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CI SONO MOLTI MOTIVI PER CUI I PAESI EUROPEI NON VOGLIONO UTILIZZARE I 185 MILIARDI DEGLI ASSET RUSSI CONGELATI – IL BELGIO, DOVE SI TROVANO IL 90% DEI QUEI BENI, È IL PAESE CHE HA ESPRESSO LE MAGGIORI RISERVE, TEMENDO DI DOVER RIMBORSARE MOSCA, SE IN FUTURO UN TRIBUNALE INTERNAZIONALE SANCISSE CHE IL RICORSO A QUEI FONDI È UN ESPROPRIO. MA ALTRI GOVERNI SI NASCONDANO DIETRO IL “NO” DI BRUXELLES: GERMANIA, FRANCIA E ITALIA – FUBINI: “C’È UNA RAGIONE POCO CONFESSABILE, DIETRO LA FREDDEZZA DI FRANCIA E ITALIA SUL PIANO PER LE RISERVE RUSSE. IMPRESE DI ENTRAMBI I PAESI HANNO ANCORA SOSTANZIALI ATTIVITÀ E BENI INVESTITI IN RUSSIA E TEMONO IL SEQUESTRO DA PARTE DEL GOVERNO DI MOSCA, COME RITORSIONE…”

Estratto dell’articolo di Federico Fubini per www.corriere.it

 

VLADIMIR PUTIN CON IL BINOCOLO

La pressione in vista di un accordo per l’uso delle riserve russe a favore dell’Ucraina ricade oggi tutta sul Belgio. È in Belgio che si trova il 90% circa di quei beni congelati, con i 185 miliardi depositati presso la piattaforma finanziaria (privata) Euroclear con base a Bruxelles.

 

È sempre il Belgio ad aver espresso le maggiori riserve all’uso di quei fondi russi, temendo di dover rimborsare Mosca in proprio se in futuro un tribunale internazionale sancisse che il ricorso a quei beni è un esproprio (oppure se si arrivasse ad un accordo che implica la levata di tutte le sanzioni e la restituzione delle riserve).

 

[...]

 

confisca degli asset russi

In queste condizioni accusare il Belgio dello stallo europeo e di un eventuale fallimento sui beni di Mosca sarebbe facile. Facile, ma fuorviante. Appare più probabile che altri governi oggi si nascondano dietro le obiezioni belghe, tenendo in secondo piano le proprie riserve e gli ostacoli che essi pongono a un accordo. Quali governi? Germania, Francia e Italia.

 

[...] Il cancelliere Friedrich Merz vuole finanziare l’Ucraina con le riserve russe. Ma la debolezza della sua coalizione con la Spd e quella specifica del suo partito (Cdu-Csu, al 24% nell’ultimo sondaggio Forsa di inizio dicembre) di fronte alla destra estrema di Alternative für Deutschland (al 26%, sempre nell’ultimo sondaggio Forsa), spinge il governo tedesco a porre delle condizioni complicate. In particolare, la Germania ha chiesto ed ottenuto dalla Commissione europea un meccanismo che sta inceppando l’intera struttura del prelievo dei beni.

 

VOLODYMYR ZELENSKY EMMANUEL MACRON ALL'ELISEO

Questo prelievo è concepito, sul piano legale, come segue: la Commissione europea colloca presso Euroclear un titolo di debito da 185 miliardi, in cambio del quale Euroclear presta questa somma alla Commissione europea in denaro liquido. Grazie a essa poi Bruxelles finanzia l’Ucraina, come anticipo delle riparazioni che si ritiene la Russia sarà condannata a pagare a Kiev in futuro.

 

In caso che poi la Russia in futuro paghi davvero le eventuali riparazioni, l’Ucraina stessa dovrebbe rimborsare la Commissione Ue, che poi rimborserebbe Euroclear, che poi eventualmente rimborserebbe Mosca: ovviamente solo se quest’ultima – in un futuro ipotetico – appunto pagasse le riparazioni all’Ucraina. Se rifiutasse di riconoscere quelle riparazioni, invece, si intende che le riserve russe restano all’Ucraina in sostanza come (parziale) indennizzo.

 

volodymyr zelensky giorgia meloni foto lapresse

C’è però una clausola tedesca che inceppa l’intero meccanismo. Merz ha convinto von der Leyen a far sì che il titolo di debito della Commissione, da consegnare a Euroclear, sia infruttifero e non rivendibile sul mercato. In pratica, sarebbe come una cambiale senza interessi di von der Leyen a Euroclear: nessun altro saprebbe cosa farsene.

