mario draghi

DRAGHI INDICA IL FUTURO MA DRIBBLA UNA DOMANDA: CHI PAGHERÀ QUESTA CRISI? "L’EX PRESIDENTE DELLA BCE NEL SUO ARTICOLO PER IL 'FINANCIAL TIMES' NON HA MAI ACCENNATO ALL’EUROPA UNITA: LUI CHE LA SALVÒ DAL TRACOLLO, CON QUESTO SILENZIO SEMBRA SUGGERIRE CHE STAVOLTA POTREMMO VEDERCI COSTRETTI A FARNE A MENO PER SALVARE NOI STESSI. L’ESPANSIONE DEL DEBITO PUBBLICO È DUNQUE L’UNICA PROSPETTIVA RAZIONALE, MA NON BASTA…" – L’ANALISI DEL SOLE 24 ORE

Emiliano Brancaccio per  https://www.econopoly.ilsole24ore.com/

(L’autore del post è Emiliano Brancaccio, docente di politica economica presso l’Università del Sannio e tra i firmatari del piano “anti-virus” pubblicato sul Financial Times del 13 marzo)

 

MARIO DRAGHI

Tra le inettitudini di chi insiste nel considerarla una recessione passeggera e ritiene di poterla gestire con i consueti strumenti di politica economica, Mario Draghi ha avuto il merito sul Financial Times di sgombrare il campo dalle illusioni e di riconoscere la dimensione effettiva di questa crisi senza precedenti.

 

L’ex presidente della BCE dichiara che siamo “come in guerra”, e come è sempre accaduto durante e dopo le guerre la risposta di politica economica “dovrà consistere in un aumento significativo del debito pubblico”. A suo avviso, “la perdita di reddito sostenuta dal settore privato dovrà essere assorbita, in tutto o in parte, dai bilanci pubblici”. Draghi aggiunge che dalle finanze pubbliche bisognerà tirar fuori anche il capitale di cui le banche avranno bisogno per coprire i debiti privati divenuti inesigibili: un modo discreto per chiarire che gli Stati potrebbero esser costretti a riacquisire una parte consistente delle banche, e non solo di quelle. Per queste ragioni, “livelli di debito pubblico molto più elevati diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e saranno accompagnati dalla cancellazione del debito privato”.

draghi

 

Persino alcuni tra i più arcigni nemici del debito pubblico oggi riconoscono che quella suggerita da Draghi è l’unica via in grado di scongiurare una depressione di lungo periodo. Nell’indicarla, tuttavia, l’ex presidente della BCE elude una questione cruciale: anche se si eviterà la deflazione da debiti e la connessa depressione, i costi di questa crisi saranno pesanti. Chi li pagherà? Su quali gruppi sociali ricadrà l’onere del tracollo in corso? Sostenere che il debito pubblico assorbirà l’impatto non è sufficiente. Prendendo spunto da un’altra recente proposta pubblicata sul Financial Times, è possibile approfondire la questione sotto quattro aspetti cruciali.

 

 

In primo luogo, affinché l’espansione del debito pubblico sia governabile non basta sperare, come fa Draghi, che i tassi d’interesse resteranno bassi “probabilmente” anche in futuro. Come ho sostenuto in una discussione con Olivier Blanchard, diversamente da quel che pensano gli economisti mainstream il tasso d’interesse è questione non di “probabilità” ma di politica: si tratta cioè di una variabile che va tenuta ai minimi livelli possibili con una politica di governo dei mercati che consiste nel blocco della speculazione, nel controllo dei movimenti di capitale e più in generale in quella che va sotto il nome di “repressione finanziaria”. Questo tipo di politica sposta l’onere della crisi sui rentiers e sui gamblers della finanza mentre salvaguarda le attività produttive, i beneficiari del welfare e i lavoratori.

DRAGHI MARCHIONNE

 

In secondo luogo, l’uso delle risorse derivanti dall’espansione del debito pubblico non può basarsi su forme più o meno surrettizie di “helicopter money”. Oggi questa formula viene considerata una benefica eresia ma pochi ricordano che essa trae origine da un approccio alla teoria e alla politica monetaria di tipo conservatore, che era fondato sulla “neutralità degli effetti distributivi”: ossia erogazioni uguali per tutti, ricchi o poveri che fossero. Attuare questa politica, come si tenta di fare negli USA, è sbagliato. Piuttosto, combinate con una politica fiscale nuovamente progressiva, le risorse finanziarie derivanti dall’espansione del debito pubblico dovrebbero esser distribuite in modo selettivo, sostenendo in primo luogo i redditi dei gruppi sociali più svantaggiati e la solvibilità delle imprese situate al centro delle catene input-output.

 

In terzo luogo, al di là dei problemi di debito, di solvibilità e di domanda, non va dimenticato che questa è una crisi che investe anche il lato dell’offerta. Se le misure di distanziamento sociale dureranno a lungo, ci sarà un impatto inevitabile sull’efficienza complessiva dei sistemi economici, con una caduta della produttività del lavoro e degli altri input e un conseguente aumento dei costi di produzione e distribuzione. Questi maggiori oneri potranno ricadere sulle rendite, sui profitti oppure sui salari a seconda del tipo di politica adottata.

 

mattarella draghi gualtieri

Minori saranno i tassi d’interesse rispetto all’andamento dei redditi nominali, maggiore sarà la possibilità di alleggerire le attività produttive da carichi fiscali, e quindi maggiore sarà il carico sulle rendite piuttosto che sui profitti d’impresa e sui salari. In ogni caso, una politica di salvaguardia dei salari, delle pensioni e di tutte le forme di sussidio contro eventuali fiammate inflazionistiche si renderà necessaria per tutelare il potere d’acquisto dei lavoratori e dei soggetti sociali più deboli.

 

Infine, c’è il rischio che prolungati distanziamenti sociali diano anche luogo a problemi di “disorganizzazione” dei mercati, con strozzature nelle catene della produzione e difficoltà di approvvigionamento che potrebbero estendersi ben al di là del settore sanitario. Per contenere tali strozzature e impedire che diventino occasioni di speculazione, è necessario provvedere a una “riorganizzazione” dei mercati tramite moderne forme di pianificazione pubblica, ove e quando necessario anche con amministrazioni mirate delle catene produttive e dei prezzi.

MARIO DRAGHI CHRISTINE LAGARDE

 

Ovviamente, maggiore sarà il coordinamento internazionale, maggiore sarà l’efficacia delle misure anti-crisi. Tuttavia, come sappiamo, il coordinamento non si sta verificando, men che meno nell’Unione europea. Eppure gli eventi presto saranno soverchianti, e bisognerà agire comunque. Credo sia indicativo, in questo senso, che proprio Draghi nel suo articolo non abbia mai accennato all’Europa unita: lui che la salvò dal tracollo, con questo silenzio sembra suggerire che stavolta potremmo vederci costretti a farne a meno per salvare noi stessi.

 

L’espansione del debito pubblico è dunque l’unica prospettiva razionale, ma non basta. Occorre chiarire come saranno gestiti i costi di questa crisi inedita e tremenda. Un piano che sposti l’onere principale sui rentiers, contrasti ogni forma di speculazione e salvaguardi i lavoratori e i soggetti sociali più deboli potrebbe rivelarsi necessario per la rinascita non semplicemente economica, ma civile e democratica. Proprio come accade alla fine di una guerra, quando le forze illuminate della società escono vittoriose.

MARIO DRAGHI.

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