IN MORTE DELLA “TRATTATIVA”: LA SENTENZA CHE ASSOLVE MORI SMONTA TUTTO L’IMPIANTO DELLA PROCURA DI PALERMO – RE GIORGIO BRINDA!

1. IN MORTE DELLA "TRATTATIVA": LA SENTENZA CHE ASSOLVE MORI SMONTA TUTTO L'IMPIANTO
Salvo Palazzolo per "La Repubblica"

Comportamenti «opachi», scelte operative «discutibili », ma nessuna trattativa di uomini dello Stato con i vertici della mafia. Il tribunale che a luglio ha assolto il generale Mario Mori ha ancora qualche dubbio sul mancato blitz del Ros che il 31 ottobre 1995 avrebbe potuto portare alla cattura di Bernardo Provenzano, al punto di scrivere nella sentenza che «la condotta attendista» è «sufficiente a configurare in termini oggettivi il reato di favoreggiamento» nei confronti del capomafia.

Ma non «è adeguatamente provato - aggiunge il presidente Mario Fontana nella motivazione della sentenza - che le scelte operative dei carabinieri, giuste o errate, siano state dettate dalla deliberata volontà di salvaguardare la latitanza di Provenzano».

Secondo i giudici della Quarta sezione, la trattativa non l'avrebbe fatta neanche l'ex ministro degli Interni Nicola Mancino, e neppure l'ex ministro della Giustizia Giovanni Conso. I giudici demoliscono pure un altro caposaldo delle indagini delle Procure di Palermo e Caltanissetta: «Resta senza riscontro - scrivono - l'eventualità che Paolo Borsellino abbia in qualche modo manifestato la sua opposizione ad una trattativa in corso fra esponenti delle istituzioni e associati a Cosa nostra». Il tribunale boccia l'ipotesi che l'eccidio di via d'Amelio sia stato «accelerato» da Riina.

In 1.322 pagine, i giudici che hanno assolto il generale Mori dall'accusa di favoreggiamento mettono un'ipoteca sul processo appena iniziato per la trattativa Stato-mafia, che vede imputati non solo l'ex comandante del Ros, ma anche Nicola Mancino. Il supertestimone dei pm, Massimo Ciancimino, viene bollato come «soggetto incline alle chiacchiere e alle vanterie» e di «attendibilità precaria».

Secondo il tribunale, «dichiarazioni incerte» sono anche quelle dell'ex ministro della Giustizia Claudio Martelli, che ha accusato Mancino di non essersi attivato per fermare il dialogo fra i carabinieri e l'ex sindaco Vito Ciancimino. «Ha una sorta di inclinazione a rappresentarsi come un puro paladino dell'antimafia», scrivono i giudici di Martelli.

E concludono: «Men che meno il tribunale potrebbe, sulla scorta delle incerte indicazioni di Martelli, disporre la trasmissione degli atti al pm per il delitto di falsa testimonianza a carico di Mancino». È un risultato importante per l'ex ministro degli Interni, che proprio nel processo per la trattativa è accusato di falsa testimonianza. Incassa un punto anche un altro imputato eccellente del processo trattativa: «Non vi è prova dell'infedeltà del generale dei carabinieri Antonio Subranni», dice la sentenza. È l'ufficiale di cui Paolo Borsellino parlò alla moglie, poco prima di morire: «È punciutu». Ma ai giudici non sono bastate le parole di Agnese Borsellino.

Nella sentenza Mori viene messo in discussione tutto l'impianto accusatorio sulla trattativa, bollato come «contraddittorio e confuso ». I giudici non vedono ombre neanche nella clamorosa retromarcia che nel novembre 1993 portò alla revoca del carcere duro per 400 mafiosi. Per il tribunale, fu solo «un parziale cedimento» per evitare altre stragi e non «il risultato di un accordo».

Dunque, nessuna ombra su Conso o sull'allora presidente della Repubblica Scalfaro. Eppure, alla fine, anche i giudici più critici con i pm di Palermo finiscono per ammettere che i misteri restano ancora tanti. Scrivono: «E' immaginabile, ma non è sufficientemente provata l'esistenza di un disegno di personaggi di spicco della Democrazia cristiana, avallato o meno dal generale Subranni, volto ad aprire un dialogo con i vertici di Cosa nostra al fine di evitare ulteriori, cruente manifestazioni di violenza dirette contro propri esponenti».

