A SCUOLA CON LO STUPRATORE - UNA 16ENNE DENUNCIA UNA VIOLENZA E SI RITROVA CON UNO DEL “BRANCO” NELLO STESSO LICEO, CON LA SCUOLA A MAGGIORANZA CONTRO DI LEI: “C’È STATA E POI S’È PENTITA”

Michele Smargiassi per "la Repubblica"

«È quella». Non c'è bisogno di chiedere. Basta immergersi tra giubbotti e zainetti che sgorgano dal portone del liceo all'ora di pranzo. Chi la conosce la addita a chi non la conosce. «Mi guardano tutti...», lei è contrariata, ma non intimidita. Si rifugia nell'abbraccio del suo ragazzo, una spanna più alto, e lui la scorta via.

Papà aspetta con l'auto poco lontano: «Hanno detto tante falsità su mia figlia, ma andremo avanti», taglia corto, «questo clamore non ci voleva, lei vuole continuare a studiare, è una ragazza seria. Quello che ha raccontato è tutto vero e si vedrà».

Coraggiosa, la ragazzina, per i suoi sedici anni. È venuta a scuola passando a testa alta davanti all'edicola coi giornali che strillano il suo stupro. Tornerà anche oggi. «Non posso, ho una verifica» ha detto al suo avvocato Luca Scaglione che voleva convincerla ad appartarsi per qualche giorno.

Ma la vox populi di scuola è a maggioranza contro di lei: «C'è stata e poi s'è pentita». Una biondina: «Non possono averlo fatto davvero, lo sanno tutti a cosa si va incontro». Ti mostrano messaggini Facebook scettici, irridenti. Altri sono prudenti o indifferenti, «io non c'ero, la sua parola contro la loro». Eppure, dice ammiccante un ricciolino, «tutti a scuola sapevano che quella sera era successo qualcosa ». Che cosa? «Eh dai...», risatine. E nessuno ha detto nulla? «A chi?». A un prof, magari. «La scuola deve star fuori da queste cose».

Accontentati. La scuola è stata cacciata fuori da queste cose. Il preside del liceo cade dalle nuvole: «Non ho ricevuto alcuna comunicazione », non sapeva che da un mese, sui banchi della sua scuola, siedono una presunta vittima di stupro di gruppo e anche uno dei cinque suoi presunti aggressori, o complici. Forse vuol solo proteggere la ragazza, «qui parliamo di persone...». Forse non sa davvero.

Del resto il provveditore Silvia Menabue, quando ha visto i titoli dei giornali, «stuprata dai compagni di liceo», ha chiamato uno dopo l'altro tutti i suoi prèsidi, e tutti le hanno detto che no, nulla, non sapevano nulla. «Siamo stati tenuti del tutto all'oscuro », si sfoga con amarezza, «nessuno ha ritenuto che il sistema educativo dovesse essere coinvolto in una questione che riguarda i nostri ragazzi». «Dovevano dirlo a noi prima che ai giornalisti », riassume aspra un'altra preside.

E dire che questa è l'Emilia del sociale e del collettivo, del solidale e del condiviso... Qui si fondano comitati, si stilano "protocolli d'intesa" contro la violenza alle donne, ce n'è uno della Provincia pieno di ottimi impegni, «sostenere diffondere monitorare prevenire
collaborare promuovere», un castello di propositi che crolla di fronte a una ragazzina che, esaurite le solidarietà di rito, si troverà fra poco sola a fronteggiare i cinque agguerriti avvocati ingaggiati dalle famiglie dei ragazzi che ha denunciato come stupratori o complici.

«Era perfettamente d'accordo, lo dicono tutti i testimoni, la prova del Dna non conta, quel che conta è che c'è stato consenso », apre le ostilità l'avvocato Marco Favini. Gli indagati sembrano, al momento, più tutelati di lei dalla giustizia. Qualunque cosa abbiano fatto, sono stati trattati meglio di quel che sarebbe probabilmente capitato, al loro posto, a un figlio di immigrati.

Nessun nome dei quattro maggiorenni è stato comunicato. Nessuna misura di custodia: non sono ritenuti un pericolo sociale. Sono potuti tornare sui banchi delle loro scuole, per un mese, sedendosi di fianco a coetanee ignare, di fronte a professori ignari.

«Di solito in questi casi vado a trovare i ragazzi in cella », si stupisce e si rallegra l'avvocato Marco Marchiò che difende l'unico minorenne, il padrone di casa, una villetta con piscina nelle campagne ai piedi dell'Appennino, dove agli inizi d'agosto una rinfrescante serata in costume da bagno fra una dozzina di amici è finita in qualcosa di troppo caldo dentro gli spogliatoi.

«È sconvolto», dice il legale del ragazzino. Ancora di più i suoi genitori, «persone rigorose, attente ». Famiglia di imprenditori con un nome che «forse non risuona come Ferrari o Fini, ma in città è noto». Non erano in casa, quella sera. Modena-bene: «Un avverbio da cancellare», sospira padre Giuliano Stenico, presidente del Ceis. Ne ha avuti per le mani a centinaia, di ragazzi bene finiti male. «I soldi crescono, i valori calano, si fanno nebulosi.

La sessualità diventa una sfumatura di grigio. O un numero. Hanno inventato la parola "scopamico", dove amico è una cosa leggera come sui messaggini, e scopare è una collezione per vantarsi. Qualcosa che puoi andarti a prendere da solo, perché tutti sembrano sempre connessi, raggiungibili, disponibili per principio. Il corpo tuo, e degli altri, non è più una cosa davvero intima e sacra». Anche per il vescovo Antonio Lanfranchi «la dignità della persona e la bellezza della sessualità sono valori imprescindibili».

Fatto stà che a Modena, dove al pronto soccorso arriva una violenza sessuale ogni dieci giorni, e una su quattro per aggressione di gruppo, non è scattata alcuna molla di condivisione sociale. La giustizia non ha avvertito le scuole, le scuole non hanno potuto coinvolgere i genitori, la partita è rimasta solo fra avvocati, come fosse una causa civile per danni. «Una questione privata», dice Carla Raimondi della Casa delle donne, «questo è lo stupro per l'opinione comune, non un'offesa a tutti. L'evasione fiscale, tutti sanno che è un danno alla collettività.

Lo stupro no, è una cosa che si risolve fra individui, e sarà così fino a quando gli uomini la considereranno così». Una cosa è drammaticamente certa: qualunque sarà il verdetto, qualcuno molto giovane uscirà molto male da questa storia. È davvero una cosa che riguarda solo loro?

 

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