dalila di lazzaro

L’AMORE CON ALAIN DELON, LA MORTE DEL FIGLIO, ANDY WARHOL, DALILA DI LAZZARO SI RACCONTA: “CON ME DELON ERA UN TESORO, MA AVEVA UN CARATTERACCIO. ERA AGGRESSIVO, ALLA TROUPE URLAVA “TESTE DI CAZZO” – L’INCIDENTE STRADALE IN CUI E’ MORTO IL FIGLIO 22ENNE (“GLI HO DATO UN ULTIMO BACIO BENDATA. POI SONO PARTITA: TRE MESI IN TUNISIA, BEVEVO ACQUA E VALIUM”) – “INIZIAI PULENDO LE VETRINE DEI NEGOZI. POI HO LAVORATO PER IL CENSIS, FACEVO LE INTERVISTE PORTA A PORTA. MI NOTO’ ANDY WARHOL E PASSAI DI BOTTO DALLE CASE DI ROMA CON I PENSIONATI E L’ABBACCHIO AL FORNO ALLE SERATE AL CLUB 54 CON MICK JAGGER” – IL SONNIFERO PER VOLARE E ALBERTO SORDI CHE CERCAVA DI SVEGLIARMI: “BELLA MIA, CHE STAI A DORMÌ?”

 

Alessandra Paolini per repubblica.it – Estratti

 

ALAIN DELON DALILA DI LAZZARO

«Mio figlio non riesco a sognarlo, chissà… forse fa troppo male. Oppure è l’effetto degli oppiacei, che di notte spengono il cervello. Però tra il dormiveglia sono anni che immagino la scena di quando lo incontrerò di nuovo. Lo vedo con la faccia imbarazzata per l’emozione: ha il giubbotto di pelle ed è fermo, bellissimo nei suoi vent’anni e nel suo metro e 90. Non è solo.

 

Accanto a lui ci sono mio padre e mia madre. E dietro, Gesù. La prima cosa che direi? “Signore, perché mi hai fatto questo?”».

 

La chiacchierata al telefono con Dalila Di Lazzaro, il sex symbol che negli anni 70 e 80 fece girare la testa anche a Alain Delon, con i suoi occhi magnetici e la bellezza algida e sensuale, inizia in un tardo pomeriggio di luglio. Lei in Sardegna, noi a Roma. «La mattina, con tutte le medicine e i cerotti di morfina, sono fuori uso. Non riesco neanche a parlare», dice. «Sono 30 anni che combatto col dolore neuropatico per una frattura alla prima vertebra. Colpa di un incidente in motorino causato da una buca. E da una diagnosi giusta arrivata troppo tardi».

 

 

 

(..)

manuel pia dalila di lazzaro

«Beh, l’ultima in ordine di tempo, anche se stiamo insieme da dieci anni, è Manuel Pia. Ci siamo conosciuti per caso in un locale. Lui suonava, è un chitarrista e cantautore fantastico. Viveva in Sardegna, io a Milano. Nel periodo del lockdown è venuto a stare da me e non s’è più mosso: più viviamo insieme e più ci amiamo. E pensare che quando l’ho conosciuto ero in quella fase della vita in cui “la boutique è chiusa”, come dice la mia amica Amanda Lear. E invece l’amore, sarà pure una frase fatta, ma davvero non ha età».

 

Lei è stata fidanzata con Alain Delon.

«All’inizio c’è stato un bacio “stropicciato” durante le riprese di un film, anni dopo ci siamo rincontrati e frequentati. Con me era un tesoro, ma aveva un caratteraccio. Era aggressivo. Non mi piaceva come trattava gli altri, alla troupe urlava “tête de con! tête de con!”. Era così anche con suo figlio. Però magari, chissà, aveva avuto un’infanzia difficile, vai a sapere, la guerra…

 

ALAIN DELON DALILA DI LAZZARO

Certo, era bellissimo. Una volta, per farlo calmare dopo una sfuriata durante le riprese di Tre uomini da abbattere di cui era anche produttore, gli feci un ritratto: io sono brava con la matita e la china. Sorrideva. Scrissi dietro al cartoncino “vorrei vederti sempre così”. Il set era agli Champs-Élysées, fermò tutto e andò da Tiffany per comprarmi un medaglione con la catena: incisa c’è una spiga di grano che porta fortuna. E, dietro, la scritta “Non mi dimenticare”. Ce l’ho ancora».

