CHE BUDDANAIO! – IL BUDDISMO È L’UNICA GRANDE RELIGIONE IN CALO NEL MONDO: TRA IL 2010 E IL 2020 C’È STATA UNA RIDUZIONE DEI PRATICANTI DEL 5% - I MOTIVI SONO VARI: I BUDDISTI TENDONO A ESSERE PIÙ ANZIANI DELLA MEDIA MONDIALE E SPESSO VIVONO IN PAESI CON BASSI TASSI DI NATALITÀ, MOLTI ABBANDONANO LA FEDE NELL’ETÀ ADULTA E LA REPRESSIONE SCORAGGIA LA PRATICA (COME AVVIENE IN TIBET DA PARTE DELLA CINA) – IN ALCUNI CASI LA FILOSOFIA RELIGIOSA SI È TRASFORMATA: NEL SUDEST ASIATICO ALCUNI MOVIMENTI BUDDISTI SI SONO RADICALIZZATI E POLITICIZZATI, MENTRE IN OCCIDENTE IL BUDDISMO VIENE SPESSO RIDOTTO A MINDFULNESS, PERDENDO GRAN PARTE DELLA SUA DIMENSIONE SPIRITUALE ORIGINALE…
Estratto dell’articolo di Carlo Pizzati per “la Repubblica”
[…] Mentre globalmente islam, induismo, cristianesimo e ebraismo crescevano tra il 2010 e il 2020, il numero dei buddisti calava da 343 a 324 milioni: una contrazione del 5 per cento in un decennio in cui la popolazione mondiale aumentava del 12. Lo rivela il più grande studio demografico sulle religioni mai condotto, pubblicato dal Pew Research Center su dati raccolti in 201 Paesi.
[…] Il calo ha due motori. Il primo è demografico: i buddisti tendono a essere più anziani della media mondiale e spesso vivono in Paesi con bassi tassi di natalità. Il secondo è il cosiddetto switching religioso: per ogni 100 adulti cresciuti buddisti, 22 abbandonano la fede nell'età adulta, mentre soltanto 12 la abbracciano per conversione.
Il Pew non isola una terza causa, ma la politica cinese in Tibet la suggerisce con forza: non secolarizzazione volontaria, ma repressione sistematica di Stato. La Rivoluzione culturale ha demolito templi e comunità monastiche in Cina; l'occupazione militare ha criminalizzato la pratica da decenni.
[…] Ma anche questa aritmetica, da sola, non spiega tutto. Bisogna capire dove avviene lo svuotamento spontaneo e dove, invece, l'abito monastico si sta trasformando in strumento di violenza etnica.
[…] Nell'Asia ricca, cioè in Giappone, Corea del Sud, Hong Kong, Taiwan, Vietnam oltre alle città cinesi più sviluppate, il buddismo perde fedeli formali, ma non scompare come substrato culturale. […]
Nell'Asia sudorientale postcoloniale, invece, accade il contrario. La veste monastica non si svuota: si arma. Sonia Faleiro, scrittrice e giornalista indiana tra le più rigorose, nel saggio The Robe and the Sword (Columbia Global Reports) arriva a una tesi scomoda, ma necessaria: il trauma dell'occupazione coloniale è la causa primaria della violenza religiosa in Sri Lanka, Myanmar e Thailandia.
I britannici se ne andarono lasciando umiliazioni storiche non elaborate, economie fragili, identità maggioritarie traumatizzate e pronte a cercare un nemico interno. Il monaco Gnanasara che incita le folle contro i musulmani, Wirathu che contribuisce ad accendere un genocidio, i monasteri thailandesi che consolidano il potere militare sono il frutto avvelenato di quel trauma. […]
Dove il buddismo era stato usato dai colonizzatori come marcatore identitario da amministrare, nel postcoloniale diventa strumento di potere etnico. Non è una novità: la storia documenta monasteri buddisti al servizio di eserciti invasori secoli prima dei britannici, e monaci che hanno guidato resistenze anticoloniali con la stessa veste.
Poi c'è il mondo non asiatico che acquisisce questo stesso buddismo, spesso lo svuota della dottrina, riducendo tutto a tecnica cognitiva in app e corsi aziendali. La diagnosi più precisa la offre Byung-Chul Han, il filosofo sudcoreano-tedesco secondo il quale la meditazione si ammutolisce in una mindfulness da prestazione, il "mi piace" diventa l'analgesico di un presente in cui la felicità si assottiglia fino a diventare benessere.
E il benessere si riduce a rendimento. La mindfulness aziendale è la dimostrazione più evidente: il risultato secolare della più sofisticata tradizione contemplativa asiatica diventa lubrificante dell'autosfruttamento.
[…] A differenza di ebraismo, islam e induismo, il buddismo non ha mai avuto una lingua sacra. A viaggiare non è mai stata un'idea astratta: sono stati monaci e mercanti, con testi, reliquie e immagini sulle spalle. Questa capacità, che ha spinto il dharma dall'India alla Cina, al Giappone, al Tibet, alla Thailandia, Sri Lanka e Myanmar, ha portato oggi la mindfulness nelle app aziendali e lo zen a diventare un aggettivo. Il meccanismo è identico. Solo il contesto è diventato assurdo.
E non è nemmeno nuovo: Lopez ricorda che Marco Polo nel 1291, dopo aver descritto la vita del Buddha nello Sri Lanka, concluse che se fosse stato cristiano «sarebbe stato un grande santo di Nostro Signore Gesù Cristo». La tradizione europea di ridurre il Buddha a qualcosa di familiare ha 730 anni.
Il sondaggio Pew ha fotografato soltanto la superficie: il calo dei numeri formali, la diminuzione delle affiliazioni dichiarate. Ma la notizia non è che il buddismo si stia svuotando.
È che si sta moltiplicando in forme inconciliabili: spettrale nel Nordest asiatico, bellicoso nel Sudest, terapeutico in Europa e nel mondo anglosassone, clandestino in Tibet. Forse è proprio questa moltiplicazione inconciliabile la spiegazione più onesta del paradosso di partenza: una tradizione si svuota numericamente quando si frammenta troppo, quando invecchia senza ricambio in Asia orientale, si radicalizza in quella sudorientale, sopravvive clandestinamente in Tibet e si dissolve in tecnica cognitiva nei Paesi in cui cresce. Restano, ovunque, i praticanti autentici: quelli che il sondaggio non sa contare e che il mercato non sa vendere. La domanda è se bastino a tenere in vita qualcosa di riconoscibile come buddismo.
LA STATUA DI BUDDHA RUBATA
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MONACI BUDDISTI
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