domiziana giordano

“È PIÙ FACILE ESSERE OMOSESSUALI CHE DONNE” – VITA, MORTE E RESURREZIONE DI DOMIZIANA GIORDANO: IL SOGNO DI DIVENTARE REGISTA, ATTRICE SUL TETTO DEL MONDO E LO SCANDALO TANGENTOPOLI - “MI HA DISTRUTTA. HO PERSO IL LAVORO E LA MIA DONNA. FU COME UNO STUPRO. HO TENTATO IL SUICIDIO. I MEDICI PER SALVARMI MI DIEDERO UNA DOSE DI ANTIDOTO TARATA SULL’INTERO FLACONE DI FARMACI. HO DATO DI MATTO, PRESI A COLPI DI KARATE GLI INFERMIERI E MI RINCHIUSERO IN MANICOMIO…”

Federico Rocca per "www.vanityfair.it"

 

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Una cometa luminosa, dalla traiettoria eccentrica, la carriera di Domiziana Giordano. Per un decennio il suo talento misterioso gravita, come un satellite, attorno all’orbita di registi oggetto di venerazione religiosa: Andrej Tarkovskij, che nel 1983 le regala il suo primo ruolo importante in Nostalghia, Jean-Luc Godard, che la vuole al fianco di Alain Delon in Nouvelle Vague, nel 1990, e, soprattutto, Neil Jordan, che le spalanca le porte di Hollywood con l’indelebile Intervista col vampiro (1994). Poi, la stella collassa. Trasformandosi in buco nero. Sparendo all’orizzonte. Ma Halley insegna.

 

Ha fatto in 10 anni quello che altre non fanno in una vita.

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«Avrei potuto fare di più. Ma la mia carriera si è interrotta».

Appunto. Perché?

«Colpa di Tangentopoli, quello scandalo mi ha distrutta».

Mi ricordi come andò.

«Era il 1994, vivevo a Parigi perché in Italia non mi si filavano. Diedi in subaffitto il mio appartamento, me ne serviva uno a Los Angeles. Mi capitò la persona sbagliata».

 

Il latitante Ferdinando Mach di Palmstein, intimo di Craxi.

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«Mai frequentata quella gente, sapevamo tutti che tipi erano: i politici si davano da fare solo per comprarsi le ville. A me non fregava niente dell’Italia, manco leggevo i giornali. Ho peccato di ingenuità».

 

Finì sulle prime pagine.

«Una bella attrice è il perfetto capro espiatorio. Su Variety uscì un titolo a 4 colonne, le mie agenzie mi licenziarono in tronco. Nessuno che mi abbia difeso, nessuno che mi abbia intervistata. Per anni mi sono sentita colpevole: provavo vergogna per una cosa che non avevo fatto. Ho visto l’inferno».

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Perse il lavoro.

«Non solo. All’epoca stavo con una donna della quale ero molto innamorata. Mi lasciò, così come il mio amico fraterno. Quando hai successo diventi facile preda per i parassiti».

 

Dallo scandalo uscì pulita.

«Ma fu come uno stupro. La prego di usare queste parole: uno stupro mediatico. Mi sentii un’intoccabile. Ho pianto per anni. Ho tentato il suicidio. Sono stata in manicomio».

 

Mi racconti.

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«Stavo a Roma, presi dei farmaci, quelli che usavo per dormire. Ma la confezione non era piena, e i medici arrivati per salvarmi mi diedero una dose di antidoto − non so, anfetamine − tarata sull’intero flacone. Ho dato di matto».

 

Cosa ricorda?

«Mi ricoverarono, vedevo tutto in bianco e nero come in un film di Ciprì e Maresco. Gli infermieri mi sembravano due Hannibal Lecter che mi avevano rinchiuso in una caverna per farmi a pezzi. Li presi a colpi di karate. Mi sono risvegliata al manicomio di Cassino con la camicia di forza».

 

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Quanto ci è stata?

