FONDATI SULLO SCHERNO – FIN DAI TEMPI DI DANTE, GLI ITALIANI SI SONO DISTINTI PER UNA VOCAZIONE ALLO SCHERNO E AGLI SBERLEFFI – DAL PALIO CON LE PROSTITUTE CHE ALZANO LA GONNA ALLE CAROGNE DI ANIMALI LANCIATE CON LA CATAPULTA NEGLI ASSEDI

Bruno Giurato per “il Giornale

 

SBERLEFFI DI CAMPANILESBERLEFFI DI CAMPANILE

L'Italia, una civiltà fondata sullo scherno. Ci possono venire in mente gli sberleffi delle tifoserie del pallone, o quelli in Parlamento, come la mortadella alla caduta del governo Prodi un po' di anni fa. O magari i «vaffa-day» di Beppe Grillo, o le bordate di prese per il popò di origine social ai danni di star e starlette, uomini politici, cantanti e scrittori. Ma la tendenza, l'atteggiamento, il costume culturale è molto più antico di quanto la cronaca riveli. Lo testimonia un librone di Giancarlo Schizzerotto, Sberleffi di campanile. Per una storia culturale dello scherno come elemento di identità nazionale. Dal Medioevo ai giorni nostri (Olshki, pagg. 642, euro 54).

 

Una rassegna enciclopedica, documentatissima, di modalità insultatorie, tutte italiane e diffuse da secoli. Schizzerotto (scomparso nel 2012), ex normalista, poi direttore di diverse biblioteche del Nord Italia, ha scritto un «libro della vita», costato un decennio di lavoro che è anche un fantastico promemoria di litigiosità, scherzi più o meno macabri, calpestamenti più o meno simbolici ma sempre al grado di crudeltà più alto possibile, della figura dell'avversario, del rivale, del dirimpettaio. Una storia e geografia ragionata dei motivi di disunione italiana.

 

LEOPARDILEOPARDI

Prendiamo la Commedia di Dante. L'Inferno (ma anche il Purgatorio e perfino il Paradiso) tra l'altro è un'enorme collezione di «vituperia». Ci sono insulti ad altre città («Pisa vituperio delle genti»; «Godi, Fiorenza...»), strigliate sanguinose a personaggi storici, Capaneo che squadra le fiche al Cielo. Non è solo la santa indignazione del poeta-profeta, è anche il riflesso di un modus polemico diffuso nell'Italia di allora.

 

Nel 1334 i bolognesi, imbufaliti con il legato pontificio di passaggio lo coprirono di contumelie, gli fecero il gesto delle «fiche» (il pollice tra indice e medio), mentre un drappello di prostitute mostravano al legato la loro «natura». Addirittura nel Duecento sulla rocca di Carmignano c'erano due braccia di marmo immortalate nel gesto delle «fiche» all'indirizzo di Firenze. E nel 1335 il gonfaloniere di Perugia per oltraggiare Arezzo perdente, oltre a far razziare il Duomo fece istituire un Palio in città, a cui partecipavano solo prostitute vestite di rosso, che cavalcavano alla maniera degli uomini col vestito sollevato fino alla cintola.

 

DANTE ALIGHIERIDANTE ALIGHIERI

Quella dei palii organizzati per puro scherno nelle città vinte era solo una delle tradizioni insultatorie. C'era anche, per esempio, l'uso di coniare monete apposite con simboli di scherno, o quello di entrare nella città conquistata con i pantaloni abbassati mostrando il sedere agli sconfitti. O altri sistemi di irrisione: nel 1449 a Firenze, l'ingresso della casa dell'ambasciatore milanese Sforza fu sommerso da quintali di letame.

 

E fin qui siamo più o meno alla goliardia. Ma il libro di Schizzerotto documenta la crudeltà verso persone e animali, fino all'horror. Per esempio durante gli assedi, così diffusi nel Medioevo e nel Rinascimento, c'era l'uso di lanciare con le catapulte asini e giumente nella roccaforte nemica. Spesso si trattava di carogne putrefatte. Con intenti, oltre all'insulto, di guerra batteriologica. E si lanciavano anche feci e contenitori di urina, pesce marcio, immondizia, oltre ai soliti corpi contundenti.

 

ALBERTO SORDIALBERTO SORDI

Se poi l'uso di rimandare a casa i prigionieri dopo aver loro fatto tagliare nasi, mani e orecchie come umiliazione per la città di appartenenza e deterrente psicologico si è conservato fino a oggi in certe forme di guerriglia tribale (vedi Africa e Medioriente), ci sono episodi in cui la crudeltà diventa arte dello scherno: nel 1530 mentre Fabrizio Maramaldo assediava Volterra trovò fuori dalle mura un gatto sospeso per la pelle della schiena, le cui urla straziate erano un terribile sfottò del suo cognome: Maramaus.

 

Buona parte degli esempi storici arrivano dal Medioevo-Rinascimento, ma il libro di Schizzerotto non si ferma qui: è una testimonianza della divisione che arriva fino ai nostri giorni, perché appunto come notava Giacomo Leopardi nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'Italiani, questi sono «occupati a deridersi in faccia gli uni e gli altri», e il loro individualismo integrale è una conseguenza della loro chiusura sociale.

 

Troviamo i nobili veneziani che dai palchi del teatro sputano addosso al popolino, troviamo, naturalmente, anche l'olio di ricino nel periodo del fascismo, e anche episodi più innocui, come il gruppo di squadristi i quali, «catturata una fanfara socialista la costringe a suonare gli inni fascisti».

 

UMBERTO BOSSIUMBERTO BOSSI

E poi troviamo anche i partigiani, che dal '45 in poi non si fanno mancare nulla, quanto a disprezzo per il vinto. Specialmente nei confronti delle donne: le rasature, il minio in testa, le violenze sessuali di gruppo su ragazzine, il costringerle a camminare nude fra gli insulti della folla prima dell'esecuzione sommaria (qui Schizzerotto recupera diverse testimonianze dai libri di Giampaolo Pansa). Si arriva fino ai lanci di monetine nel periodo di Mani pulite.

 

Un libro dietro alle tinte allegre e ironiche, o feroci e horror, molto utile, quindi. Per chi ha voglia di disilludersi sul concetto di «storia condivisa», e perfino su certi esiti della cultura contemporanea. Per esempio al Leopardi del Discorso l'Italia divisa, «cinica» e «nichilistica», evoca la visione di un mondo che «diverrà un serraglio di disperati. E forse anche un deserto».

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