanca ha promosso c'è da scommettere che la risposta, anche qui, spariglierà le vecchie logiche.

 

ALBERTO NAGEL mario greco generali GABRIELE GALATERI DI GENOLA pellicioli02IL GRAN RABBINO FRANCESE GILLES BERNHEIM

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