el chapo

EL CHAPO STORY – COME FA IL FIGLIO DI UN CONTADINO A DIVENTARE IL PERICOLO PUBBLICO N°1 DEL MONDO? - TARCHIATO, MUSCOLOSO. CON UNA PREDILEZIONE PER GIACCHE DALLE SPALLE IMBOTTITE, CRAVATTE VISTOSE, SCARPE ITALIANE, GEMELLI DI DIAMANTI. PAGA DIECIMILA DOLLARI AL GIORNO I CHIMICI CHE SBARCANO DA FRANCOFORTE PER DISTILLARE LA DROGA….

Maurizio Chierici per Il Venerdì di Repubblica

 

EL CHAPO GUZMAN CON IL FIGLIO JESUS ALFREDOEL CHAPO GUZMAN CON IL FIGLIO JESUS ALFREDO

Chissà dov’è. In Costarica si segnala l’imprudenza di un tweet del figlio. Ma quando arrivano Dea e servizi segreti di Chapo Guzmán nemmeno l’ombra. Ricomincia il rompicapo: forse una pista falsa per guadagnare tempo. Era scappato dal carcere messicano sigillato come una cassa da morto, prigione di massima sicurezza nelle montagne dell’Altipiano. La fuga dalla cella a prova di bomba spoglia gli uomini di paglia delle gerarchie. Con gli occhi addosso, difficile nascondere l’ambiguità che ingrassa le loro fortune.

 

Quindici giorni prima dell’evasione gli Stati Uniti insistevano per portarlo via: attenzione, prepara qualcosa. Ma l’ intrusione yankee ferisce la procura generale di Città del Messico. Guzmán resta dov’è. «Dopo che avrà pagato ciò che deve al suo Paese, gli americani ne faranno ciò che vorranno». Sorriso televisivo del magistrato Jesús Murillo Karam. «Mancano tre o quattrocento anni. C’è tempo…». Adesso la procura rinuncia all’orgoglio nazionale e ammette l’urgenza di «prestarlo» all’altra America appena riescono a stanarlo.

 

foto el chapofoto el chapo

Si apre la grande caccia. Gli agenti scesi dal nord frugano il Messico allargando la curiosità agli ingegneri che accompagnano la fortuna del boss, colonne d’Ercole tra le due Americhe, 250 grotte illuminate, aria condizionata, rotaie per carrelli da spingere in California, Arizona, New Mexico, Texas, camminamenti sotto mille chilometri di muri o reticolati.

 

Se scoperti e interrati, subito riaperti da gnomi misteriosi, come il tunnel che scivolava da Ciudad Juárez a El Paso, dove il palazzo grigio della Bank of America si trasforma al tramonto nelle luci della bandiera a stelle e strisce: benvenuti negli Stati Uniti a chi attraversa la dogana del Rio Grande.

 

festa joaquin guzmanfesta joaquin guzman

Sotto la frontiera fra Tijuana e San Diego (187 by pass cancellati negli ultimi 20 anni) spunta una traccia che riporta al fuggitivo: un passaggio gemello a quello della fuga del secolo, la sua, nella striscia più controllata dell’interminabile confine. Quasi una prova generale a Tijuana, capitale di ogni traffico, città dei peccati esibiti. Nelle verande dei suoi caffè, lolite messicane si offrono ai pancioni che scendono da Hollywood. Settant’anni fa la piccola Margarita Cansino in una notte diventa Rita Hayworth.

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dollari e armidollari e armijoaquin guzman e paris hiltonjoaquin guzman e paris hilton

Gli ingegneri degli scavi non sono facce sconosciute. Tecnici ai quali politici e governi affidano le grandi opere. Grandi studi alla luce del sole. Riverenze ufficiali e confidenze private. Si cerca di capire quali ragnatele avvolgano contee dei boss e imprese americane, perché è impossibile organizzare il via vai sotto i riflettori senza che qualcuno non dia una mano dall’altra parte. Inutile frugare i conti in banca dei tecnici riveriti. La rete del cartello di Sinaloa sbianca i milioni nel labirinto di intrecci difficili da inseguire.

 

 L’11 luglio Guzmán apre la botola della doccia per sparire nella galleria lunga 1500 metri: nessuno se ne è accorto. Non se ne sono accorti i piccoli custodi in divisa; non hanno visto gli occhi distratti di chi osservava le telecamere sbadate. Tam tam per settimane di martelli pneumatici e carrelli che portano via montagne di ghiaia. Orecchie chiuse mentre sotto trascinano i vagoni col fervore di chi lavora per il bene dell’umanità. Ammirazione dei tecnici scesi dal Pentagono e da Città del Messico: capolavoro di professionisti di lungo corso. Appunto, ma chi sono? 

el chapo guzman con donnael chapo guzman con donna

 

Sono gli angeli custodi di un mezzo busto che parla sottovoce. Tarchiato, muscoloso. Con una predilezione per  giacche dalle spalle imbottite, cravatte vistose, scarpe italiane, gemelli di diamanti. Paga diecimila dollari al giorno i chimici che sbarcano da Francoforte per distillare la droga. 

