COME L’ATOMICA - FILIPPINE IN GINOCCHIO, SI TEMONO OLTRE 10MILA MORTI - PECHINO SI VENDICA DI MANILA: INVIATI SOLO 100MILA DOLLARI

1 - FILIPPINE, GLI AIUTI SONO IN RITARDO E LA CINA DÀ SOLO 100 MILA DOLLARI
Guido Santevecchi per il "Corriere della Sera"

Servono subito 300 milioni di dollari per soccorrere le Filippine colpite venerdì scorso da Haiyan, il più terribile tifone della storia. L'appello è stato lanciato dalle Nazioni Unite che, ora dopo ora, aggiornano il conteggio delle vittime, rendendolo più doloroso. Sono 11 milioni i filippini che hanno bisogno di aiuto, 800 mila le persone rimaste senza casa. I corpi recuperati ieri sera erano 1.774, i feriti 2.487 e i dispersi 82: una precisione che stride con l'incertezza sul numero reale dei morti, stimato in oltre 10 mila, più altre migliaia di scomparsi.

La situazione, la lentezza degli aiuti, sei giorni dopo il disastro, «spezzano il cuore», dice il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon.
Le strade, nelle Filippine, sono sempre state un problema. Le comunicazioni interne nell'arcipelago sono sempre state difficili. E la devastazione portata nelle isole centro-orientali da venti a oltre 300 chilometri l'ora, i 400 millimetri di pioggia caduti in poche decine di minuti, l'ondata risalita dal mare alta tra i 6 e i 15 metri hanno causato la paralisi. Ieri ha ricominciato a piovere, 80 millimetri d'acqua.

La gente di Tacloban, la città di 220 mila abitanti nell'isola di Leyte che appare come il «ground zero» di Haiyan, ha ricevuto pochissimo. Mancano anche le bare per i morti. I parenti delle vittime vanno a cercare i corpi, inchiodano le casse con il legno recuperato dai detriti lasciati dal ciclone e poi li seppelliscono in fosse comuni sulla spiaggia. La tensione tra i superstiti traumatizzati monta, ammoniscono i soccorritori sul campo.

Di fronte all'impotenza del governo filippino si sono mosse le potenze occidentali: gli Stati Uniti hanno inviato la portaerei George Washington, che imbarca anche numerosi elicotteri, la Gran Bretagna sta facendo arrivare la nave Daring, attrezzata con un impianto per la purificazione dell'acqua.

Oltre a questo, Washington ha stanziato 20 milioni di dollari in aiuti immediati, Londra 16, l'Australia 10, gli Emirati Arabi 10, la Corea del Sud 5. E si muove anche il governo di Tokyo, con 10 milioni e l'invio di un reparto medico militare. La prima volta che soldati giapponesi mettono piede nelle Filippine dopo la Seconda guerra mondiale e la ferita dell'occupazione.

A Manila è arrivata la baronessa britannica Valerie Amos, capo delle operazioni di soccorso delle Nazioni Unite: «Spero che i nostri donatori siano generosi», ha detto.
Ma le sue parole non sono state sentite a Pechino, evidentemente. Il ministero degli Esteri cinese ha stanziato 100 mila dollari. Una cifra ridicola in assoluto e tanto più per la seconda economia del mondo. Cina e Filippine sono divise da un contenzioso sulle isole Spratlys, le loro marine si tallonano nel Mar della Cina.

Ma quei 100 mila dollari, una quota irrisoria che suona come uno schiaffo sul fronte umanitario, sono davvero una pessima figura per una potenza che vuole assumersi le sue responsabilità sulla scacchiera internazionale. Dona 100 mila dollari anche il Vietnam, arretrato e colpito a sua volta da Haiyan, che ha causato laggiù oltre 600 mila sfollati e una decina di morti.

Il disagio per questa scelta è stato espresso anche dalla stampa di Pechino: il Global Times (del gruppo del Quotidiano del Popolo ) in un editoriale ha scritto: «L'immagine internazionale è di interesse vitale: se Pechino snobba Manila oggi, subirà perdite gravi».
Nemmeno le calamità naturali fermano i calcoli cinici della geopolitica...

