mercante arte messina denaro

MAFIOSI CON GUSTO – UN MERCANTE D’ARTE FINANZIAVA MESSINA DENARO. C’ERA IL PADRE DEL LATITANTE PIU’ FAMOSO D’ITALIA DIETRO IL FURTO DELL’”EFENO DI SELINUNTE” – PURE BRUSCA AVEVA DETTO CHE LA MAFIA ERA INTERESSATA AL TRAFFICO DI REPERTI ARCHEOLOGICI

 

Da Il Messaggero

 

Giovanni Franco Becchina 1

Dietro il mercante d'arte Giovanni Franco Becchina di 78 anni, a cui oggi la Dia di Trapani ha sequestrato beni «per un valore di svariati milioni di euro», ci sarebbe l'ombra del boss mafioso latitante Matteo Messina Denaro. È quanto emerge dall'inchiesta che ha portato al maxi sequestro dei beni, tra cui una villa secolare. «A gestire le attività illegali legate agli scavi clandestini ci sarebbe stato l'anziano patriarca mafioso, Francesco Messina Denaro», dicono gli inquirenti «poi sostituito da suo figlio: il latitante Matteo Messina Denaro», ricercato da più di 30 anni.

 

efebo di Selinunte1

Secondo alcuni collaboratori di giustizia, ci sarebbe stato proprio Francesco Messina Denaro dietro il furto del famoso Efebo di Selinunte, statuetta di grandissimo valore storico archeologico trafugata negli anni Sessanta e poi recuperata. «Lo svolgimento da parte di Becchina di un fiorentissimo traffico internazionale di reperti archeologici, di durata trentennale, è stato attestato nella sentenza emessa in data 10 febbraio 2011 dal Gup di Roma, mentre l'esistenza di cointeressenze economiche tra il proposto ed esponenti di spicco della consorteria mafiosa, oltre che dalle dichiarazioni di numerosi e qualificati collaboratori di giustizia, tra cui Rosario Spatola, Vincenzo Calcara, Angelo Siino e Giovanni Brusca», dicono gli inquirenti.

 

«E’ stata accertata, in via definitiva, dal Tribunale di Agrigento che, al termine del procedimento di prevenzione celebratosi a carico del noto imprenditore mafioso Rosario Cascio, con decreto del 21 giugno 2011 ha disposto, tra l'altro, la confisca della Atlas Cementi S.r.l., società costituita nel 1987 proprio da Becchina e della quale Cascio era entrato a far parte nel 1991». Emigrato dalla natia Castelvetrano in Svizzera, dopo aver subìto una procedura fallimentare, nel 1976, Becchina a Basilea, trovava lavoro come impiegato in una struttura alberghiera. In seguito, intraprendeva l'attività di commercio di opere d'arte e reperti archeologici, avviando la ditta Palladion Antike Kunst.

MATTEO MESSINA DENARO

 

Già nel 1992, sulla base delle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia Rosario Spatola e Vincenzo Calcare, che lo indicavano come vicino sia alla famiglia mafiosa di Campobello di Mazara, che alla famiglia mafiosa di Castelvetrano, per conto della quale avrebbe trafficato reperti archeologici, Becchina era stato indagato per concorso in associazione mafiosa.

 

A metà degli anni Novanta, divenuto ormai un affermato uomo d'affari, Becchina era tornato a vivere stabilmente a Castelvetrano, dove aveva anche avviato delle attività economiche ed effettuato rilevanti investimenti. Tra le iniziative siciliane, particolare rilevanza assume la costituzione nel 1987 della Atlas Cementi S.r.l. Frattanto nel 2001, Becchina - che già a partire dal 1979 era stato più volte denunciato per detenzione illegale di reperti d'interesse storico artistico - era stato coinvolto in una vastissima indagine giudiziaria, iscritta presso la Procura della Repubblica di Roma, perché ritenuto a capo «di un'agguerrita organizzazione criminale dedita, da oltre un trentennio, al traffico internazionale di reperti archeologici, per la gran parte provenienti da scavi clandestini di siti italiani, esportati illegalmente in Svizzera per essere successivamente immessi nel mercato internazionale, anche grazie alla complicità dei direttori di importantissimi musei stranieri».

 

Giovanni Franco Becchina 2

Nell'ambito di questo procedimento vennero individuati e sequestrati, a seguito di commissione rogatoria internazionale espletata in territorio elvetico, nella città di Basilea, cinque magazzini dove erano custoditi migliaia di reperti archeologici risultati provenienti da furti, scavi clandestini e depredazioni di siti, oltre che un archivio con più di tredicimila documenti (fatture, lettere indirizzate agli acquirenti, immagini fotografiche di reperti, etc.) relativi all'attività di commercio di opere d'arte e reperti condotta da Becchina.

 

Quest'ultimo veniva sottoposto a fermo e, in seguito, a misura cautelare custodiale, ma non riportava alcuna condanna, essendosi i reati allo stesso contestati estinti per sopravvenuta prescrizione. Nell'ambito di quelle indagini vennero sentiti i collaboratori di giustizia Siino, Brusca e Geraci. Brusca, in particolare, «nel confermare gli interessi economici dei Messina Denaro nel traffico dei reperti archeologici, ha raccontato che fu lo stesso Riina a indirizzarlo dal latitante castelvetranese, quando, nei primi anni Novanta, ebbe necessità di procurarsi un importante reperto archeologico, che avrebbe voluto scambiare con lo Stato italiano, per ottenere benefici carcerari per il padre».

 

GIOVANNI BRUSCA

A dire di Brusca i trafficanti d'arte legati a Messina Denaro avrebbero avuto la loro base in Svizzera. Inoltre, secondo quanto riferito dal collaboratore di giustizia Francesco Geraci, nella città di Basilea, «Matteo Messina Denaro avrebbe voluto avviare delle attività economiche, impiegando proventi delle attività illecite della famiglia mafiosa. Sempre a Basilea, secondo diverse risultanze giudiziarie, si sarebbe recato più volte lo stesso Messina Denaro ed altri appartenenti alla sua cosca mafiosa per acquistare illegalmente armi da guerra».

 

Da ultimo, poco prima di morire, il collaboratore di giustizia castelvetranese Lorenzo Cimarosa ha parlato dei rapporti esistenti tra Becchina e Matteo Messina Denaro. «Informazioni che gli avrebbe riservatamente rivelato Francesco Guttadauro, nipote prediletto (attualmente detenuto per mafia) della primula rossa di Castelvetrano», dicono gli inquirenti.

 

castello Bellumvider di Castelvetrano

Il provvedimento di sequestro colpisce aziende, terreni, conti bancari, automezzi, ed immobili, tra i quali l'antico castello Bellumvider di Castelvetrano, la cui edificazione si fa risalire a Federico II, nei secoli successivi eletto a residenza nobiliare del casato Tagliavia-Aragona-Pignatelli, principi di Castelvetrano. La Dia ribadisce che è «difficile quantificare il valore dei beni in sequestro d'interesse storico- architettonico, che certamente ascende a svariati milioni di euro».

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