luciano luberti

“IL BOIA DI ALBENGA ERA MIO PADRE” -  PARLA LA FIGLIA DI LUCIANO LUBERTI, CRIMINALE FASCISTA ARRUOLATO NELLE SS E ASSASSINO DELLA SUA AMANTE CARLA GRUBER NEL '70: “MIO PADRE MI HA SEMPRE DETTO CHE LEI S' ERA SUICIDATA E IO CI CREDO. ANCHE PERCHÉ MANCAVA UN ELEMENTO". ECCO QUALE - "CI SCOMMETTEREI CHE MIA SORELLA MAGGIORE NON L'ABBIA MAI PIÙ VOLUTO VEDERE PERCHÉ IN CASA ERA SUCCESSO QUALCOSA DI BRUTTO. FORSE LA STESSA COSA CHE IO SONO RIUSCITA A EVITARE. A CHE SERVE PARLARNE? COL PASSARE DEGLI ANNI, ANCHE GLI ORCHI CAMBIANO…” – VIDEO

 

Fabrizio Peronaci per il “Corriere della Sera - Edizione Roma”

 

Il boia di Albenga. Fucilatore di partigiani. Stupratore di donne. Assassino della sua dolcissima amante consumata dal mal sottile.

LUCIANO LUBERTI

 

Signora, che effetto le fa chiamarsi come suo padre, figura inquietante e lugubre come poche nella storia d' Italia? Vi divide una sola vocale.

«No, aspetti. Il mio nome è doppio: Luciana Corinna. All' anagrafe e nella vita di tutti i giorni».

 

La domanda resta. Cosa comporta essere figlia di Luciano Luberti, classe 1921, criminale di guerra arruolato nelle Ss, condannato nel 1946 per lo sterminio di decine di partigiani alla foce del fiume Centa e negli anni '70 per l' omicidio della sua amante, Carla Gruber?

«Cosa vuole che le dica, io inorridisco davanti alla violenza e alla sofferenza delle vittime. Quando l' ho saputo ero una ragazzina, e mi veniva da chiedergli cosa ti è venuto in mente, come hai potuto...»

LUCIANO LUBERTI

 

Ma...

«Nessun ma. È stato un padre strano, diverso, anaffettivo. Opportunista, egoista».

 

I suoi ricordi da piccola?

«Ah, qui andiamo sul torbido. Niente di bello. Mio padre era capace di fare cose spiacevoli. Sì, anche a noi figlie. Non me l' ha mai confidato, ma ci scommetterei che mia sorella maggiore sia scappata a gambe levate e non l' abbia mai più voluto vedere perché in casa era successo qualcosa di brutto. Forse la stessa cosa che io sono riuscita a evitare. Però a che serve parlarne? Col passare degli anni, anche gli orchi cambiano...»

CARLA GRUBER

 

È un colloquio che mette ansia. Per le storie di orrore e ferocia, raccontate anche nei libri di storia, che riporta in superficie. Per lo sgomento e il dilaniato dolore che si percepiscono nel tono di voce dell' intervistata, quando si blocca e dice: «Beh, su questo soprassediamo...» E anche per l' inaspettata rivelazione dal sen fuggita, tra una domanda e l' altra: il boia di Albenga, fucilatore e stupratore di donne nei mesi successivi all' 8 settembre '43, brutale lo fu anche in famiglia.

 

La vita di Luciana Corinna Luberti, che oggi ha 64 anni, non è stata facile. Quel 3 aprile 1970 in cui la polizia entrò nell' appartamento di via Pallavicini 52, al Portuense, e trovò il cadavere di Carla Gruber in stato di putrefazione, circondato da fiori marci e boccette di lisoformio, lei aveva 14 anni.

LUCIANO LUBERTI

 

Il padre, il mostro senza pietà, l' estremista di destra in contatto con frange golpiste, scampato alla condanna a morte e tornato libero nel 1953 grazie all' amnistia, era da tempo riuscito a inventarsi una seconda vita: aveva fondato una casa editrice dichiaratamente fascista, riannodato i fili con i camerati e, a metà anni '60, se ne era andato a vivere con la graziosissima segretaria, già madre di tre figli e separata.

Eros e Thanatos. Un vortice di passione e trasgressioni.

 

Carla era un' anima in pena, malata di tubercolosi. Cercava forza e consolazione nel sedurre. Andò a curarsi nel sanatorio di Montefiascone e restò incinta del suo medico. Di conseguenza - siamo al 1969 - il ménage con il boia assunse tinte ancora più forti, tra scenate e riconciliazioni. Fino a quel 20 gennaio 1970 in cui, prima di uscire dalla stanza con la sventurata stesa sul letto, uccisa da una revolverata al petto, Luberti scrisse sulla porta il suo addio, che la polizia trovò due mesi e mezzo dopo: «Cosa potevo fare se non amarti sino alla fine dei tuoi giorni, mia diletta Regina?»

