2026veltroni walter veltroni

CAFONAL! – MA QUANTI LIBRI SCRIVE WALTERLOO? ALLA CASA-MUSEO DI ALBERTO SORDI A ROMA, VELTRONI PRESENTA IL SUO NUOVO ROMANZO “IL BAR DI CINECITTA’” CON PAOLA CORTELLESI E CARLO VERDONE – IN PRIMA FILA, CON MOCASSINO BIANCO LATTE RIVEDIBILE, TRONEGGIA ELLY SCHLEIN CON SGUARDO PERSO NEL VUOTO (E FORSE WALTER AVRA’ PENSATO CHE ERA MEGLIO INTERVISTARE L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE!) – AVVISTATI ANCHE MARIA ELENA BOSCHI ORMAI USCITA ALLO SCOPERTO CON IL SUO NUOVO FIDANZATO, L’AVVOCATO ROMANO ROBERTO VACCARELLA, LA TRANSFUGA DEM MARIANNA MADIA, APPRODATA ALLA CORTE DI RENZI, MYRTA MERLINO CON MARCO TARDELLI E…

 

 

 

Articolo di Marco Famà per https://lifestylemadeinitaly.it/ - Estratti

 

stefania ulivi paola cortellesi carlo verdone walter veltroni (4)

La prima tappa del tour di presentazione de “Il Bar di Cinecittà”, l’ultima fatica letteraria di Walter Veltroni edita da HarperCollins Italia, è stata (…) celebrato in un luogo che della Settima Arte è il custode silenzioso, la Fondazione Alberto Sordi a Roma.

 

Noi di Lifestyle Made in Italy eravamo presenti per testimoniare un incontro che ha riunito sul: l’autore Walter Veltroni, affiancato da due icone assolute come Paola Cortellesi e Carlo Verdone.

 

(…) Secondo il regista la capacità del romanzo di intrecciare la grande Storia con le piccole, immense vite di chi Cinecittà l’ha vissuta “dietro le quinte”, risuona perfettamente con la poetica di Scola. I suoi aneddoti sugli anni d’oro della commedia italiana e sul legame con i grandi maestri hanno confermato quanto “Il Bar di Cinecittà” sia un’opera necessaria per comprendere chi eravamo e, soprattutto, chi vogliamo tornare a essere: un popolo capace di creare bellezza universale.

 

IL NUOVO ROMANZO DI WALTER VELTRONI: LA FABBRICA DEI SOGNI DAL BANCONE DEL BAR

Articolo di Giuseppe Tornatore per il “Corriere della Sera” - Estratti

 

elly schlein (7)

Ci sono romanzi che, non appena letta l’ultima pagina, tornano nel buio della dimenticanza, e altri dai quali non vorresti separarti, perché ti restano dentro, vorresti non finissero mai, e ti raccontassero, sia pure solo nella filigrana delle pagine di guardia, il seguito, il dopo, l’infuturarsi dei personaggi. Il nuovo romanzo di Walter Veltroni Il bar di Cinecittà, fa parte di questa seconda categoria.

 

Non soltanto per l’arco di storia che ripercorre, dal 1937, anno di inaugurazione di Cinecittà, la mecca dell’arma più forte, come Benito Mussolini definì la cinematografia, sino ai primi anni Ottanta, sul set di Ballando ballando, il film di Ettore Scola girato negli stessi teatri di via Tuscolana fortemente voluti dal Duce, ma per l’approccio con cui Veltroni ci fa rivivere, in una vera e propria esperienza sensoriale, mezzo secolo di vita italiana.

 

roberto vaccarella maria elena boschi

(...)  l’affinato procedimento narrativo ordito da Veltroni ti impone sin da subito l’istinto di ignorare in quale piega cronologica di quel tempo tu sia nato. Perché la prima cosa che avverti leggendo è che ci sei stato sempre e ci sei ancora. Come il giovane protagonista Diotallevi Giovanni, classe 1921, assunto sin dal primo giorno di apertura della capitale del cinematografo con la qualifica di barista.

