CON IL “PACIFICATORE” TRUMP CHE STRIZZA L'OCCHIO A PUTIN, L’ULTIMO ARGINE ALLA RUSSIA È L'EUROPA – L’AMBASCIATORE STEFANINI: “COSA DICONO QUESTI QUATTRO ANNI DI GUERRA? DEMOLISCONO IL MITO DI UNA RUSSIA VINCENTE. MOSCA NON HA VINTO LA GUERRA IL PRIMO GIORNO, È STATA COSTRETTA A UN RIPIEGO UMILIANTE, CON PERDITE PESANTI IN UOMINI E MEZZI – PER TRUMP L'UCRAINA NON È UN ALLEATO MA UN INCOMODO. IL SOSTEGNO DELL'UCRAINA, POLITICO, ECONOMICO E MILITARE, POGGIA SU SPALLE EUROPEE. FACENDO VENIR MENO IL LUOGO COMUNE CHE L'EUROPA NON POSSA FARE A MENO DELLA RUSSIA…”
Estratto dell’articolo di Stefano Stefanini per “La Stampa”
vladimir putin volodymyr zelensky - guerra in ucraina
Kiev, quattro anni dopo: capitale aggredita, martoriata ma non piegata. Quattro anni dopo di favole accumulatesi sul conflitto. Che vede una Russia in vena di conquista territoriale e politica, senza riuscirvi, e un'Ucraina che vuole sottrarvisi, e vi riesce. Con "sudore e sangue", sacrifici quotidiani, ma vi riesce.
Quattro anni dopo, come allora esattamente all'indomani della fine delle Olimpiadi invernali – per non infastidire l'amico Xi, Vladimir aveva atteso la cerimonia di chiusura a Pechino prima della sua «operazione speciale» – quando respinse i parà russi brevemente impadronitisi dell'aeroporto. Fu il momento in cui il Cremlino fu più vicino all'obiettivo di decapitare la democrazia a Kiev, da cui temeva, e teme, il contagio, e addomesticare l'Ucraina. Fallì in una notte.
Volodymyr Zelensky non fuggì, le guardie ucraine resistettero, i parà si ritirarono con la coda fra le gambe, Vladimir Putin si intestardì, l'operazione speciale divenne una guerra più lunga della «grande guerra patriottica» dell'Unione Sovietica contro la Germania nazista (giugno 1941 – maggio 1945).
Ormai solo Vladimir e i suoi cari si ostinano a chiamare operazione speciale una guerra costata alla Russia almeno un milione di perdite, tra morti, feriti gravi, fatti prigionieri, infinitamente più dei caduti americani in Vietnam (58mila) e dei morti e feriti sovietici in Afghanistan (50mila). I secondi furono una delle cause del crollo dell'Urss e del comunismo – Putin avvisato.
La guerra russo-ucraina entra nel quinto anno. Forse l'ultimo pur senza molto di concreto a garantire che i negoziati trilaterali Usa-Russia-Ucraina vadano presto a buon fine. Se non le ondivaghe dichiarazioni del presidente americano che più di un anno fa aveva assicurato che l'avrebbe fatta finire in ventiquattrore.
Un pizzico di scettiscismo ci sta tutto – anche per i suoi fedeli Steve Witkoff e Jared Kushner, diplomatici dilettanti ma negoziatori infaticabili e poliedrici, sempre in volo fra Miami e Mosca, Gerusalemme e Doha, Ginevra e Muscat, in un frullio mentale di percentuali, dalla soglia critica di arricchimento dell'uranio (60%), al territorio di Gaza ancora controllato dalle forze israeliane (53%), alla quota mancante all'ipotetico accordo fra Russia e Ucraina (10% – a loro dire).
Il 10% mancante alla fine della guerra ucraina non è smentito da nessuno. Se non da Mosca e da Kiev. Indirettamente, nessuno si azzarda a dar torto a Trump. L'una col ritornello «bisogna prima risolvere le cause profonde»; l'altra sottolineando che quel 10% è il nesso territorio-garanzie internazionali senza cui il restante 90% non va avanti.
Territorio che la Russia vuole incamerare e che l'Ucraina non vuole cedere se non, forse e parzialmente, in cambio di ferree garanzie di sicurezza internazionali, "volenterosi" sul terreno compresi, cui Mosca non acconsente.