«Quindici giorni… non ricordo. Il responsabile era un fascistone. Conoscendomi come una di sinistra non voleva più lasciarmi andare via. Ma io avevo − e ho − un sacco di amici: mi hanno fatta uscire di lì e aiutata a campare negli anni seguenti. Se sei una persona di merda non ti aiuta nessuno».

 

Ha detto che in Italia non se la filavano.

«Ero diversa, non stavo zitta: questa cosa non andava bene. E poi ero strana, non ero la classica bellezza».

 

Be’…

«Di Monica Bellucci dicono tutti che è bellissima. Di me no. Ma va bene anche così, è già grasso che cola».

 

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Credo che la gente pensi che sia stata lei a lasciare il cinema.

«Mi hanno dato un calcio nel sedere. Ho pagato il fatto di essere andata avanti sempre da sola, senza raccomandazioni».

 

Le piaceva fare l’attrice?

«Certo, mi sentivo come un tortellino nel suo brodo».

Vorrebbe tornare a fare cinema?

«Anche a sfilare! Sto bene, no, con quello che ho passato?».

 

Con quali registi vorrebbe lavorare?

«Con quelli bravi. Matteo Garrone, carino e simpatico. Paolo Sorrentino. Nanni Moretti è bravissimo, a parte qualche film proprio odioso. Ma il più bravo di tutti è un altro: Woody Allen, un genio, un vate, un filosofo. Amo Crimini e misfatti».

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Davvero nessun regista l’ha più cercata?

«Sono scesa a Roma, recentemente. Niente, gli agenti non mi vogliono. E va be’, chi se ne frega».

Ha un brutto carattere?

«Una donna che dice quello che pensa ce l’ha».

 

E un uomo?

«Ha carattere, è un figo: mi creda, in questo mondo è più facile essere uomini omosessuali piuttosto che donne».

 

La sua nuova vita è dedicata all’arte.

«Guardi che io vengo dall’arte, mio nonno era un pittore. A casa mia, se non dipingevi, eri un pusillanime».

 

Ma presto ha scoperto il cinema.

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«Sì, però volevo stare dietro la macchina da presa. Solo che ero molto bella. E molto vaga. Mi dicevano così: vaga. Sa, allora il mondo era molto maschilista».

Ora meno?

«Be’, sì, anche se stiamo facendo dei passi indietro, con Salvini e questa gente qui. Salvini è pericolosissimo. Non capisco: una volta si finiva in prigione per il reato di apologia del fascismo. Ora non ci va più nessuno».

 

Però la gente lo vota, Salvini.

«La gente è pecora e segue la Bestia. La destra è compatta e va a votare; la sinistra sta a casa a limarsi le unghie. Bisogna uscire fuori, come fanno le sardine. Sono fantastiche».

 

Esistono ancora destra e sinistra?

«Chi lo nega o non conosce la storia, o è di destra».

 

Il cinema: puntava a fare la regista, ma la volle Tarkovskij.

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«Da quel momento sono stata una macchina da guerra: imparai che il lavoro d’attore non ti lascia tempo per altro».

 

Nemmeno per l’amore?

«Già all’Accademia ci avevano inculcato nella testa: “Non pensiate di avere un cane, un gatto, un marito”. Che, poi, io non sono mai stata molto monogama».

 

L’incontro con Jean-Luc Godard, un altro mostro sacro.

«Non è famoso per essere simpatico. E in effetti non lo è stato. Lo salutai dicendogli: “Non lavorerò mai più con lei!”».

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Intervista col vampiro di Neil Jordan è un cult.

«Lui è fantastico. Banderas era molto carino, abbiamo legato. Con Pitt e Cruise no. Gli americani sono strani forte, sa. Classisti da morire. Tom non parlava con nessuno, aveva una roulotte tutta per sé. Volevo conoscerlo, aprii la porta sorridendo: “Si può?”. L’assistente mi cacciò malamente».