 

Ed è proprio il bar di Cinecittà, al pari della sala da ballo nella pellicola di Scola, il luogo su cui fa perno tutta la storia, come in altri film del grande sceneggiatore e regista, Una giornata particolare, La famiglia, La cena, tutti gravitanti intorno a un unico ambiente, e come in tante pellicole che hanno segnato la storia del cinema, da Ombre rosse di John Ford, a L’angelo sterminatore di Luis Buñuel, da Non si uccidono così anche i cavalli? di Sydney Pollack ad Arca russa di Aleksandr Sokurov o il recente Here di Robert Zemeckis.

 

marianna madia maria elena boschi (2)

Un’unità di spazio, quella del bar di Cinecittà, solo casualmente spezzata da scenari che ne sono la naturale estensione. Come lo stadio di Monte dei Cocci dove i romanisti che non possono permettersi il lusso di acquistare il biglietto d’ingresso possono intravedere solo metà campo, da lontano, costretti a immaginare una parte del gioco, o il Ghetto dei rastrellamenti tedeschi del 16 ottobre 1943, o via Urbana, la strada dove vive la famiglia del protagonista.

 

Entro il perimetro di questa geometria, la Storia con la S maiuscola aleggia costantemente e subordina la vita quotidiana dei mille personaggi che animano la trama del racconto.

 

Un coro di figure reali, da Marcello Mastroianni a Primo Carnera, a Mario Camerini, Alberto Sordi, Alida Valli, Vittorio De Sica, Federico Fellini, Alessandro Blasetti, Amedeo Nazzari, interagisce e si confonde con altro di fantasia, composto da Giovanni, Cesare, Rosa, Mariuccia, Franco e il piccolo Umberto così chiamato perché concepito tra le scenografie di Umberto D., in una contaminazione che finisce per rendere frutto d’invenzione il primo corpo di voci e desunto dalla vita reale il secondo, in una democrazia narrativa che ti stordisce e ti conquista.

 

marco tardelli

Come nel celebre dipinto di Renato Guttuso, Caffè Greco, dove grandi figure storiche come de Chirico, Moravia, Pasolini, e persino Buffalo Bill, coabitano gomito a gomito con ignoti avventori del celebre locale di via Condotti, e non meno che in un’altra tela guttusiana, I funerali di Togliatti (...)

 

Tra i tavolini dove comparse e macchinisti prendono momenti di riposo dalle fatiche del set, la Storia della politica italiana s’intrica a quella del cinema a partire dalle sciagure del fascismo sino alla tragedia di Aldo Moro in un respiro che è del grande romanzo storico. Nell’opera di Walter Veltroni però la metatemporalità delle opere di Guttuso è soppiantata dalla linearità narrativa del cinema più semplice e popolare.

 

elly schlein (6)

Il bar di Cinecittà è una macchina del tempo che scorre per dritto, come la pellicola in un proiettore. Rullo uno, rullo due, rullo tre. La vita del giovane barista evolve, sotto la guida saggia sino alla sottomissione del padre Cesare, trasportatore ai Magazzini generali, della madre Rosa, casalinga e pilastro di famiglia, del signor Franco Romoli gestore del bar, antifascista silenzioso, che, lacerato dal dolore per la morte del figlio in guerra, lascerà in eredità al giovane Diotallevi la guida del locale dove tutti i grandi e gli umili del cinema e del potere politico sono passati a bere una cedrata intrecciando tra loro le proprie parabole esistenziali, anche quando la Storia non soffia nello stesso verso dei loro valori e delle loro aspirazioni.

 

E così persino un grande sceneggiatore e militante comunista come Sergio Amidei può trovarsi a dover scrivere Harlem, un film di regime dalla vita travagliata in cui i neri e i giudei sono rappresentati come feccia umana e interpretati da veri prigionieri di guerra costretti al ruolo di comparse, e il cui cosceneggiatore, Giacomo Debenedetti, non ha diritto al caffè sul set.

 

paola cortellesi carlo verdone

«È un ebreo — spiega una spia dell’Ovra infiltrata a Cinecittà— Lo teniamo d’occhio, non firmera neanche la sceneggiatura. Che poi fa ridere, un ebreo che scrive un film razzista». Così come Vittorio Mussolini può acquistare una sceneggiatura, La fine del mondo, ignorando di essere stata scritta da un altro giudeo, Enrico Lombroso, il quale non può firmare le sue opere perché lavora come negro al servizio degli sceneggiatori. «Un ebreo, che fa il negro, gli manca solo di essere laziale». (...)

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