LA WATERLOO DEI SALOTTI BUONI - I FONDI STRANIERI, TRA CUI VEDOVE SCOZZESI E PRETI PRESBITERIANI, SI SOSTITUISCONO AGLI EX POTERI FORTI DI MEDIOBANCA E COLONIZZANO PIAZZA AFFARI - IL RISCHIO/VANTAGGIO E' CHE SEGUANO LOGICHE DI BREVE RESPIRO

Ettore Livini per ‘La Repubblica'

Un manipolo di vedove scozzesi, preti presbiteriani e combattivi maestri dell'Illinois sta ridisegnando in questa primavera 2014 la mappa del potere economico di Piazza
Affari.

La Borsa tricolore è stata per quarant'anni una riserva di caccia con due soli protagonisti: i salotti buoni - un groviglio di patti di sindacato e partecipazioni incrociate tra banche e famiglie incaricato di gestire gli affari dei soliti noti - e le aziende di Stato. Oggi il vento è cambiato.

Gli ex-poteri forti, fiaccati dallo sfarinamento delle dinastie industriali, dai prestiti in sofferenza e dalla crisi, sono a corto di quattrini. E in virtù dell'aurea legge ("Articolo quinto, chi ha i soldi ha vinto") coniata da Enrico Cuccia, il deus ex machina di questo mondo, il listino milanese ha trovato il suo nuovo padrone: i grandi fondi esteri.

Un universo magmatico a molti volti - tra cui quello delle mitiche Scottish Widows, i fondi delle parrocchie presbiteriane e i gestori dei risparmi dei professori dell'Illinois - che in un mese, con un uno-due violento quanto inatteso, ha spazzato via i cocci del capitalismo di relazione tricolore e ha messo ko all'assemblea dell'Eni e di Finmeccanica il Tesoro italiano.

La Waterloo dei salotti buoni ha una data e un luogo preciso: l'assemblea di Telecom Italia a Rozzano, 16 aprile 2014. Il copione, lo stesso degli ultimi sette anni, era in teoria già scritto: Telco - la holding partecipata da Generali, Mediobanca e Intesa San Paolo, uno degli ultimi residuati dei salotti buoni - avrebbe voluto nominare con il 22,8% del capitale un nuovo cda a sua immagine e somiglianza. Facendo ratificare al mercato le decisioni prese nelle segrete stanze del miglio quadrato attorno a Piazzetta Cuccia. Non è andata così.

Alla conta dei voti, è arrivata la sorpresa: i grandi investitori internazionali hanno battuto i vecchi padroni di Piazza Affari, nominando tre loro rappresentanti in consiglio. Un eccezione? No, la nuova regola. La presenza dei fondi nelle assemblee delle società italiane è raddoppiata in due anni dall'11,6% al 21,6% del capitale rappresentato, dice uno studio della Fondazione Bruno Visentini.

Oggi con 200 miliardi di investimenti hanno in portafoglio il 38% di Piazza Affari. Sono loro il primo azionista delle Generali (all'ultima assemblea avevano il 15,2%), di Unicredit e Intesa Sanpaolo con quote attorno al 30% e di molte altre blue chip. E dopo anni vissuti da minoranza silenziosa hanno iniziato a far sentire la loro voce nella foresta pietrificata della finanza tricolore. Ne ha dovuto prendere atto, obtorto collo, anche il governo Renzi.

Palazzo Chigi e il Tesoro hanno passato giornate a limare i nuovi requisiti di onorabilità da proporre alle assemblee di Eni, Finmeccanica ed Enel. Convinti di farli approvare senza problemi. Anche loro hanno fatto i conti senza l'oste. Quando il rappresentante di via XX settembre ha messo ai voti il piano all'assemblea Eni, i grandi fondi esteri - allergici alle intrusioni dello Stato - si sono messi di traverso e la norma non è passata. Confermando così che l'Italia ha perso il controllo della maggiore (e più strategica) impresa nazionale. Lo stesso è accaduto in Finmeccanica.

L'identikit dei nuovi padroni di Piazza Affari è un'immagine insieme semplice e complessa. Semplice perché sono i gestori di quella valanga di liquidità ammucchiata negli ultimi anni (o pompata dalle banche centrali) che muove gli equilibri geopolitici del mondo, spostando masse enormi di denaro dalle star-up di Internet ai laboratori biotech, dai derivati ai titoli di stato, dai dollari all'euro, magari affondando - salvo poi reinnamorarsene in questi mesi - i paesi in odore di crisi.

Complessa perché in questo mare magnum ci sono mille realtà finanziarie diverse: fondi a lungo termine, attivisti, hedge che muovono quattrini ai ritmi frenetici dei millesimi di secondo dettati dai programmi computerizzati del listini.

