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FILO DIRETTO CON L’ALDILÀ – IN GIAPPONE C’È UNA CABINA TELEFONICA DAVANTI AL MARE DOVE LE PERSONE COMPONGONO IL NUMERO DEI LORO CARI CHE NON CI SONO PIÙ E POI PARLANO CON IL VENTO – SEMBRA UNA BIZZARRA TROVATA, MA QUELLA CHE DOVEVA ESSERE UNO STRATAGEMMA DI UN PENSIONATO PER SUPERARE IL DOLORE, SI È TRASFORMATO IN META DI PELLEGRINAGGIO DOPO LO TSUNAMI CHE HA SPAZZATO VIA CASE E VITE – NELLA CULTURA GIAPPONESE PARLARE CON GLI SPIRITI…

Paolo Salom per il “Corriere della sera”

 

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Parlare al vento perché il vento è uno spirito amico, compassionevole, l' unico in grado di portare conforto ai sofferenti. Sussurrare parole d' amore dirette a chi non c' è più, perché la Natura - infuriata - ha stravolto la realtà degli uomini scatenando uno tsunami capace di annichilire ventimila vite. Entrare in una cabina del telefono collegata con il nulla e tuttavia proprio per questo capace di connettere il mondo di qui e quello del nostro cuore, dove tutto è possibile.

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L' apparecchio in fòrmica, nero, contrasta con il candore della struttura che lo contiene. Il bianco, in Giappone, è il colore del lutto, oltre che della purezza. E il signor Itaru Sasaki, pensando a uno stratagemma per vincere il dolore provocato dalla prematura scomparsa del cugino, nel 2010 - un anno esatto prima del terremoto-tsunami che avrebbe devastato il Nordest del Sol Levante - aveva deciso di sistemare nel suo giardino una cabina telefonica collegata soltanto con l' aldilà.

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«Avevo bisogno di elaborare la sofferenza - ha poi dichiarato Sasaki alla televisione Nhk -. Trasformare i miei pensieri in parole trasportate dal vento».

Chiuso nella cabina, l' uomo aveva preso l' abitudine di comporre il numero del cugino, usando il disco che per decenni ha scandito la «magia» del dialogo a distanza: zzzz-toc, zzzz-toc. Poi, la connessione immaginaria permetteva di condurre il flusso dei ragionamenti, le parole non dette in vita, la richiesta di perdono per quel piccolo sgarbo che aveva, per qualche tempo, guastato il legame.

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Per molti a Otsuchi, cittadina che si affaccia sull' Oceano Pacifico nella prefettura di Iwate, il comportamento di Itaru Sasaki poteva essere considerato bizzarro. Ma nemmeno troppo: per un giapponese il dialogo tra umani e spiriti è una possibilità, una caratteristica dell' insieme di credenze della religione shintoista, che attribuisce a ogni cosa, vivente o meno, un kami (spirito) vitale.

 

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È così che la Natura stessa prende forma ed è capace di «parlare» con l' uomo, spaventarlo o coccolarlo. Tutto dipende dal nostro rapporto con questo mondo fantastico, dalla capacità di aderire alle sue regole millenarie. Così, la notizia del concittadino che ogni tanto entrava nella cabina, da lui chiamata kaze no denwa , il telefono del vento, non aveva creato grande scompiglio in paese.

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Almeno fino all' 11 marzo 2011, quando uno tsunami scatenato da un terremoto del nono grado della scala Richter, in mezzo all' oceano, aveva spazzato via città e vite, separando per sempre i destini di famiglie intere: mogli che avevano perso il marito; mariti senza più mogli; figli e figlie senza genitori; genitori senza più figli.

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Una volta superata l' emergenza, quando una parvenza di normalità è tornata a scandire le giornate dei sopravvissuti, di chi cercava di ricostruirsi un' esistenza, a qualcuno è venuto in mente quella cabina con il telefono senza fili in un giardino privato di Otsuchi.

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Chissà se è stato lo stesso spirito del vento (in giapponese: kamikaze ) a diffondere la notizia. Fatto sta che piano piano una piccola folla accomunata dal dolore per un lutto inimmaginabile si è recata in pellegrinaggio da Itaru Sasaki. Tutti avevano le medesima richiesta, pronunciata dopo un inchino e una lacrima impossibile da trattenere: «Posso fare una telefonata dalla sua cabina? È tanto che non parlo con...».

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Possiamo sostituire i puntini con moglie, marito, figlio, figlia, madre, padre. Negli anni la piccola folla è diventata un fiume in piena di dolore: migliaia e migliaia di esseri umani che attendevano pazientemente il loro turno per entrare nella cabina bianca su cui soffia costantemente una brezza dal mare. E poi comporre il numero usando un apparecchio a disco che non squillerà mai. Ma sarà sempre capace di spargere parole di affetto e nostalgia nel vento dei sentimenti.

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Alleggerendo così il peso dei ricordi, di tante vite che non sono più. La signora Mitsu Kumagai è una dei molti che ancora oggi provano a parlare come se nulla fosse stato. È arrivata da Hanamaki, cento chilometri nell' entroterra, per parlare con la sorella scomparsa nell' onda nera arrivata dall' oceano. Il disco del telefono gira lentamente e scatta all' indietro, numero dopo numero. Mitsu Kumagai avvicina la cornetta all' orecchio. Per poi sussurrare: «Sorella mia, volevo dirti che...».

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