 

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«Freddo come un serpente, ma curioso, allegro, sempre sul chi va là» concludono gli psicologi della procura generale. Lo hanno studiato negli anni delle prime prigioni per capire come un tipo qualsiasi, ex contadino riciclato negli affari, possa finire tra i più ricchi del mondo negli incensi di Forbes. Ed è il secondo mistero. Con quali informazioni Forbes gli fa i conti in tasca? Mette in fila le immense proprietà sparse tra California e Uruguay, sfumature di ’ndrangheta in Europa, quando nei registri di Città del Messico l’amnesia è sovrana.

el chapo con la moglie emma coronelel chapo con la moglie emma coronel

 

Impossibile sequestrare i tesori perduti nelle scatole cinesi di imprese una dentro l’altra e disperse in Paesi lontani. «Solo» un po’ di case, mille ettari a marijuana, macchinoni corazzati come le autoblindo dei militari: insomma normale portafoglio di ogni arricchito e non solo in America Latina. Gli psicologi rileggono la scheda che immaginavano definitiva: sepolto in una cella supersorvegliata, nessun contatto esterno, mai una voce che attraversa le inferiate. Quasi l’epigrafe di un criminale al capolinea.

 

Un mese fa la storia ricomincia. Joaquin Guzmán Loera detto El Chapo (vuol dire corto, tarchiato), personalità banalmente complicata, un metro e 67, 67 anni, adora soldi, potere e donne per ribadire la rivincita di chi è cresciuto nel cortile di un padre analfabeta. Sangue freddo, risposte spietate. Il delitto è una voce obbligata nel suo breviario di lavoro. Una volta confessa d’aver perso il conto dei morti, forse millecinquecento, non ricorda. Medaglie che ingrassano la leggenda nelle riverenze dovute ad un signore feudale.

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La piega dell’umiltà è inattesa, perché El Chapo riconosce ai suoi maestri il privilegio di averlo guidato alla conquista dell’impero. Impara da Félix Gallardo, ex poliziotto federale. Negli anni Ottanta Gallardo si sfila la divisa per organizzare il narcotraffico con la razionalità di chi sa cosa sanno gli uomini in divisa. Decalogo mai trascurato dal narcos in fuga. Prima di tutto l’amicizia con politici, magistrati, polizie.

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Esibita o nascosta, non importa. Gallardo frequenta i boss riveriti in Bolivia o attorno a Bogotà. A Santa Cruz, pampa boliviana, Roberto Suárez gli insegna come si fa. Cugino del Banzer, generale che diventa presidente con un colpo di Stato, braccato dalle truppe speciali Usa, Suárez esibisce senza pudore un potere inattacabile.

 

Accompagna la figlia all’altare attraversando la cattedrale di Santa Cruz fra i complimenti degli invitati al matrimonio: presidente del senato, ministri, alti comandi. Il vescovo lo accoglie con un mezzo inchino. «Esibizione impossibile dalle nostre parti» ammonisce Gallardo al giovanotto che deve crescere come si deve. «Ma con discrezione si può fare anche da noi…».

 

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Articolo due: lasciar perdere il medioevo di pizzi, tangenti, rapimenti, estorsioni. La droga, motore dell’America Latina anni Ottanta, scalda i campus dell’altra America impegnata in una deregulation senza pudore. Accompagnare la trasgressione delle nuove generazioni assicura il futuro degli affari: nostri per sempre. Il resto, robetta. Senza contare il volano degli intrighi internazionali.

 

Operazione Contras: per sradicare i sandinisti al potere in Nicaragua l’amministrazione Reagan inventa «i combattenti della libertà», mercenari affidati alla propaganda degli esilii di Miami. Oliver North, pilota spia abbattuto in Vietnam, amministra il girotondo: in cambio di droga rifornisce gli antisandinisti di armi russe raccolte nel Libano delle guerriglie. Impossibile dimostrare da quali arsenali escano. A governare i coca-travel, Augusto Pinochet junior, figlio del dittatore cileno. La Cia gli affida aerei fantasma parcheggiati a Los Angeles.

 

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E Gallardo diventa una specie di caposcalo: impacchetta la coca e fa arrivare kalashnikov e katiuscia in Honduras dove regna John Dimitri Negroponte, ambasciatore Usa protettore del «patriottismo dei volontari». Eppure la Cia non si fida del Gallardo double-face: gli incolla un segugio travestito e l’ex poliziotto uccide chi fa domande. Sta invecchiando in un penitenziario Usa.

 

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Nel vivaio narcos delle montagne di Sinaloa, Gallardo trova l’allievo ideale per sgonfiare la rissosità dei cartelli e raccogliere i boss litigiosi nella confindustria della droga. Predica l’armonia che ingolosisce i corridoi del potere.  Armonia  a volte esplosa nei confronti armati, ma l’autorità del «sindacato centrale» garantisce flussi e pagamenti. Ismael Zambada García, detto il Mayo o Padrino, si fa le ossa con Gallardo.