Speculatori? Tutt'altro, dicono loro. «Il 50% dei nostri sottoscrittori sono famiglie, tra cui migliaia di italiani, magari con solo 10mila euro da investire. Non mi pare che questi siano i fantomatici raider di cui si parla», è il mantra di Andrea Viganò, country head del fondo Blackrock, il colosso Usa che gestisce 4.300 miliardi di patrimonio (il doppio del Pil tricolore, 10 volte il valore dell'intero listino tricolore) e che negli ultimi mesi si è messo in tasca il 6% di Intesa e Unicredit, il 5% di Bpm, il 3,7% di Mps oltre a quote importanti in Generali, Fiat, Atlantia e Mediaset.

Il loro sbarco in Italia coincide, non a casa, con l'implosione del sistema dei salotti buoni. Mediobanca, fiutato il vento, ha da tempo iniziato a smontare il suo reticolo di partecipazioni per concentrarsi sul core business della banca d'affari, In pochi mesi si sono sciolti come neve al sole patti di sindacato storici e inossidabili come quelli di Pirelli, Rcs e Benetton. Oggi a questo piccolo mondo antico - che non a caso ha messo in vendita 4 miliardi delle sue quote incrociate - è venuto a mancare il collante che lo teneva unito: i soldi (spesso degli altri).

«Le vecchie famiglie non li hanno. Le banche di riferimento nemmeno. Il meccanismo del do ut des, delle operazioni gestite chiamando a raccolta un gruppo ristretto di amici si è inceppato. Le aziende per crescere o per non morire sono costrette a cercarli dove ci sono: dal mercato e dai fondi», spiega Dario Trevisan, il legale milanese che da anni rappresenta i nuovi poteri forti di Piazza Affari alle assemblee delle aziende quotate. Trevisan non è un Agnelli né un Berlusconi. Eppure si è presentato all'assemblea di Generali con il 15% dei voti, in quella di Telecom con il 27% e all'Eni con il 30%, più dello Stato. «E' un bene? Sì - sostiene lui - . I fondi non sposano interessi e non hanno miopi visioni locali».

Il rischio, dicono i critici, è che i grandi fondi seguano logiche finanziare di breve respiro. «Mi sento di dire che non è così - assicura Valerio Battista, ad di quella Prysmian che uscendo da Pirelli è diventata la prima grande public-company italiana gestita dai grandi investitori istituzionali - : la maggioranza di quelli che stanno sbarcando ora sul mercato italiano è gente seria che investe sul lungo termine. Gente che non ha paura di mettere soldi su un buon progetto. Il loro problema è la remunerazione del capitale, non la diluizione delle quote».

«In America il boom pluridecennale dell'hi-tech e delle biotecnologie è stato sostenuto proprio dai loro soldi. Il mercato su questo fronte è molto più efficiente di banche e famiglie», dice Umberto Mosetti, uno dei massimi esperti italiani di corporate governance che con il fondo Amber ha combattuto con successe alcune battaglie tra cui quelle contro la gestione Besnier in Parmalat. Qualcuno, dopo il voto all'Eni, vede a rischio l'italianità del Belpaese Spa. «Rischio che non esiste - dice il "mercatista" Mosetti - visto che il totem della difesa dell'identità delle nostre aziende è stato utilizzato finora per arricchire singole persone e non nell'interesse della nazione».

Nessuno, per ora, pare aver intenzione di alzare barricate. Anche perché lo Tsunami dei fondi internazionali è stato uno dei fattori chiave per riportare lo spread italiano sotto quota 200. L'importante, dice l'esperienza del passato, è non sottovalutarne l'umoralità. Come arrivano, spesso vanno.. Alla stessa velocità.

E se vogliono colpire duro, anche Vedove scozzesi, preti presbiteriani & Co. sono in grado di far male a chiunque: hanno fatto saltare i vertici di Hewlett Packard, costretto un colosso come Apple a rivedere la sua politica di dividendi, tagliato lo stipendio a un nume tutelare della pubblicità come Martin Sorrell. Il 30% di loro ha votato contro le super-buste paga dei manager italiani nell'ultima tornata di assemblee. Chi ha orecchi per intendere, intenda. La loro battaglia, nello stivale, è solo all'inizio.

 

LA SEDE DI MEDIOBANCA enrico cuccia x MARCO TRONCHETTI PROVERA E ALBERTO NAGEL FOTO BARILLARI ASSICURAZIONI GENERALIlogo intesa san paoloBLACKROCK ANDREA VIGANO LOGO blackrockBLACKSTONE

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