MESSICO E SANGUE - 80 CRONISTI UCCISI PERCHÉ INDAGAVANO SUI NARCOS E I LORO LEGAMI COL POTERE - E NON C’È MAI UN COLPEVOLE PER UN GIORNALISTA CHE MUORE IN MESSICO, MAI

Attilio Bolzoni per “la Repubblica

 

E’ un viaggio in un luogo del mondo dove la vita di un giornalista vale meno di niente. Nelle strade deserte del Tamaulipas stavamo seguendo le tracce di un grande reportero che si chiama Diego Enrique Osorno e con lui abbiamo ritrovato anche tutti gli altri, i vivi e i morti.

 

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Li ammazzano i narcos ma soprattutto li ammazza il potere. Trafficanti e governatori che fanno affari insieme, militari corrotti, pubblici ufficiali assassini, stragi di mafia e stragi di Stato che si confondono nel sangue.

 

L’ultima appena due mesi fa nel Guerrero, 43 ragazzi rapiti, uccisi e bruciati da mafiosi con la complicità della polizia e su mandato di un sindaco che nel suo pueblo viveva come un re. Sono loro, i giornalisti messicani, i protagonisti di un film documentario che non poteva avere che un solo titolo: “Silencio”.

 

Silencio perché nessuno deve ascoltare. Silencio perché nessuno deve parlare. Silencio perché nessuno deve sapere. Chi scrive la verità è «socialmente pericoloso» in quello sterminato Paese che sopravvive nel terrore.

 

Ne hanno uccisi ottanta di giornalisti in Messico negli ultimi quattordici anni. E altri sedici sono scomparsi, i loro corpi non li hanno mai ritrovati. Più di quanti ne siano caduti in Iraq, 71. Più di quanti ne siano caduti in Vietnam, 66. Più di quanti ne siano caduti durante tutta la Seconda guerra mondiale, 68. E non c’è mai un colpevole per un giornalista che muore in Messico. Mai.

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Nessun colpevole per Regina Martinez, corrispondente del settimanale Proceso da Xalapa, la capitale dello Stato di Veracruz. La notte del 28 aprile del 2012 l’hanno trovata morta nella sua casa, torturata e strangolata. Nel suo ultimo articolo aveva scritto di nove poliziotti al servizio di un Cartello di narcotrafficanti. Hanno detto che Regina era stata uccisa per una rapina. Hanno detto che era stata uccisa per «motivi passionali ». Hanno detto che se era finita così, in fondo era per colpa sua. Poi non hanno detto più niente. Per le autorità messicane il movente per i delitti dei reporteros è sempre e solo uno: sesso, corna.

 

Luis Roberto Cruz, reportero, asesinado. Paulo Pineda Guacan, reportero, asesinado. Alfredo Jimenez Mota, reportero, desaparecido. Rafael Ortiz Martinez, reportero, desaparecido. Maria Isabel Cordero Martinez, reportera asesinada. Miguel Morales Estrada, reportero, desaparecido..

 

L’elenco è lungo, molto più lungo. Tre quelli che hanno ucciso a Oaxaca, sette quelli uccisi nel Guerrero, cinque nel Michoacán, dieci a Veracruz, cinque nel Chihuahua.

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Dai confini violenti con il Texas e dai gironi infernali di Veracruz siamo scesi fino alle spiagge bianche della Riviera Maya, dove tutto deve sembrare quieto, tranquillo, divertente. Dove è sempre festa ed è sempre vacanza.

 

Dove i Cartel della droga messicani fanno commercio e fanno traffico con camorristi napoletani e soprattutto con calabresi che riciclano i proventi della cocaina nel lusso di Cancun o a Playa del Carmen, una Little Italy — lì vivono almeno 20 mila nostri connazionali — con tanti ristoranti bar, pizzerie e gelaterie di italiani perbene e poi «loro », i boss che comprano tutto in contanti. Residence, hotel, terreni. Nessuno indaga, nessuno chiede mai niente. E’ facile arrivare a Playa del Carmen, dall’Italia ogni giorno partono tre voli per questa nostra colonia che sta dall’altra parte del mondo.

 

Cronache violente su nel Nuovo Leon e nel Tamaulipas, denaro e sfoggio di ricchezze sulla Rivera Maya. I due volti della mafia, di tutte le mafie.

 

claudia ochoa claudia ochoa

E poi, inseguendo le orme di boss e dei loro prestanome, con il regista Massimo Cappello siamo precipitati nella parte più “messicana” del nostro Paese, in quella Calabria dove decine di giovanissimi cronisti sono corrispondenti di guerra a casa loro.

 

Nei paesi della Locride, fra il porto e le macerie industriali della Piana di Gioia Tauro. E nella Reggio che è non è Sud e non è neanche Calabria, Reggio che è solo Reggio, protesa sullo Stretto con i suoi segreti.

 

Abbiamo attraversato campagne e città parlando con questi colleghi che sopravvivono in terra di ‘Ndrangheta. Dopo tanto silenzio anche loro diffondono un’informazione scomoda. In cambio ricevono minacce, attentati, pallottole calibro 12.

 

claudia ochoa  claudia ochoa

Fino alle intimidazioni dei preti — un’estate fa — quando alcuni giornalisti scrivono di Madonne che pagano il pizzo ai capobastone locali con gli inchini davanti alle loro case. Infami. Comunità religiose, sindaci, comitati civici tutti contro di loro per difendere «l’onore dei calabresi onesti». Altre minacce, altri giornalisti finiti sotto scorta come Michele Albanese. Una notizia in più porta sempre guai.

 

Alla fine del viaggio che è cominciato a Città del Messico ed è continuato in fondo all’Italia, abbiamo scoperto chi sono in realtà Diego Osorno, Anabel Hernàndez, Jorge Carrasco e tutti gli altri colleghi messicani, sconosciuti e famosi, giovanissimi reporteros e inchiestisti di robusta esperienza. Sono ribelli, sono diventati ribelli per continuare a fare i giornalisti.

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