1- C’È VITA SUL PIANETA DELLA SINISTRA! QUANDO NON PETTINA BAMBOLE E NON SMACCHIA GIAGUARI, BERSANI CINGUETTA. POI VA IN TV E RIPETE LE BATTUTE. TANTO CHE ORMAI ANCHE QUANDO PARLA NON FINISCE UN RAGIONAMENTO, COME SE TWITTASSE A 140 BATTUTE 2- NICHITA VENDOLA NO, LA SINTESI NON GLI APPARTIENE. PREFERISCE LA “NARRAZIONE”. PECCATO CHE NON SI CAPISCA QUEL CHE DICE, E INFATTI OGNI VOLTA CHE VA IN TV, GIUSTO SU TWITTER SI CREA UN GRUPPO DI DISCUSSIONE CHE TENTA DI TRADURNE INVANO I RAGIONAMENTI: IL “NICHI MA CHE STAI A DÌ?” DI CERASA ORMAI È UN TORMENTONE 3- ELUCUBRAZIONI DEL TIPO: “NON HO MAI NEGATO CHE SENTO SCLEROTIZZATE LE MIE ANTENNE”. MEJO: “IL SUD, PERIFERIA DELL’ESISTENZA PREDA DI UN BIECO PROTOCAPITALISMO DISLESSICO, NELL’ARSURA CARSICA HA VISTO DISATTESE LE ISTANZE DI CREATIVITÀ”

Foto di Mario Pizzi da Zagarolo

1- VENDOLA: BISOGNA SAPER SPARIRE IO PREPARO LA MIA FUORIUSCITA
Dal "Corriere della Sera" - «Non ho mai negato che sento sclerotizzate le mie antenne». Il linguaggio resta quello suggestivo cui il governatore pugliese Nichi Vendola ha abituato. Ma questa volta, è per parlare del suo possibile addio alla politica. «Ho tanti anni di militanza politica - ha osservato il leader di Sel, ospite di Otto e mezzo su La7 - e penso che un buon dirigente predispone la propria fuoriuscita e il ricambio nella scena politica: un buon leader deve saper sparire, lasciando eredi, magari più bravi di lui. Anche se il cambiamento non si fa con l'anagrafe, ma con la politica».

Lilli Gruber chiede se sta pensando di lasciare la guida di Sel: «Il desiderio è molto forte perché è una vita complicata, si vive sulla graticola pubblica. Sono leader di un partito e ho il fiato sul collo di 4 milioni e 100 mila pugliesi che governo. Un cumulo di responsabilità a volte molto pesante». E conclude: «Mi piace questo lavoro soprattutto quando posso ottenere un cambiamento reale nella vita di qualcuno. Ma non mi piace passare il tempo a occuparmi delle beghe dei clan e sottoclan dei partiti».

2- BERSANI E VENDOLA? NON LI CAPISCE PIÙ NESSUNO - UNO PARLA PER TWEET, L'ALTRO È DIVENTATO IL GIULLARE DEL WEB. FANNO RIMPIANGERE IL POLITICHESE
Paola Setti per "il Giornale"

Il dito nella piaga lo ha messo ieri un ex operaio della Thyssen. Mirko Pusceddu ha scelto un metodo che più antico solo il piccione viaggiatore: una lettera aperta a Pier Luigi Bersani.

L'idea, ha spiegato, gli è venuta dopo aver letto il tweet in cui il segretario del Pd rimproverava ad Angelino Alfano di «scoprire il lavoro solo per non parlare di tv e corruzione». Domanda: «Ma il Pd cosa intende fare per il lavoro?». Benvenuti nell'era di Twitter. Quella in cui, a furia di esercitarsi nell'ardua impresa di far stare un pensiero complesso i 140 battute, i politici hanno abdicato al pensiero, aggrappandosi alla battuta. C'è da rimpiangere il politichese, ché lì almeno a sentirli parlare avevi la sensazione di non capirci una mazza solo perché erano troppo eruditi per te. Qui invece si capisce tutto, poiché non c'è nulla da capire.

Il fenomeno, dalle piazze virtuali a quelle reali, riguarda soprattutto i due leader del centrosinistra, Bersani e Vendola. Il primo è ormai maestro delle (140) battute, ci sarà un motivo se uno diventa segretario, no? Quando non pettina bambole e non smacchia giaguari, Bersani cinguetta. Poi va in tv e ripete le battute. Tanto che ormai anche quando parla non finisce un ragionamento, come se twittasse, affetto da quella «deframmentazione del pensiero da social network» su cui si stanno applicando preoccupati psicologi e sociologi.

Nichi no, la sintesi non gli appartiene. Preferisce la «narrazione». Peccato che non si capisca quel che dice, e infatti ogni volta che va in tv, giusto su Twitter si crea un gruppo di discussione che tenta di tradurne invano i ragionamenti: «Nichi ma che stai a dì?» ormai è un tormentone. L'ultimo capitolo di questa saga è andato in onda ieri su Youdem, con i due leader che dibattevano del futuro della sinistra, come fosse antani per due senza contare che la supercazzola ha perso i contatti con la prematurata, per dirla con un grande classico. Roba da rimpiangere i verbosi addetti stampa e portavoce, oggi emarginati (ma lo stesso pagati, ça va sans dire).