 

CARLA GRUBER

Il caso Gruber: giallo al cardiopalma per i giornali dell' epoca. Il boia negherà di aver ucciso Carla e tenterà di accreditare il suicidio, ma sarà condannato in primo grado a 22 anni e in secondo ritenuto «incapace di intendere e di volere». Libero, dunque, già nell' 81. E ad accoglierlo fuori dal manicomio criminale di Aversa ci sarà la figlia, appunto.

 

Lei viveva a Padova, signora?

«Sì, io e mia sorella ci eravamo trasferite con mamma dopo che loro si erano separati».

 

Sua madre, Toscana Zanelli, nei primi anni '50 si era innamorata di un mito: il boia fanatico di Hitler rinchiuso in carcere.

«Veramente non andò così. Ai condannati a morte, per consolarli, i fascisti da fuori facevano arrivare centinaia di lettere di donne. A mia madre toccò in sorte lui. Poi, quando uscì di galera, se lo vide comparire sotto casa, a Roma».

 

E si sposarono?

«Già, ma non durò. Fu mia madre a presentargli una sua amica, Carla Gruber, e lui la prese a lavorare. Il resto si sa come è andato».

LUCIANO LUBERTI

 

Fu suo padre a ucciderla?

«No, questo no. La Gruber è stata l' unica donna che lui amò davvero».

 

Il boia di Albenga col sangue aveva dimestichezza, però.

«Ma no, assolutamente! Era già abbastanza vecchio, piegato. Mio padre mi ha sempre detto che Carla s' era suicidata e io ci credo. Anche perché mancava un elemento: lui non era geloso. Era troppo preso da sé».

 

Luberti scelse di vivere a Padova per stare vicino a lei?

IL CADAVERE DI CARLA GRUBER

«Ero l' unica persona andata a trovarlo in manicomio. Ma anche io mica stavo bene. Mi facevo. Con l' eroina ho combattuto una lunga battaglia e alla fine ho vinto. Ci ho scritto anche un libro, l' ha letto? Si scarica gratis su Amazon...»

 

Vero. Pubblicato nel 2014: si intitola

«D' amore, di eroina, di galera». Un racconto-choc dell' inferno droga. Tossisce, adesso, Luciana. Reduce da una polmonite, è appena rientrata a casa dall' ospedale.

 

Suo padre da adulto si sentiva ancora un soldato nazifascista?

CARLA GRUBER

«Mmh, sì... Sul fatto che tutti lo chiamavano boia la buttava a ridere, ma le idee erano quelle. E qualche amico nostalgico lo sentiva ancora...»

 

Nomi?

«Qualcosa so e ho visto, ma lasciamo perdere. Qualcuno dietro le spalle che l' aiutava c' è sempre stato».

 

Perché s' era fatto crescere la barba da santone?

«Ma che discorsi! Ognuno è libero di apparire come vuole.

LUCIANO LUBERTI - OMICIDIO CARLA GRUBER

E allora io, che a 64 anni giro con una cresta bionda? Certo, la barba, il fisico imponente e gli occhi che ti fulminavano aumentavano il carisma. A Padova prima andò in albergo e poi prese una casa, dove riceveva un sacco di ragazzine alle quali faceva ripetizioni».

 

Lo stesso vizio di quando lei era piccola?

«Ma no, anche gli orchi cambiano. Lui leggeva, studiava, era un gran parlatore, dava lezioni di storia, diritto, materie umanistiche. Se poi non sapeva qualcosa, se l' inventava».

 

Un padre e una figlia amorevole nella stessa città. Rapporto quasi normale, dopo tanto orrore.

«Gli ultimi anni abbiamo parlato tanto. Andavo a trovarlo e mi consigliava cosa leggere. Con il mio compagno avevo aperto una fumetteria, famosa in città, e poi una seconda libreria a Ferrara. È stato un periodo bello. Una volta mio padre, io e Lorenzo andammo in macchina a Longiano, sulle colline romagnole. Ero l' unica con la patente, così guidai io.

 

CARLA GRUBER

Lui era contento di visitare il paese della sua infanzia, che è fantastico, e di visitare la tomba dei genitori, i miei nonni. Mi chiamava Lucianina, mi diceva che ero stata brava a superare l' esperienza del carcere, dove ero finita per droga e altro. Poi, attorno agli ottant' anni, perse rapidamente ogni energia...»

 

Era il 2002. Aveva vissuto fin troppo, dal punto di vista dei tanti che aveva ammazzato.

LUCIANO LUBERTI BOIA DI ALBENGACARLA GRUBER

«Se ne andò quasi per consunzione. E quando morì, al suo capezzale, c' ero solo io...»

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