 

L’uomo che ha amato di più?

«Non c’è partita: Christian, mio figlio. È morto a 22 anni. Stava facendo il militare, era nei carabinieri: incidente stradale sulla Cassia. L’ho avuto a 15 anni. Siamo cresciuti insieme. Era un ragazzo bello, buono, si stava preparando per entrare a Odontoiatria in America. Voleva fare il dentista perché i miei genitori, che lo hanno cresciuto, avevano sempre problemi con la dentiera:

 

ALAIN DELON DALILA DI LAZZARO

“Quando divento grande ci penso io a voi”, diceva. La sera, quando tornavo a casa e a volte ero triste, magari delusa dalle persone che frequentavo durante le ore di lavoro, da un mondo così faticoso e mai semplice, mi aspettava in cucina. “Mamma sorridi, sii felice. Siediti, rilassati che ti preparo un uovo al tegamino”. Era il più piccolo tra i due, ma spesso i più piccoli sono anche i più saggi».

 

 

Come si fa a sopravvivere alla morte di un figlio?

«Lo ha detto lei: si sopravvive e basta. A me ha aiutato la fede. E l’idea di saperlo sempre accanto, nei momenti belli e in quelli brutti. Di sicuro c’era ogni volta che ho fatto l’anestesia per un intervento.

melania rizzoli giovina moretti dalila di lazzaro

 

Da ragazzino mi regalava dei cuori o cose a forma di cuore, una matita, una spugna, un disegno, un piattino. Non c’è giorno in cui non veda un cuore da qualche parte, sono riuscita a scorgerlo anche dentro il macchinario per la risonanza, pensi un po’. Però, quando è morto, non ho voluto vederlo, altrimenti sarei morta insieme a lui. Forse mi sarei uccisa. Ma l’ho baciato lo stesso».

 

Come ha fatto?

«Grazie ad alcuni miei amici, degli angeli. Mi hanno portato da lui e prima di entrare nella camera mortuaria mi hanno bendata. Con gli occhi chiusi l’ho accarezzato, gli ho dato un ultimo bacio, mentre da fuori sentivo il pianto disperato dei suoi amici. Poi sono partita: tre mesi in Tunisia, bevevo acqua e valium, me lo mettevano nel bicchiere di nascosto.

 

Nel frattempo, a casa mi avevano fatto sparire tutte le sue cose: libri, vestiti, chitarra, il giubbotto di pelle. Era per non farmi soffrire di più».

 

 

 

dalila di lazzaro melania rizzoli

Si è sposata giovanissima, chi era il papà di Christian?

«Un ragazzo di 16 anni. Il mio primo grande amore. Due bambini, praticamente. Sono rimasta incinta mentre eravamo in spiaggia a guardare la luna. Chissà, se i miei genitori non mi avessero fatto pesare la gravidanza, rigidi come erano, si vergognavano... oppure, se mia suocera fosse stata più accogliente con me, forse non sarei mai scappata da Udine lasciando il bambino a mia madre. E ora sarei ancora la moglie di un distinto uomo di provincia che in città ha negozi di abbigliamento sportivo. Vai a sapere…».

 

È l’effetto sliding doors. Lei quale porta ha aperto?

«Arrivata a Roma, avevo solo 30 mila lire che mi avevano prestato. Erano gli anni 70, non sapevo dove sbattere la testa. Ma volevo rifarmi una vita per riprendermi Christian. Iniziai pulendo le vetrine dei negozi. Poi ho lavorato per il Censis, facevo le interviste porta a porta. Ho ricordi bellissimi dei romani che mi aprivano la casa: sento ancora l’odore del sugo all’amatriciana. Suonavo e c’era chi mi offriva il caffè, chi mi raccontava degli acciacchi, chi delle corna».

