COSE DI COSA NOSTRA - BRUSCA AL PROCESSO SULLA “TRATTATIVA”: “IL PAPELLO FINÌ A MANCINO, ME LO DISSE RIINA. MANGANO S’INCONTRÒ CON DELL’UTRI NEL ’91 PER PARLARE DELL’ATTENUAZIONE DEL 41 BIS”

Paolo Colonnello per "La Stampa"

L'uomo che sciolse nell'acido il 14enne Giuseppe Di Matteo, che premette il pulsante del telecomando per la strage di Capaci e che ha ucciso un numero indefinito di persone durante il regno mafioso di Totò Riina, racconta la storia dei rapporti tra lo Stato e la mafia parlando molto dei morti, un po' meno dei vivi, poco o nulla degli ultimi "referenti" che gestirono la terribile stagione delle stragi, conclusasi nel '93 con le bombe di Roma, Firenze e Milano.

Giovanni Brusca, nell'aula bunker persa nelle nebbie di Ponte Lambro dove si è trasferito il processo di Palermo, circondato da un paravento e da uomini della polizia penitenziaria coperti da un passamontagna, risponde con cortesia ai pm e si commuove solo ricordando l'incontro con Rita Borsellino.

Che lo ha convinto, a suo dire, ad essere finalmente sincero. Ma non incanta i parenti delle vittime dell'Associazione dei Georgofili, al processo per testimoniare solidarietà al pm Nino Di Matteo, che dopo le ultime, pesantissime minacce mafiose è rimasto a Palermo, e per seguire le dichiarazioni di Brusca, che giudicano «deludenti». «È stato reticente sulla seconda fase della trattativa, quella che coinvolge Dell'Utri e i politici della Seconda Repubblica.

È un livello che non vuole affrontare», dice la presidente dell'associazione, Giovanna Maggiani Chelli. Ma sul periodo d'oro della vecchia Dc siciliana e dell'espansione sanguinaria di Riina, Brusca è prodigo di particolari, pur rivelando ben poche novità rispetto ai verbali del suo pentimento. Racconta che un giorno Riina «fece sapere che Ciancimino doveva salire sul palco con Andreotti che non lo voleva, altrimenti avrebbe ucciso prima i cugini Salvo, poi Lima e poi Andreotti. E Ciancimino salì».

Punta il dito su Nicola Mancino, l'ex presidente del Senato e prima ancora ministro degli Interni cui sarebbe stato destinato il famoso «papello» delle richieste di Riina per attenuare il carcere ai boss mafiosi e ottenere defiscalizzazioni sulla benzina in Sicilia, spiega che l'omicidio di Salvo Lima e la strage in cui morì Giovanni Falcone fu organizzata per sbarrare definitivamente la strada verso il Quirinale a Giulio Andreotti, ritenuto ormai un interlocutore in declino di Cosa Nostra, un «traditore» incapace di fermare inchieste e processi.

E ricorda come Totò u' curtu, che ascolta in teleconferenza dal carcere di Opera, dopo la bomba di Capaci fosse contentissimo: «Mi diceva: "Si sono fatti sotto e mi hanno chiesto: cosa volete in cambio per finirla? E io gli ho dato un papello così". E fece il gesto di un foglio. Era ottimista, convinto di avere ottenuto un risultato». E chi «si era fatto sotto» per trattare con la mafia se Andreotti era in declino?

«Pensavo fossero soggetti politici», dice Brusca. Ma poi precisa che secondo lui «il destinatario era Mancino» (nel processo imputato come l'ex senatore Marcello Dell'Utri, di cui Brusca parla solo una volta). Una novità parziale: «Ancora non avevo detto del contatto con Mangano, che era un capo mandamento, per arrivare a Dell'Utri. Non l'ho detto prima perché ogni volta che parlavo scoppiavano polemiche. Ma quel contatto ci fu: Mangano s'incontrò con Dell'Utri nel '91 per parlare dell'attenuazione del 41 bis». Cioè del carcere duro per i boss.

Ma nel '91, il comma relativo del 41 bis non era in vigore: fu introdotto nel '92, dopo la strage di Capaci. Poi, dopo quasi 7 ore, Brusca non risponde all'ultima domanda del pm Tartaglia: l'eliminazione del giudice Paolo Borsellino era legata al discorso sulla trattativa? «No, in maniera specifica no».

Brusca parla anche del progettato attentato all'allora procuratore antimafia Piero Grasso: «Riina intorno a novembre del 1992 mi disse che dovevamo dare un altro colpetto per farli tornare e pensammo così di colpire Piero Grasso. Preparammo la chiave per aprire un tombino vicino casa della suocera di Grasso a Monreale. Dovevamo metterci l'esplosivo. Eravamo arrivati a buon punto. Mi ero procurato il telecomando con i catanesi. Poi per un problema tecnico desistemmo e l'argomento si chiuse».

 

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