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Sceglie la vita malinconica del mendicante milionario. Invisibile, discreto. Mai preso. E chi da anni lo cerca si chiede se esista davvero. Razionalizza i traffici. Meno aerei e barche che finiscono nelle trappole dei radar. Ha bisogno di un alter ego per deviare le polizie: il Chapo, padrino dell’esibizione, diventa l’alleato ideale. E poi con la fissa dei tunnel: Zambada scioglie le briglie per svanire nell’ombra.

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Guzmán cresce attorno al Mayo massacrando chi non è d’accordo. Sfuma la crudeltà nel populismo generoso coi senza niente che ne incensano la bontà; 110mila post accompagnano allegramente la sua fuga: «Finalmente sei tornato…».

 

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Chapo e Zambada scendono dalla stessa montagna, stesso dialetto, stessa giovinezza a coltivare marijuana. Il Mayo gigante (un metro e 80) riconosce al piccolo uomo virtù che non gli appartengono: la brutalità che sbandiera per spaventare chi non obbedisce e l’umiltà dell’ascoltare per prepararsi al comando. Aiuta Mayo a modernizzare il cartello: trascura gli aeroplanini in volo da un aeroporto clandestino all’altro.

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Scava caverne sotto la frontiera e moltiplica le grotte in ogni rifugio della latitanza. Fattorie blindate da porte d’acciaio, botole che si spalancano fra i tubi delle acque piovane. Non scappa solo dalle polizie, soprattutto dagli assalti dei cartelli gelosi, perché la torta dei suoi affari è immensa: 34 per cento della polvere bianca che avvolge i grattacieli dell’America di Washington. Con l’eroina copre mezzo mercato Usa, senza contare le metanfetamine per ragazzi con pochi soldi in tasca. Nelle sue tasche balla più o meno un miliardo e 300 milioni di dollari: il prossimo Forbes li aggiornerà.

 

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Adesso il sospetto è che El Mayo Zambada abbia inventato l’evasione. La seconda dopo la fuga nel 2001 dal Penal Grande di Jalisco: scappa nel carrello della biancheria sporca come un Papillon qualsiasi, ergastolano dell’Isola del Diavolo. Anni dopo lo riprendono, ma il carcere lo soffoca, gli affari ne risentono. E il Mayo riprogramma la libertà. Dall’omino dipende l’equilibrio dei clan. Non solo quel pugno di ferro che non ammette trasgressioni.

 

E non è nemmeno per le delusioni inevitabili ad ogni cambio di generazione, figli, amici, nipoti che non resistono al palcoscenico di Twitter:  ragazze e macchine da corsa, mitragliette d’oro zecchino e leoni di compagnia accucciati come gatti sulle ginocchia di chi aspetta l’eredità. Orribili cose di pessimo gusto. Ogni tanto arriva la Dea che li ingabbia di là dal confine.

 

Ma sono le donne ad inquietare. Insinuanti e litigiose, malizie femminili che disfanno e imbrogliano le trame di padri e mariti. Morbide nell’intrigo, pasticcione nelle chiacchiere. Solo la mano del Chapo può riportarle all’obbedienza con l’indelicatezza che non ammette contraddittorio.

 

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Quattro mogli uguali come sorelle. Sempre occhi caldi che ridono. Obbligo di raccogliere i capelli nelle code di cavallo. Fotocopie una dell’altra.  Alejandrina María Salazar è la prima compagna di ogni avventura proibita, fino a quando non incontra Griselda López Pérez nei corridoi di un clan amico. I trasporti dei boss obbediscono ai sentimenti, ma non trascurano le alleanze dei cartelli.

 

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Come le eredi di sovrani perduti nei secoli, obbligate a matrimoni che riappacificavano monarchie litigiose, figlie e nipoti dei narcos sono comandate ad aiutare gli affari con un sì sull’altare. Chi scappa finisce male: povera Griselda, in galera per una soffiata prima di emigrare negli Stati Uniti. Estela Pen era impiegata di banca con languori piccolo borghesi: non voleva sposarlo e il Chapo la fa rapire.

 

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Emma Coronel Aispuro, ultima sposa, splende col sorriso delle altre: stesso trucco, code di cavallo e devozioni esibite, perché la monotonia di El Chapo insegue sempre la stessa donna. L’aggiorna da un sì all’altro con ragazze più giovani di 10, 20, 30 anni. Emma è nata in California nella casa di un trafficante di Sinaloa. Cresce nell’ammirazione del boss beatificato dai discorsi di famiglia. Lo sposa a 17 anni intenerita per come si è impegnato a farla eleggere Miss Bellezza alla fiera del Café di Guayaba.

 

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Pranzo di nozze segreto, solo padri e fratelli; segreto perché le polizie lo cercano da anni. Quando aspetta due gemelle, Emma torna negli Stati Uniti: devono essere americane come lei. E appena nate le porta in Messico: «Torno per nostalgia» risponde alle curiosità delle divise. Ma nel bagno della nostalgia il 22 febbraio 2014 i guardiamarina trovano El Chapo sotto la doccia, docce fatali che accompagnano ogni avventura. Miss arrestata e poi rilasciata, nessuno spiega perché. La stanno cercando. Sparita mentre El Chapo si infilava il tunnel. E la fuga d’amore continua.

 

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