2. COSÌ UNA SENTENZA SMONTA L'INCHIESTA SULLA TRATTATIVA
Giovanni Bianconi per "Il Corriere della Sera"

Non è una sentenza definitiva, d'accordo, bensì un pronunciamento di primo grado suscettibile di essere modificato in appello e in Cassazione. Ma per quanto siano solo un passaggio intermedio, le motivazioni con cui la quarta sezione del tribunale di Palermo ha assolto gli ex responsabili del Ros dei carabinieri Mario Mori e Mauro Obinu dall'accusa di non aver voluto catturare Bernardo Provenzano nel lontano 1995, rappresentano una forte ipotetica sul processo-gemello, quello per la presunta trattativa fra lo Stato e la mafia nella stagione delle stragi.

Perché secondo i pubblici ministeri (gli stessi nei due dibattimenti) l'ipotetico favoreggiamento del latitante «storico» di Cosa nostra fu consumato proprio in ossequio alla trattativa. Secondo i giudici, invece, il favoreggiamento non ci fu, e nemmeno la trattativa è così sicura. Anzi. Talvolta appare «immaginale», ma mai «sufficientemente provata».

Le oltre 1.300 pagine della sentenza sono un susseguirsi di dubbi, perplessità e smentite rispetto a un quadro probatorio che «si presenta spesso incerto, talora confuso ed anche contraddittorio». E cambia il giudizio storico complessivo sulla stagione che seguì gli eccidi di Capaci e via D'Amelio. Ad esempio: l'arresto di Salvatore Riina operato dallo stesso Ros il 15 gennaio 1993, che per l'accusa fu un primo frutto del «patto occulto» siglato con Provenzano, per i giudici «ha costituito una svolta che ha restituito fiducia e slancio all'azione di contrasto all'associazione mafiosa, che da lì in poi ha conosciuto una ragguardevole continuità».

Ancora: la storia dei 300 e passa decreti di «carcere duro» revocati dall'ex ministro della Giustizia Conso nell'autunno ‘93 - altra conseguenza della trattativa, nella ricostruzione dei pm - saranno pure stati «un segnale di distensione» , che però sembra «eccessivamente enfatizzato dall'accusa»; avvenne «per cercare di evitare i colpi di un terrorismo mafioso che sembrava in quel momento incontrollabile», e in ogni caso «non vi è prova della presunta trattativa che avrebbe condotto al cedimento del ministro Conso».

Sostiene il tribunale che «un'interpretazione degli avvenimenti che non tenga conto della peculiarità dei contesti temporali in cui si è operato», soprattutto a vent'anni di distanza dai fatti, «rischia di essere fuorviante e di fare apparire, attraverso facili dietrologie e impropri richiami moralistici, complicità e connivenze gli sforzi di chi magari cercava in quei difficili momenti di evitare eventi sanguinosi in attesa di tempi migliori.

I giudici si spingono fino a rendere omaggio agli ufficiali che «portarono a termine la cattura del Riina», mentre avanzano ombre pesanti sui testimoni dei pm. In particolare Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso Vito (a sua volta «personaggio quanto mai inquietante e tutt'altro che trasparente»), rivelatosi tutt'altro che attendibile, vittima di una «narcisistica propensione ad affermazioni eclatanti che gli facessero guadagnare la ribalta mediatica» e guidato dal «velleitario tentativo di conquistare con gli inquirenti una posizione di forza che preservasse il patrimonio illecitamente accumulato dal padre».

Ce n'è pure per l'ex ministro Martelli, definito testimone dai ricordi «non sempre limpidi», che paiono «largamente influenzati da quanto appreso a posteriori nonché, probabilmente, da una sorta di inclinazione a rappresentarsi come un puro paladino dell'antimafia a petto di atteggiamenti opachi di altri». Ad esempio l'altro ex ministro Mancino, il quale nel dibattimento sulla trattativa si trova imputato di una falsa testimonianza che i giudici del tribunale non hanno minimamente riscontrato.

E che Paolo Borsellino sia stato ucciso perché aveva saputo della trattativa e s'era opposto, «è frutto di una mera ipotesi che potrebbe essere plausibile, ma non trova supporto probatorio in nessun sicuro elemento».

Resta il mancato blitz del ‘95, dovuto a «scelte operative discutibili»; i carabinieri optarono per una «condotta attendista», nella quale «non mancano aspetti che sono rimasti opachi», come nel caso della mancata perquisizione del covo di Riina, ma il patto Provenzano non è provato. E resta un altro processo basato su elementi quasi identici, appena cominciato, che da ieri è diventato un po' più difficile per l'accusa.

 

PAOLO BORSELLINO CON LA MOGLIE AGNESE paolo borsellino paolo borsellino lapgiovanni falcone paolo borsellino lapMARIO MORIingroia nel durante il processo contrada MASSIMO CIANCIMINOSTRAGE DI VIA DAMELIO jpeg

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