campi profughi

IL TRICOLORE SVENTOLA SUI CAMPI PROFUGHI – QUELLI DI ROMA SONO OCCUPATI DA ITALIANI CHE HANNO PERSO TUTTO. VIVONO IN CAMPER O SOTTO TENDE LUNGO GLI ARGINI DEL TEVERE – GIOVANI E ANZIANI ABBANDONATI DALLE FAMIGLIE, STORIE DI DEGRADO ORA RINFACCIATE ALLA RAGGI, CHE VUOLE DARE UN CONTRIBUTO ALL’AFFITTO PER GLI ZINGARI

 

Antonio Borrelli per Il Giornale

 

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Era il 2015 quando il primo campo profughi per italiani a Roma attirò l'attenzione della politica sul crescente fenomeno di indigenza tra i cittadini della Capitale. Ma si trattò solo di un fuoco di paglia, perché i campi Rom e le vicende legate alla vita dei sobborghi degli stranieri fanno più rumore. Eppure oggi sono almeno tre gli spazi pubblici di Roma che centinaia di italiani poveri hanno adibito a residenze permanenti, in mancanza di una casa vera e propria.

 

Basta aguzzare un po' la vista tra le strade capitoline per rendersi conto di un fenomeno in aumento esponenziale, che anche dalla Caritas è stato definito «preoccupante e sottovalutato». A Tor di Quinto, a poche centinaia di metri dalla zona chic di ponte Milvio, è nata una vera e propria tendopoli, nascosta dagli alberi e lontano da occhi indiscreti. Sulla sponda del Tevere, quasi come in un ritorno alle radici della civiltà, decine di squatter vivono in «comunità».

 

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Si tratta perlopiù di giovani dal passato difficile provenienti da varie zone del Lazio e del centro Italia, ma ci sono anche adulti che non possono permettersi più di una tenda usurata inchiodata nel fango. «Ho una situazione familiare tremenda, ho deciso di andarmene di casa, preferisco vivere così», si limita a dire con un sibilo Marco, 21enne. Ma non serve allontanarsi troppo per toccare con mano la nuova estrema povertà. A Scalo San Lorenzo, nel cuore della zona universitaria di Roma, c'è un enorme parcheggio costantemente occupato da una trentina di camper e roulotte.

 

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A prima vista sembrano mezzi in sosta come tanti, ma a ben guardare spuntano dettagli singolari: braci ed elettrodomestici all'aperto, tavoli, sedie e tanti rifiuti qua e là. È un vero e proprio campo profughi di italiani. Tra gli oltre cento poveri presenti si trova di tutto: persone cadute in disgrazia, abbandonate dalla famiglia, uomini e donne con disagi psichici, drogati. Sono i più fortunati (per usare un eufemismo), perché possono almeno permettersi un tetto rigido sotto il quale dormire. «Qui siamo tutti italiani - dice Daniele, uno dei “residenti». La maggior parte è qui da mesi, i primi sono venuti qualche anno fa, altri vanno via e ne arrivano di nuovi».

 

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Non organizzano manifestazioni di protesta, non espongono striscioni, ma silenziosi conducono la propria vita arrangiandosi come possono. Il campo di san Lorenzo è un microcosmo, specchio di un pezzo di società italiana ammazzato dalla crisi. «Facevo il meccanico a Ostia - continua Daniele - ma le cose non sono andate bene e ho perso tutto. Avevo provato ad occupare una casa e dopo due settimane ci ho trovato dentro stranieri. Adesso ho solo questa roulotte che non posso neanche spostare».

 

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A pochi metri dal campo, ormai pieno, è un pullulare di camper di terza mano. Le targhe recitano la geografia dell'Italia: Torino, Pisa, Bologna, Napoli. Dentro si trovano intere famiglie emigrate venti anni fa che ora vivono al di sotto della soglia della povertà nella Capitale. Basta spostarsi di qualche chilometro per trovare un campo simile: lungo il muro del cimitero del Verano, sono parcheggiati giorno e notte più di una decina di mezzi. Qui, però, gli italiani hanno altri «vicini di casa» e convivono con rumeni e bulgari, tutti a bordo dei propri van.

 

E mentre la giunta Raggi discute di come chiudere i campi Rom con stanziamenti milionari, Roma somiglia sempre più ad una Gotham City dei nostri tempi, divisa da uno spesso strato che separa due mondi lontani.

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