DALILA DI LAZZARO

 

Era, ed è tutt’oggi, molto bella. Chi non l’avrebbe fatta entrare?

«Mi creda, alla bellezza non ho mai badato troppo. È stata importante nel mio lavoro, ma sono una Acquario ascendente Acquario: la cosa importante è stata sempre la libertà e l’indipendenza. Me l’hanno insegnato i miei genitori. Però, sì, essere piacente mi ha aiutato agli inizi della carriera. Anche se diventare attrice è stato un caso.

 

Sono andata a fare un provino per una pubblicità, aveva tanto insistito un mio amico. Mi disse: “Basta con le vetrine da pulire”. Mi scelsero alla prima botta, per lo spot di un collirio. Poi venne un secondo spot per un liquore; un ragazzo americano, bellissimo, che era nel cast chiese alla segretaria di produzione una mia foto. Dissi di sì e, dietro, ci misi il mio numero di telefono, “per quando torni a Roma”. Sei mesi dopo mi chiamò Andy Warhol per Il mostro è in tavola... barone Frankenstein, titolo originale Flesh for Frankenstein.

 

Era il 1973, passai di botto dalle case di Roma con i pensionati e l’abbacchio al forno alle serate al Club 54 con Mick Jagger. Non credevo ai miei occhi, a quello che mi stava succedendo. Con i primi soldi veri, quelli arrivati con Oh, Serafina di Alberto Lattuada, comprai una casa e feci venire a Roma i miei genitori col bambino».

DALILA DI LAZZARO E JACK NICHOLSON

 

Gli anni 80 sono stati d’oro per lei. Film con Luigi Comencini, Klaus Kinski. Dario Argento, Alberto Sordi. Era la femme fatale del cinema italiano.

«Ma sa che Sordi fu l’unico che riuscì a farmi rimettere piede su un aereo? Ero rimasta traumatizzata dopo un incidente, una cosa che ancora a raccontarlo mi tremano le gambe. Facemmo un ammaraggio. Ero su un velivolo privato, tratta New York- Bahamas, insieme a una mia amica e il suo compagno.

 

A un certo punto ci sono stati dei problemi di pressurizzazione. Mancava l’aria e perdevamo potenza. Ero uno stoccafisso di sale. Il pilota riuscì a dare l’allarme e, come Dio ha voluto, all’altezza del Triangolo delle Bermuda siamo riusciti a planare sull’acqua, rimbalzando più volte. Ci hanno soccorso dei pescherecci. Aperti gli sportelloni, io e gli altri ci siamo abbarbicati sulle ali, mentre sentivamo che la fusoliera veniva risucchiata dalle acque. Giurai: mai più su un aereo».

DALILA DI LAZZARO

 

Invece Sordi come la convinse?

«Non mi convinse per niente, mi ritrovai in un pasticcio: firmai un contratto in cui non avevo capito che avremmo dovuto girare anche a Marrakesh. Si intitolava Tutti dentro e anticipava quello che sarebbe accaduto anni dopo con Tangentopoli. Per farla breve, presi un sonnifero e svenni sul sedile. Solo che Alberto non sapeva della mia fobia per il volo e cercava di svegliarmi. “Bella mia, che stai a dormì?”».

 

Lei ha 72 anni. Che bilancio fa della sua vita?

«Penso che mi abbia dato tanto, ma mi ha anche tolto la cosa più bella che avevo. Mi ha donato la forza però, quella vera, da friulana tosta che nonostante tutto resta coi piedi per terra. Ora la vita mi ha dato anche la fede: prego ogni sera perché la smettano con le guerre. E prego per tutte quelle madri, tante, troppe, che come stanno abbracciando un figlio che non c’è più».

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