2 - ASSALTO AI SOCCORSI: "PORTATEMI VIA DA QUESTO INFERNO"
Enrico Caporale per "la Stampa"

La peste. Sembra che abbiano la peste. I sopravvissuti si aggirano per le strade disperati. Non vogliono soldi, cercano acqua e pane. Tacloban somiglia a Milano nel ‘600, quella descritta da Manzoni nei "Promessi Sposi."». A cinque giorni dal super-tifone Haiyan, la situazione nelle Filippine resta drammatica. Il presidente Benigno Aquino parla di 2.000-2.500 morti, ma secondo le stime dell'Onu potrebbero essere oltre 10 mila.

«La priorità ora è seppellire i cadaveri. L'odore è diventato insopportabile. Bisogna fare presto per scongiurare epidemie», racconta al telefono Suor Margherita, volontaria nella zona di Calabanga per la Fondazione Avsi. «La sofferenza qui è grande - spiega -. Abbiamo bisogno di aiuti. Servono medicine e cibo. In fretta».

Da ieri l'aeroporto di Tacloban è stato preso d'assalto. Migliaia di persone cercano di lasciare la provincia di Leyte, una delle più colpite. «Fatemi salire, ho un bimbo», urla una donna che prova a imbarcarsi su un aereo militare diretto a Manila. «Ho il diabete, volete lasciarmi morire qui?», implora una ragazza di 30 anni.

Aristone Baklute di anni ne ha 81. Aspetta il suo turno sotto la pioggia: «Ho fame - dice. - Non mangio da oltre 24 ore. Qui sembra l'inferno». I militari, però, sono inesorabili: solo in pochi riescono a partire. Chi può permetterselo tenta la fuga via mare (i prezzi per la barca sono diventati proibitivi), gli altri vagano come zombie.

«C'è ancora molto da fare - ammette Valerie Amos, coordinatrice Onu per gli Affari umanitari.- Non siamo riusciti a raggiungere le comunità remote. Stiamo facendo il possibile».

Il maggiore Romeo Poquiz assicura che «porteremo aiuti a tutti. Non importa quanto sarà difficile. Se servirà, scaveremo tra le macerie a mani nude. Più a lungo i sopravvissuti resteranno senza acqua, cibo e aiuti medici, più alta sarà la possibilità di epidemie».
E mentre proseguono le operazioni di soccorso, si teme ancora per la sorte di otto italiani.

«Quattro su dodici dei nostri connazionali sono stati contattati - riferisce il viceministro degli Esteri Marta Dassù -. Stanno bene e questo è un dato positivo. Siamo al lavoro per trovare gli altri». Il ministro Emma Bonino ha annunciato ieri l'invio di «una squadra dotata di strumenti di comunicazione satellitare per rafforzare la nostra Ambasciata nelle ricerche».

Il mondo, intanto, ha iniziato a mobilitarsi. Gli Stati Uniti hanno messo a disposizione la portaerei USS George Washington. La Gran Bretagna, che ha già stanziato 16 milioni di dollari, ha inviato nell'arcipelago una nave militare e un aereo cargo. Il commissario Ue allo sviluppo Andris Pielbags ha annunciato che «altri 10 milioni di euro sono stati destinati alle zone colpite». Si tratta della seconda tranche di aiuti dopo i 3 milioni inviati nei giorni scorsi. Anche l'Organizzazione mondiale della sanità ha fatto la sua parte spedendo materiale medico per gli interventi chirurgici. E Google ha attivato un motore di ricerca per trovare i dispersi.

«Il livello di distruzione al quale stiamo assistendo è sconcertante» afferma Antonio Guterres, Alto Commissario Onu per i Rifugiati. «Nonostante l'Unhcr si occupi di situazioni estreme - spiega -, l'eccezionalità di questa catastrofe richiederà tutto l'impegno possibile. Noi faremo la nostra parte».

 

 

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