 

Domiziana si alza dal divano del suo appartamento/studio milanese, irrequieta. Colpa della salopette che indossa.

«Scusi eh, questi jeans sono così scomodi, io li odio. Li metto solo per dipingere, a me piace vestirmi diversamente».

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Come?

«Bene! Anche a casa, la mattina, sono perfetta. Adoro la moda: un negozio di Gucci, oggi, è meglio di un museo».

Subiva il fascino del red carpet?

«Certo, è molto meglio dello psicanalista».

 

Ci va?

«Ci sono stata un paio di volte, ma li ho sempre licenziati. Credo di più nelle terapie di gruppo: ci andavo perché sono sempre stata bulimica. Ingrassavo e dimagrivo di continuo».

 

È guarita dalla bulimia?

«Grazie allo sport: ti cambia la chimica. Tutti i giorni faccio 60 minuti di cyclette».

Che palle.

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«Ma neanche un po’, mi metto lì e guardo un film. La ginnastica è meglio dei farmaci per curare la depressione».

Oggi come sta?

«Bene. Joseph Conrad, in La linea d’ombra, scrive: “La gente ha una grande opinione sui vantaggi dell’esperienza. Ma sotto un certo profilo, esperienza significa sempre qualcosa di spiacevole, in contrasto con il fascino e l’innocenza delle illusioni”. Ho avuto molte esperienze io».

 

Compresa l’Isola dei famosi, nel 2006.

«Capii subito che gli autori, tutti berlusconiani, mi stavano cucendo addosso un personaggio e me ne andai».

Quale?

«La stronza del gruppo, in quanto donna impegnata. Era il momento in cui Berlusconi stava istruendo l’Italia a diventare quello che è adesso: un paese culturalmente analfabeta».

 

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Con Massimo Ceccherini furono scintille.

«Manco lo conoscevo, e mi tirò addosso dei piatti, a tavola. Un odio terribile contro di me, solo perché ero il suo esatto opposto. Simona Ventura lo sosteneva».

 

Sua madre la difese in diretta, eroicamente.

«Tutte le madri cercano di difendere le figlie, anche se noi non abbiamo mai avuto un rapporto facile».

In che senso?

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«Vengo da una famiglia complicata. Non sono sempre i figli ad avere problemi coi genitori; spesso è vero il contrario».

 

Il suo nuovo progetto artistico si intitola Caso e necessità.

«È basato su un testo del premio Nobel Jacques Monod. Il tema è la religione: dove c’è, c’è discriminazione. Tutte le religioni, non da ultima quella cattolica, sono fissate contro le donne e i gay. Sono anticlericale, ma amo molto papa Francesco, secondo me è il più grande statista del mondo».

 

In che cosa si sente discriminata, in quanto donna?

«Prima di tutto, non posso diventare prete».

Suona come una provocazione. A proposito: è vero che Maurizio Cattelan ha dichiarato che lei è il suo mito?

«È troppo carino! Ogni tanto lo incrocio in una pizzeria al taglio».

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Si considera una grande artista?

«Sta agli altri dirlo. È un ambiente difficile. Vai al cinema, il film ti piace, lo consigli agli amici e ha successo. Nell’arte c’è un critico che dice, guardando la foto di una cacca secca: ”Capolavoro!”. La gente non capisce niente, e ci crede».

 

In Amici miei – Atto II Gastone Moschin dice: «A volte il peccato ha in sé qualcosa di grandioso». E lei risponde: «Forse è vero, ma forse è per questo che l’è ancora più grandioso rinunciarvi».

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«Non pecco molto, io. Esco dagli schemi, questo sì. Sono un essere umano che fa delle cose: alcune lecite, altre no. Non serve la religione per stabilirle. Dovrebbe bastare l’etica».

 

I peccati vanno confessati?

«La religione cattolica è geniale: ti confessi e tutto è a posto».

Ecco cos’è, allora, quest’intervista. Una confessione.

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