 

Perché questo è un problema? Lo è proprio perché quel titolo di debito ha caratteristiche tali – zero cedola, invendibile sul mercato – che Euroclear non potrebbe presentarlo in garanzia alla Banca centrale europea per ricevere liquidità. Invece questa possibilità di accedere ai prestiti della Bce sarebbe essenziale per assicurare la sopravvivenza di Euroclear.

 

Va infatti considerato lo scenario in cui, a causa di una sentenza internazionale o del ritiro delle sanzioni, la piattaforma finanziaria belga fosse chiamata a rimborsare immediatamente le riserve a Mosca. Da sola non potrebbe farlo, perché non ha i fondi propri e perché avrebbe in mano solo un titolo di credito infruttifero consegnatogli dalla Commissione europea.

 

asset russi congelati

Ma se Euroclear non potesse impegnare quel titolo in Bce in cambio di denaro liquido, a quel punto la stessa società finanziaria rischierebbe di fare default verso Mosca. E un fallimento di Euroclear rischierebbe di essere più devastante per l’economia europea del crash di Lehman Brothers, perché l’azienda di Bruxelles intermedia titoli per 100 mila miliardi di euro ogni tre mesi e ha in deposito altri titoli per 42 mila miliardi di euro.

 

La soluzione sarebbe semplice: far sì che il titolo consegnato dalla Commissione Ue a Euroclear frutti un interesse (anche basso) o sia rivendibile sul mercato; con una di queste due caratteristiche, la Bce potrebbe accettarlo in garanzia e il problema sarebbe risolto.

 

VOLODYMYR ZELENSKY EMMANUEL MACRON ALL'ELISEO

Ma non si può, per ora. Non si può perché la Germania non vuole. E non vuole perché un titolo che frutti gli interessi o sia rivendibile sul mercato assomiglierebbe troppo da vicino a un eurobond, che per Merz è un tabù dato che il cancelliere teme l’avanzata della destra antieuropea di AfD.

 

Poi ci sono le responsabilità di Italia e Francia. Per metterle a fuoco va tenuto conto che il Belgio non oppone un rifiuto totale all’uso delle riserve russe; piuttosto, chiede che tutti i Paesi europei garantiscano la propria parte di rimborso nel caso in cui sia il Belgio a dover eventualmente rifondere Mosca. Il piccolo Paese, con un’economia di circa 560 miliardi di euro, teme altrimenti di essere devastata da un singolo pagamento da 185 miliardi.

 

giorgia meloni volodymyr zelensky foto lapresse

Per questo al Belgio non bastano vaghi impegni, ma chiede garanzie legalmente esigibili dagli altri Paesi europei (pur accettando di fare la propria parte). E perché le garanzie siano esigibili, gli altri governi dovrebbero approvare le relative leggi in parlamento: un po’ come l’Italia fece per le garanzie sul credito alle imprese durante il Covid.

 

I governi di Italia e Francia dovrebbero, entrambi, impegnarsi dunque su circa 25 miliardi di euro ciascuno: non da sborsare, né da accantonare, ma da versare solo in caso di escussione delle garanzie.

 

Ma né Giorgia Meloni, né Emmanuel Macron hanno intenzione, per ora, di affrontare l’impopolarità di un passaggio parlamentare che offra garanzie in nome dell’Ucraina. Ritengono entrambi che il costo politico per loro sarebbe troppo elevato. Per questo non intendono aiutare il Belgio a risolvere il suo problema. Non così, almeno.

 

C’è forse poi un’altra ragione anche meno confessabile, dietro la freddezza di Francia e Italia sul piano per le riserve russe. Imprese di entrambi i Paesi hanno ancora sostanziali attività e beni investiti in Russia e temono il sequestro da parte del governo di Mosca, come ritorsione al piano europeo sulle riserve.

 

Total Energies

La francese Total Energies ha notevoli quote azionarie in Novatek (giacimenti di petrolio) e Yamal LNG (giacimenti e liquefazione di metano). In Russia operano poi anche grandi e medie imprese italiane come Cremonini (fa la distribuzione di carni negli ex stabilimenti McDonald, ora in mano a un oligarca locale), Ferrero o De’ Longhi.

 

I conti contenenti gli utili delle imprese italiane dal 2022 valgono almeno mezzo miliardo di euro, sono bloccati in Russia e sarebbero senz’altro sequestrati in caso di uso delle riserve.

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