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vladimir putin donald trump anchorage, alaska foto lapresse
Cosa intanto dicono questi quattro anni di guerra? Sfatano tre luoghi comuni e confermano la legge delle conseguenze non volute. Innanzitutto, demoliscono il mito di una Russia vincente. Mosca non ha vinto la guerra il primo giorno, quando cercava di mettere a segno il colpo di mano risolutivo. Per un misto di faciloneria operativa e intelligence lacunosa.
È stata costretta a un ripiego umiliante, con perdite pesanti in uomini e mezzi, dopo un'offensiva giunta alla periferia di Kiev con una vulnerabile avanzata – la lunghissima fila di carri e camion – contro la quale gli ucraini hanno giocato al bersaglio. Passata alla guerra di attrito è riuscita a far valere la superiorità di massa e, nel Donbas, ha strappato territorio. Ma quanto?
Meno di quello che aveva preso nelle prime settimane di guerra, e poi perso nella controffensiva di Kiev. I russi, pur con pesanti sacrifici e contraccolpi tipo l'abortita insurrezione di Prigozhin, hanno guadagnato meno terreno degli austriaci fra Caporetto e il Piave. No, al fronte la Russia non sta vincendo o vince troppo lentamente tant'è che ricorre sempre più a missili e droni contro la popolazione civile e si aggrappa alla diplomazia trumpiana per ottenere al tavolo quello che non ottiene sul campo.
Secondo, questa è una guerra per l'espansione della Russia. Non della Nato ai suoi confini – Baltici, dove c'è già, a parte – né, per procura, di Washington contro Mosca. Due varianti dello stesso mito non sostenute dalle dinamiche che precedettero l'invasione quattro anni fa e sempre meno da quelle successive. Dei quattro vertici Nato dall'inizio della guerra, tre in "era Biden" hanno promesso e rinviato, l'ultimo in era Trump ignorato.
putin e trump ad anchorage, alaska. foto lapresse
Di Ucraina nell'Alleanza non si parla tant'è che Kiev cerca garanzie «equivalenti». Negli Usa, a una presidenza che fece acrobazie per sostenere Kiev senza entrare in guerra con Mosca ne è subentrata una che riabilita Putin e punta da un'intesa strategica con la Russia. Per Trump l'Ucraina non è un alleato ma un incomodo. Ci pensi l'Europa. L'Europa ci sta pensando.
Col fiume degli aiuti militari americani prosciugato, a parte altri rivoli occidentali, il sostegno dell'Ucraina, politico, economico e militare, poggia su spalle europee. Facendo venir meno il terzo luogo comune: che l'Europa non possa fare a meno della Russia. Ne fa a meno in quanto costrettavi.
volodymyr zelensky emmanuel macron vertice dei volenterosi a parigi foto lapresse
E sostiene Kiev per la propria sicurezza e deterrenza della minaccia della Russia di Putin. I quattro anni di guerra dicono che la tenuta dell'Ucraina è diventata una responsabilità prevalentemente europea in cui gli Stati Uniti giocano un ruolo aleatorio.
Fresco dell'esplicito appoggio elettorale ricevuto da Donald Trump alla riunione del Board of Peace, Viktor Orbán, bloccava ieri l'ultimo pacchetto di sanzioni Ue alla Russia minacciando il veto sul vitale prestito di 90 milioni di euro all'Ucraina, senza il quale ad aprile le casse di Kiev saranno vuote.
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volodymir zelensky alla conferenza sulla sicurezza di monaco 2
Conseguenze non volute? Due. Sul versante europeo, malgrado queste indubbie difficoltà la guerra di Putin costringe l'Europa a crescere di statura. Politica e strategica. Le garanzie internazionali a Kiev saranno il battesimo della "difesa europea" che si costruirà sul campo dei "volenterosi" non sul fiume di documenti di Bruxelles.
Sul versante ucraino, la rottura di Mosca con Kiev risale al 2014 per bloccare l'accordo di associazione con l'Unione europea. La Nato non era sull'orizzonte. Dodici anni dopo, confini internazionali calpestati, guerra devastante in corso, l'Ucraina è vicina all'ingresso nell'Ue. Nel 2027? Sì, buon senso e pragmatismo permettendo.
foto di gruppo vertice dei volenterosi a parigi foto lapresse
zelensky macron starmer vertice volenterosi foto lapresse