C'è stata una fase in cui pareva che Bersani copiasse da Maurizio Crozza. Adesso pare che il comico stia meditando di licenziare i suoi autori, tanto le battute basta leggerle sul profilo Twitter di Bersani. Dicono che il Pd sembra la destra? Lui ironizza: «Ogni volta che incontro la destra non concordo quasi mai su nulla: ho il vago sospetto che non siamo così uguali». Il Pdl fa saltare l'incontro con Mario Monti? Bersani fa del sarcasmo: «Un nuovo vertice? Attendo istruzioni».

La riforma del lavoro dilania la Cgil e il Pd? Lui avverte criptico: «No a una riforma per lanciare lo scalpo ai mercati», (boh) e poi auspica un accordo così: «Se il tavolo fallisce è liberi tutti», come a nascondino. Fino all'esilarante ramanzina: «Abbiamo una tv pubblica ancorché privata e dovete dirmi quando si vede un luogo di lavoro? Mai. Si fa vedere un ricercatore di corsa, poi cominciamo a parlare io o Gasparri». Geniale.

La stortura del fenomeno è stata chiara qualche giorno fa. Matteo Renzi, uno che twitta ogni mossa del Comune di Firenze, aveva infilato un po' di volte caratteri incomprensibili, tipo: «ò§*aaa@!». Panico, a decine hanno passato ore a cercare di interpretarne il significato, fino a quando il sindaco ha svelato: «Avevo dimenticato di bloccare la tastiera dell'i phone, twittavo a mia insaputa».

Un po' quel che accade con Vendola, solo che lui (e nessun altro) è ben consapevole di quel che va dicendo. Carrellata sulle ultime: «Vasto è solo un'allusione», «È una priorità far buchi in montagna?», «No alla precarizzazione globale del mercato della vita e agli stilemi della retorica nuovista», «Il Sud, periferia dell'esistenza preda di un bieco protocapitalismo dislessico, nell'arsura carsica ha visto disattese le istanze di creatività...».
Una è di Checco Zalone che lo imita: alzi la mano chi la riconosce.

2 - DOPO L´INCONTRO DI VASTO I DUE LEADER TORNANO A CONFRONTARSI ALLA PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI RAMPINI
Annalisa Cuzzocrea per "la Repubblica"

Forse non è un caso che fosse alla presentazione di un libro - quello di Federico Rampini - che si intitola: «Alla mia sinistra». Perché è lì, alla sua sinistra, che sembrava guardare ieri Pier Luigi Bersani mentre parlava animatamente di lavoro, crescita, futuro, governo, alleanze e primarie insieme a Nichi Vendola. Saranno i sondaggi che parlano di una prateria del 25 per cento di voti a sinistra del Pd. Sarà che dalla Francia di Hollande soffia un vento nuovo, «con ricette alternative alla destra europea».

Fatto sta che i due leader - per la prima volta da mesi - hanno parlato più di quel che unisce, che di quel che divide. E allora, è facile per Vendola strappare applausi quando ricorda una frase di Reichlin: «Abbiamo preso lucciole per lanterne, abbiamo scambiato il liberismo per riformismo». O quando dice: «Sconti al governo non ne possiamo fare, non si può essere tecnici sulle pensioni e non esserlo sulla Rai».

Non affonda però, e ascolta il segretario pd che è lì a ricordare: «Il governo Monti è nato perché eravamo a un passo dal baratro. Berlusconi non sarebbe andato via, ci avrebbe portati in Grecia, e io ho detto che non volevamo vincere sulla rovina del Paese. Questo esecutivo non può fare certo quel che faremo o faremmo noi. Quando mi incontro con Alfano, non mi trovo quasi mai d´accordo».

Sulle alleanze del futuro, Bersani è finalmente chiaro: «Sono per formare un centrosinistra di governo che si rivolga a forze di centro moderate e civiche». Mugugni in sala. Lui sbotta: «Agli italiani non possiamo dire che gli asini volano, che di balle ne han sentite fin troppe. L´altra volta non abbiamo mantenuto la promessa, e abbiamo favorito il ritorno di Berlusconi». E allora, stavolta, se i partiti della coalizione non si troveranno d´accordo si deciderà nei gruppi, a maggioranza.

Vendola dice sì, parla di «stagione che ci vede divisi, ma speriamo sia breve». Non vede come un abominio un´alleanza col centro, anche se invita a partire dalle cose concrete: lavoro, diritti civili, rapporto Stato-Chiesa. C´è una linea Maginot però, per il leader di Sel: «Sull´articolo 18 l´unica manutenzione possibile è sui tempi delle cause di lavoro». Da questo dipende un futuro di unità. Da questo, e da quella parte del Pd che non ha mai visto di buon occhio la foto di Vasto. E che difficilmente accoglierà bene la foto di Roma, scattata a piazza di Pietra, in una ventosa sera di fine inverno.

 

 

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