“L’AI VELOCIZZA LA RICERCA SCIENTIFICA. USEREMO MATERIALI CHE SI RIPARANO DA SOLI” - KONSTANTIN NOVOSELOV, PREMIO NOBEL PER LA FISICA NEL 2010, PARLA A TORINO ALL’EVENTO ORGANIZZATO DALL’’ISTITUTO ITALIANO DI INTELLIGENZA ARTIFICIALE (AI4I) E DALLA FONDAZIONE COMPAGNIA DI SAN PAOLO E ANALIZZA IL LEGAME TRA NUOVI MATERIALI, EFFICIENZA ENERGETICA E LA SFIDA ESISTENZIALE DELL’EUROPA NEL DUOPOLIO TRA STATI UNITI E CINA - “SE UN GIORNO AVREMO UN’INTELLIGENZA ARTIFICIALE QUANTISTICA CAPACE DI SOSTITUIRE ANCHE LO SCIENZIATO, SARÒ FELICE. SIGNIFICHEREBBE CHE…” - VIDEO
Fabrizio Goria per lastampa.it - Estratti
«La scienza non si programma, ma l’AI potrà velocizzarla. Ecco perché l’Europa dovrebbe spingere sulla ricerca». Konstantin Novoselov, premio Nobel per la Fisica nel 2010 grazie agli studi pionieristici sul grafene, osserva il fermento attorno all'intelligenza artificiale con la cautela del ricercatore che conosce i tempi lunghi dei laboratori. Mentre i mercati finanziari corrono, la fisica solida insegna che le rivoluzioni richiedono risposte teoriche che la sola potenza di calcolo non può ancora fornire.
Novoselov ha inaugurato l’edizione 2026 del programma Ias - Institute for Advanced Study, l’iniziativa congiunta dell’Istituto italiano di intelligenza artificiale (AI4I) e della Fondazione Compagnia di San Paolo. E da Torino “Kostya” - questo il suo diminutivo -analizza il legame tra nuovi materiali, efficienza energetica e la sfida esistenziale dell’Europa nel duopolio tra Stati Uniti e Cina.
Oggi si parla molto di un progetto per la crescita guidato dall’intelligenza artificiale. Secondo molti stiamo passando dalla scoperta accidentale dei materiali a una progettazione mirata grazie all’AI.
«Dobbiamo essere estremamente chiari su questo punto: l’idea che siamo già passati a una fase di progettazione interamente programmata è, al momento, più un desiderio che una realtà consolidata.
È una visione affascinante, ma siamo ancora lontani dal traguardo. Le scoperte nel campo dei materiali sono ancora, in larga misura, di natura incidentale. Certamente possiamo sviluppare nuovi materiali per regolare parametri specifici o aggiustare composizioni esistenti, ma la vera scoperta di qualcosa di radicalmente nuovo resta un evento non programmabile a tavolino».
Detto questo?
«Detto questo, esiste una tendenza evidente e un forte desiderio di automatizzare lo sviluppo dei materiali con l’ausilio dell’intelligenza artificiale. L’AI aiuterà senza dubbio a velocizzare i processi, ma se sarà in grado di “scoprire” autonomamente nuovi materiali, questa è una domanda diversa. Non sono neppure certo di cosa significhi esattamente “scoperta di un materiale” in un contesto puramente algoritmico».
Come mai?
«Potrebbe non accadere mai, e ci sono ragioni fondamentali per questo. Quello che sta accadendo oggi è una fase di grande entusiasmo, simile a quella seguita al debutto di ChatGPT: tutti hanno pensato che l’AI potesse fare tutto, ma stiamo imparando che non è così lineare.
Esistono sfide ingegneristiche e scientifiche che non dipendono solo dalla potenza di calcolo disponibile, ma da nodi teorici che noi scienziati dobbiamo ancora sciogliere. Nei prossimi cinque o dieci anni impareremo moltissimo, ma la scalabilità resta una sfida complessa che va affrontata settore per settore. Non esiste una formula magica universale».
E poi c’è il tema energetico…
«Sì, dobbiamo renderci conto che la richiesta di energia per l'intelligenza artificiale sta crescendo a ritmi vertiginosi (…)Ho vissuto l’intero ciclo del grafene: all’inizio c’era uno scetticismo totale sulla possibilità di produrlo, poi è arrivata l’euforia, l’idea che tutto sarebbe stato fatto di grafene in pochi anni.
fabio pammolli Konstantin novoselov
Era il classico “hype cycle”. Oggi siamo finalmente tornati alla realtà, che è molto più confortevole. Il grafene è ovunque, ma in modo quasi invisibile: lo tocchi ogni giorno nelle auto, nei telefoni cellulari, nelle batterie. Lo stesso accadrà con i materiali funzionali e intelligenti».
In questa corsa agli armamenti tecnologici tra Stati Uniti e Cina, qual è il ruolo dell’Europa?
«La scoperta scientifica non si può programmare, ma si può accelerare. Esiste indiscutibilmente una corsa agli armamenti scientifici tra Cina e Usa, il che è positivo perché spinge i confini della conoscenza, anche se a volte produce forzature che non aiutano la qualità della ricerca. L’Europa è stata depauperata dal punto di vista scientifico dopo la Seconda Guerra Mondiale e ne paghiamo ancora le conseguenze».
Che fare per restare ai margini di questa competizione?
«La strategia vincente è semplice ma difficile da attuare: dobbiamo attirare e trattenere i talenti. Dobbiamo assumere persone che abbiano avuto percorsi internazionali, che abbiano studiato in Asia, preso un master in Europa e un dottorato negli Stati Uniti, assorbendo culture di ricerca diverse.
Andre Geim e Konstantin Novoselov
Solo così possiamo competere ad armi pari. L’Europa deve investire di più nel budget per la ricerca, penso ad esempio allo European Research Council (ERC), che non è cresciuto abbastanza negli ultimi anni. Dobbiamo mostrare ai giovani che la scienza è un percorso di carriera solido e stimolante».
Quali sono le tre priorità assolute per l’Europa nei prossimi venticinque anni?
«La prima è nutrire e sostenere il talento. La vita di uno scienziato non è facile, il percorso per arrivare a una cattedra è lungo e faticoso. Dobbiamo creare condizioni favorevoli fin dalle scuole, coltivando l'interesse genuino per le materie scientifiche attraverso i docenti e le olimpiadi della scienza».
Poi?
«Creare percorsi di carriera chiari. (...)
La terza?
«Aumentare drasticamente il budget per la ricerca generale. La tecnologia aiuta la scienza, ma la scienza è il motore di tutto».
(...)
«Quello che è unico oggi è che viene sfidata la capacità umana di pensare, ma non credo che l’AI possa ancora mimare il pensiero creativo e la capacità di fare scoperte scientifiche reali. Se un giorno avremo un’intelligenza artificiale quantistica capace di sostituire anche lo scienziato, sarò felice. Significherebbe che avremo finalmente capito come funziona il nostro cervello. Il compito di ogni scienziato è comprendere la vita e se stessi. Se la tecnologia ci darà queste risposte, avremo assolto al nostro compito più alto».


