bambini trans

TRANS, BABY, TRANS - L’ESPERTA DEL MIT: “I BIMBI CHE VOGLIONO CAMBIARE SESSO? L’AIUTO PSICOLOGICO EVITA IL RISCHIO. SE IL DISTURBO C’È, SÌ ALLA TERAPIA ORMONALE”

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Ieri il Corriere della Sera ha pubblicato la storia di due genitori che hanno deciso di assecondare la scelta del loro figlio, oggi 15enne, che fin da piccolo si è sempre sentito una bambina anziché un bambino. Dopo anni di sofferenze e incomprensioni l’adolescente ha trovato il coraggio di scrivere una lettera ai genitori per manifestare tutto il suo disagio. Loro hanno capito e hanno preso appuntamento in un centro per la disforia di genere: il loro ragazzino comincerà la terapia ormonale per diventare Irene. Ma cos’è la disforia di genere? Lo abbiamo chiesto alla counselor del Mit Maria Grazia Di Fraia.

 

 

1 - “VI SPIEGO COME AIUTO I BAMBINI CHE VOGLIONO CAMBIARE SESSO”

Gianluca Veneziani per “Libero quotidiano”

 

È forse la miglior smentita della teoria del gender, secondo cui, tra maschio e femmina, esisterebbero un’infinità di identità sessuali sfumate e intermedie, con cui poter convivere serenamente. La disforia di genere, un disturbo dell’identità per cui ci si riconosce in un sesso opposto a quello biologico, con la sensazione di vivere in un corpo che non ci appartiene, dimostra l’impossibilità di far coabitare due sessualità distinte in uno stesso individuo, o di vivere in una sorta di guado, a metà tra le due identità; e mostra dunque l’urgenza di riconoscersi - con un aut aut netto - in uno solo dei due sessi: o maschio o femmina.

 

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Transitando, quando è il caso, all’altra identità per non avere più una sessualità equivoca. Lo sa bene Irene, la ragazza quindicenne nata maschio, che i genitori stanno accompagnando in un percorso psicoterapeutico di riconquista della propria identità, come raccontava ieri il Corriere della Sera. Ma lo sanno bene anche i circa 8mila italiani (di cui 6mila nati maschi e 2mila nati femmine), che soffrono di questo disturbo della personalità, considerato a tutti gli effetti una patologia clinica.

 

Una buona parte di questi decide di fare il grande passo, rivolgendosi a un centro specializzato, per iniziare un percorso di consapevolezza e poi (nel caso) di transizione sessuale. Uno degli istituti più accreditati in Italia, a riguardo, è il Mit, che si occupa di dare assistenza sanitaria e legale nel percorso difficile di passaggio, avvalendosi di un consultorio Asl e di un’equipe medica composta da tre psicoterapeute e un’endocrinologa.

 

«Da noi», ci dice la counselor del Mit Maria Grazia Di Fraia, «vengono assistite ogni anno circa 980-990 persone. Spesso arrivano nel nostro centro bambini in età tenerissima, tra gli 8 e i 9 anni, in cui i genitori hanno riscontrato una possibile presenza della disforia». Questa sensazione si basa, avverte la Di Fraia, su alcuni indizi: «Ripetuta tendenza a identificarsi, nei giochi o nel modo di vestirsi, con l’altro sesso, e rifiuto a riconoscere il proprio sesso biologico».

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Da qui comincia il vero processo, che rischia di durare un’intera vita. «Il primo passaggio», fa sapere la counselor del Mit, «è un’assistenza psicologica, che, a seconda delle esigenze personali, può richiedere dai 3 mesi all’anno e mezzo. Questa fase è finalizzata a far chiarezza in quello che si ha dentro e in quello che si è davvero». Alla fine delle sedute, lo psicoterapeuta può certificare o meno la presenza della disforia di genere, basandosi su alcuni elementi come «l’evidenza di una condizione di malessere riguardo alla propria identità» e «il disagio che ciò comporta nelle relazioni interpersonali».

 

A questo punto, in caso di diagnosi positiva, si procede con la terapia ormonale supervisionata da un endocrinologo, che fino a 18 anni può essere solo «bloccante» (cioè inibente del sesso biologico), e dalla maggiore età in poi, anche stimolante (cioè incentivante il sesso che si vuole acquisire). Un cammino, come ammette la Di Fraia, «che dura per sempre, perché non si smette mai di assumere ormoni che la natura non ci ha dato».

 

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E al quale molti affiancano la decisione definitiva, cioè l’operazione chirurgica che «avviene nell’80-90% dei casi». L’irreversibilità di questo processo ha portato in passato, riconosce la counselor del Mit, «non pochi a pentirsi di aver cambiato sesso, sulla base di una scelta affrettata o di un caos legato all’età puberale e scambiato per patologia». Oggi invece, come lei assicura, proprio il percorso psicologico metterebbe al riparo da pericolosi salti nel buio.

 

«Alla fine delle sedute di psicoterapia», dice la Di Fraia, «entrambe le parti, medico e paziente insieme, capiscono se c’è o meno la necessità di “transitare” e convengono sull’opportunità di continuare. Ciò avviene nove volte su dieci, ma non mancano i casi in cui il processo si interrompe per mancanza di una vera disforia».

 

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Restano naturalmente le perplessità sull’evidenza medica di questo disturbo dell’identità, così come sulla possibile tendenza a patologizzare, con effetti permanenti, qualcosa che può essere soltanto uno stato di incertezza transitorio. Il confine è sottile e varcarlo potrebbe essere rischioso, oltreché economicamente dispendioso. «Le prime due visite dallo psicologo sono gratis», fa sapere la counselor del Mit, «dopodiché vengono pagate una ogni due, con un costo che si aggira, per ogni seduta, attorno ai 50 euro».

 

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A ciò si aggiungono poi i costi della terapia ormonale e dell’eventuale operazione chirurgica (se fatta, come spesso capita, in strutture private). Nondimeno, vista dalla prospettiva di chi si sente a disagio nel proprio corpo, probabilmente non c’è prezzo per restituire alla propria anima un degno involucro o, come diceva Friedrich Nietzsche, per «diventare finalmente ciò che si è».

 

2 - LA SCHEDA

Da “Libero quotidiano”

 

L’ESORDIO

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Con la disforia di genere si fa riferimento alla profonda sofferenza derivante dalla discrepanza tra il genere percepito come proprio e quello assegnato alla nascita. La disforia di genere può avere un esordio precoce, già in età prescolare, con esiti clinici variabili e difficilmente prevedibili. Circa il 12-27% di bambini con diagnosi di disforia di genere mantiene questa condizione anche in adolescenza

 

LA MANIFESTAZIONE

La disforia di genere si presenta come una marcata incongruenza fra il proprio genere espresso/esperito e quello assegnato per almeno 6 mesi, manifestata da almeno sei dei seguenti indicatori: forte desiderio di essere dell’altro genere o insistenza sul fatto di essere dell’altro genere; forte preferenza per travestimento o imitazione dell’abbigliamento dell’altro genere; forte preferenza per i ruoli dell’altro genere nel gioco di simulazione o di fantasia;

 

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forte preferenza per i giochi o le attività tipiche dell’altro genere; forte preferenza per compagni di gioco dell’altro genere; forte rifiuto dei giochi e attività tipici del proprio genere; forte avversione per la propria anatomia sessuale; potente desiderio per le caratteristiche sessuali primarie e/o secondarie che corrispondono al proprio genere esperito 

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