cocorico discoteca

JE SUIS COCORICÒ - ''ABBIAMO BISOGNO DI UNO STATO PATERNALISTA CHE CI ALLONTANI DAI NOSTRI VIZI? CI SCHIAFFEGGIANO PER FARCI RINSAVIRE? MA DOVE SONO FINITE LIBERTA’ E RESPONSABILITA’ INDIVIDUALE? BISOGNEREBBE IMPARARE A DROGARSI”...

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Manuel Peruzzo per “il Foglio”

 

I nuovi, giovanissimi trasgressori si vogliono sballare col permesso del questore: francamente, è troppo”. Avvisiamo Beppe Severgnini che nessuno considera più trasgressivo ingerire una pasticca di ecstasy e che il vantaggio di questa generazione rispetto a quella degli anni Sessanta (che si drogava più seriamente) è che non ci si sente più rivoluzionari o anticonformisti “calandosi una pasta”, al massimo meno annoiati. Siamo abituati a prendere pillole per dormire, dimagrire, fare sesso, non avere figli e – so che ne sarete sconvolti – anche per divertirci.

 

Una delle cose che difficilmente siamo disposti ad ammettere è che da sobri le discoteche sarebbero vuote. A nessuno piace veramente quella musica, rimanere schiacciati nella ressa, sudare, stare in fila mezz’ora per un drink annacquato (e che comunque costa più che un grammo), urlarsi nelle orecchie per sovrastare i 120 decibel.

 

FABRIZIO DE MEIS COCORICO FABRIZIO DE MEIS COCORICO

Potremmo dire che l’ecstasy serve proprio a godere di quella condizione (rimanere chiusi per ore in un locale sudaticcio), ma forse è vero anche l’opposto: dall’architettura alla scelta del dj, tutto è costruito perché tu possa drogarti e bere – non necessariamente in quest’ordine – e perdere dolcemente il controllo. L’altra cosa che fatichiamo ad accettare è che piace.

 

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Drogarsi, quando non uccide e lascia cadere in tunnel dove si spengono spine o sconnettono menti, e tutti i migliori claim da pubblicità progresso, fa stare benissimo. E’ questo il problema. Saperlo renderebbe più sbrigativo per tutti i sostenitori della mozione “dobbiamo fare una riflessione sociologica, culturale, antropologica, filosofica, medica, religiosa” trovare una soluzione: ci si droga perché è bello, signori.

 

Angelino Alfano non ha mai “fatto serata” e non ha mai perso il controllo (forse che non l’abbia mai avuto?, chissà). E’ apparso chiaro quando ha parlato della tolleranza zero contro lo sballo, qualsiasi cosa significhi, per dimostrare che ci si può “divertire fino all’alba anche senza impasticcarsi o ubriacarsi di superalcolici”: evidentemente non ci ha mai provato.

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La destra fa la destra. “I cittadini devono essere protetti”, sostiene il sindaco di Riccione Renata Tosi, e il Cocoricò rappresenta un pericolo fin dalle oscenità di oscure performance di gente biotta, che costarono al club sessanta giorni di chiusura. Erano gli anni Novanta, ci si divertiva con poco, oggi è tutto più spaventoso o forse siamo noi più incoscienti.

 

Per questo il questore Maurizio Improta ha ordinato la chiusura del Cocoricò per quattro mesi, per il nostro bene. Non siamo in grado di decidere e abbiamo bisogno di uno stato paternalista che ci allontani dai nostri vizi (dettaglio trascurabile sono gli oltre duecento dipendenti che restano a casa; purtroppo non sono metalmeccanici e nessuno li inviterà a piangere dalla balconata di Santoro perché erano tutti complici del mal costume, sciagurati).

 

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Ci schiaffeggiano per farci rinsavire, purché nessuno finisca come il sedicenne che ha perso la vita a giugno. Più l’hanno commentata, quella morte, e più l’impressione è che nessuno ne abbia compreso la dinamica. Di come sono andate le cose non se ne ha resoconto attendibile. Anche per drogarsi c’è bisogno di consapevolezza: con l’ecstasy bisogna bere molto, perché il corpo si surriscalda e si rischia il collasso. I sostenitori della chiusura considerano responsabili i gestori del locale per non aver vigilato, come alla festa delle medie.

 

Siamo buoni, sì, ma non siamo sufficientemente ingenui da credere alle lagne del titolare dimissionario Fabrizio De Meis, che in una impacciata conferenza stampa ha sostenuto d’essere sempre in prima linea contro le droghe. Non siamo neppure così folli da pensare che sia plausibile e praticabile una discoteca con vigilanti che ti seguono fino in bagno. Dove sono finite la responsabilità e la libertà individuale? Questa infantilizzazione dei clienti delle discoteche è dovuta all’emozione per la morte di un teenager e non alla soluzione pragmatica e ragionata di un problema (il problema è: c’è chi non è in grado di sballarsi e lo fa comunque). Per dirlo con una provocazione, bisognerebbe imparare a drogarsi.

 

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Le droghe dovrebbero essere testate e somministrate sapendo cosa si sta usando. E’ anche la richiesta del movimento di genitori che chiede a David Cameron una svolta nella politica sulla droga senza ipocrisia. Anziché attuare una politica di riduzione del danno e spiegare come assumere certe sostanze, mettendo in funzione un servizio di assistenza tempestivo che non sia un buttafuori che ti controlla le palpebre con la pila, si è scelto di chiudere l’unica discoteca romagnola che può competere a livello europeo, di fatto impedendo anche l’impresa in un settore un tempo redditizio.

 

Dell’industria dell’intrattenimento notturno Berlino è la regina europea. E’ difficile sostenere che i tedeschi non rispettino le leggi, è ancor più difficile sostenere che non si droghino. Il Berghain è uno dei più importanti club al cui interno succedono cose turpi. Formalmente è vietato drogarsi e tutti subiscono una perquisizione all’ingresso, ma questo non scoraggia nessuno.

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Intendiamoci, qui non si cerca di fare “l’apologia dello sballo”, ma criticare l’atteggiamento punitivo e repressivo dello stato nei confronti del cittadino cliente cosciente del pericolo che corre e che sceglie di correrlo con le dovute accortezze: non tutti quelli che si drogano muoiono, personalmente ho molti amici sopravvissuti. L’idea di impedire a tutti il divertimento per fare ammenda all’incapacità di aver gestito la situazione che ha portato alla morte il sedicenne di Città di Castello è irrispettosa e insultante per i cittadini.

 

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In Italia non esiste una club culture. Non c’è un complesso di club o un’industria dell’intrattenimento notturno. Riccione lo è stata per gli anni Ottanta e Novanta, ma oggi è un parcheggio per pensionati e ha smesso di attrarre anche i tedeschi in sandali e calzini bianchi. Si appresta a essere la nuova Liguria. L’unico club che attraeva ancora una clientela giovane, facendo pagare un biglietto di 40 euro, era il Cocoricò. Ora non vi resta che prendere un low cost e andare a Berlino, lì l’entrata in un club è di dieci euro, e anche la droga è più economica.

 

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La libertà delle nostre scelte si paga continuamente nelle complicazioni che scegliamo di affrontare. I detrattori della felicità chimica potranno sempre dare un inedito significato alla tanto amata fuga di cervelli.

 

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