stupro violenza sessuale

“HAI PERSO IL CELLULARE? TI AIUTO IO”. LA TRAPPOLA DEL 37ENNE MAROCCHINO CHE A MILANO HA VIOLENTATO PER ORE UNA RAGAZZA DI 23 ANNI - LA VITTIMA ERA “SPAESATA” FUORI DA UN LOCALE IN CORSO COMO. L’UOMO CON PRECEDENTI PER MOLESTIE E’ STATO ARRESTATO. L'HA CONDOTTA IN UN PARCHEGGIO DOVE L'HA TENUTA PRIGIONIERA MINACCIANDOLA: “SE NON LA FINISCI TI SFREGIO, TI AMMAZZO” – ALLA FINE LE HA DETTO: “PERCHÉ PIANGI? DEVI ESSERE CONTENTA”

Estratto dell’articolo di Pierpaolo Lio per corriere.it

 

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«Se non la finisci ti sfregio, ti ammazzo». Lei prova a resistere, a divincolarsi, a supplicarlo. Anche se si sente «spaesata», «confusa». E davanti a quella «cattiveria brutta», come la descriverà agli investigatori ancora terrorizzata, immagina «di tutto, tanto da pensare che dovevo solo sopravvivere».

 

Lui — «Ivan», si fa chiamare: in realtà è Imad B., marocchino 37enne con una lunga lista di precedenti penali e di polizia — la colpisce al volto, la strattona, le sventola un coccio di vetro davanti agli occhi. Poi la violenta su un telo lurido buttato a terra all’interno di un parcheggio interrato a due passi da uno degli angoli più glamour di Milano. Sabato, la tiene «prigioniera» per ore.

 

Ha conosciuto quella 23enne italiana poco prima, fuori da un locale. Lei è in difficoltà: fatica a reggersi in piedi, perde di vista gli amici, le rubano il cellulare. La convince a seguirlo: sa lui come recuperare il telefonino. È una trappola. «Ivan» viene fermato poche ore dopo dagli agenti dell’Ufficio prevenzione generale della questura e dagli investigatori della squadra mobile, guidati rispettivamente da Giuseppe Schettino e Marco Calì, in quello stesso autosilo con vista sullo skyline di piazza Gae Aulenti. Stava tornando a «casa», ha visto i poliziotti indaffarati a setacciare il suo nascondiglio e ha provato inutilmente a scappare.

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Per lui — che ha precedenti per furto, estorsione, lesioni, spaccio e due anni e mezzo in carcere per rapina a una donna nel Bresciano che aveva anche molestato — è scattato il fermo nell’ambito dell’inchiesta lampo coordinata dall’aggiunto Letizia Mannella e dal pm Francesca Gentilini. Ma come la 23enne sia finita nelle mani di «Ivan», la stessa vittima fatica a ricordarlo.

 

La serata di venerdì era iniziata come un’uscita in compagnia per i locali di corso Como, uno degli epicentri della movida milanese. Con lei c’è il fidanzato, l’amica e coinquilina e due colleghi di lavoro. Bevono qualcosa in un bar, poi s’infilano tutti insieme in discoteca. È ormai l’1 di sabato quando entrano. Seguono i balli e qualche drink. Poi la memoria non riesce a riannodare gli «strappi». Sono quasi le 4. Si ritrova d’improvviso all’uscita, c’è «tanta gente intorno», è convinta di avere ancora al suo fianco almeno il fidanzato, ma ricorda anche «una sensazione di ansia». Intuisce qualcosa, qualcuno le parla, ma è confusa, barcolla: sono stati forse accerchiati, probabilmente derubati. Non trova più il cellulare, scoprirà poi di non avere più anche le chiavi di casa.

 

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Il flash successivo: «Ricordo che ero in un’altra strada, però buia». È convinta di essere ancora con la sua comitiva. Di certo c’è anche uno sconosciuto. È «Ivan»: dice di sapere come recuperare il suo cellulare. Lei fatica a parlare, a reggersi in piedi, eppure segue l’uomo incrociato fuori dal locale, «per inerzia». I due camminano «tanto», fanno quasi un chilometro. In piazza Luigi Einaudi, s’infilano per le rampe di un parcheggio vicino a un cantiere. Non ha capito come c’è arrivata. Ma la paura le fa recuperare lucidità. Si blocca. «Gli ho detto di lasciar stare, che me ne dovevo andare e che avrei comprato un altro telefono». È tardi. Lui la immobilizza contro il muro, lei piange, lui la colpisce più volte, la minaccia, lei lo supplica, lui la strattona, la violenta. Poi la tiene nel suo nascondiglio per ore.

 

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Usciranno alle 11 di sabato. E «Ivan» è determinato a passare la giornata con lei, a seguirla ovunque, ad accompagnarla anche a casa. «Perché piangi? Devi essere contenta», (...)

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