NEL FOSSATI DEI LEONI - L’EROE DEI PICCOLI AZIONISTI TELECOM È LO STESSO CHE HA VENDUTO LA STAR E HA L’IMPERO IN LUSSEMBURGO

Luca Piana per "l'Espresso"

È sceso in campo con una decisione che raramente capita di vedere a Piazza Affari. «Il consiglio di amministrazione di Telecom Italia è in conflitto d'interessi, deve dimettersi al più presto», ha detto. Non era un semplice auspicio. Perché mentre faceva la sua dichiarazione di guerra, Marco Fossati, 54 anni, ha chiesto la convocazione di un'assemblea per far decadere l'intero vertice di Telecom.

L'accusa: l'accordo fra le banche azioniste e la spagnola Telefonica per trasferire a Madrid il controllo del gruppo condiziona forzatamente gli amministratori. Che non possono più muoversi in autonomia facendo il bene di Telecom stessa ma sono costretti a portare acqua ai nuovi padroni.

A guardare i fatti degli ultimi anni, è difficile sostenere che Fossati, titolare di una partecipazione dichiarata del 5 per cento di Telecom, abbia torto. Il peso degli interessi di Telefonica, un gruppo ben più ampio e diffuso della società italiana, anche se altrettanto indebitato, si è fatto sentire in più occasioni.

Creando malumori sia fra gli amministratori indipendenti sia nel management di Telecom, dove il presidente Franco Bernabè si è dimesso affermando che nessuno lo aveva messo a conoscenza dei progetti di Telefonica. Anche oggi, poi, il nuovo piano di riduzione dei costi avviato dall'amministratore delegato Marco Patuano viene visto con preoccupazione dagli osservatori, che temono un effetto negativo sugli investimenti necessari per far sì che Telecom resti competitiva.

Sta di fatto, però, che il tentativo di far fuori il consiglio della compagnia finora non sembra aver particolarmente riscaldato gli animi della politica, anche di chi si è dichiarato apertamente contro gli spagnoli. La fotografia più nitida della situazione la scatta Massimo Mucchetti, senatore Pd, secondo il quale la richiesta di Fossati «è fatta per tutelare in modo legittimo il suo investimento e, assieme, i diritti delle minoranze».

Mucchetti, uno dei primi a porre pubblicamente la questione del conflitto d'interessi del consiglio di amministrazione di Telecom, per quattro quinti nominato dall'asse banche-Telefonica, ne fa un problema di regole: «Telecom sta per passare di mano per l'ennesima volta senza che gli azionisti di minoranza ne abbiano alcun beneficio. Fino a quando il contratto non sarà eseguito con l'attribuzione dei diritti di voto alle nuove azioni di proprietà degli spagnoli, c'è tempo per intervenire per proteggere il mercato».

Di qui la mozione, votata dal Senato, che impegna il governo a cambiare con urgenza le regole dell'Offerta pubblica d'acquisto, costringendo Telefonica, se vorrà andare avanti, a offrire lo stesso prezzo pagato alle banche anche ai soci di minoranza. Quanto a Fossati, Mucchetti ribadisce: «La sua è un'iniziativa di mercato, non ha bisogno dell'interventismo della politica».

A ben vedere, la tentazione di affidare a Fossati, origine brianzola ma residenza a Lugano, il ruolo di portabandiera degli interessi dell'industria nazionale sarebbe fuori luogo. Perché lui, nato imprenditore, si è ritrovato spesso nelle condizioni di vendere le imprese di famiglia proprio a compratori stranieri. Le fortune dei Fossati nascono infatti con il papà Danilo, fondatore nel dopoguerra della Star, famosa per i suoi dadi da brodo ma presente anche in altri settori dell'industria alimentare, dal tonno ai sughi agli alimenti per i bebé. Negli ultimi anni, però, i Fossati hanno monetizzato tutte queste partecipazioni, costituendo un enorme patrimonio finanziario in Lussemburgo e puntando con forza su una politica di acquisizioni in Borsa.

Con risultati in chiaroscuro, sia per quel che riguarda la vitalità delle loro vecchie aziende, sia dal punto di vista del ritorno economico.
La prima dismissione di peso è avvenuta già 13 anni fa, nel 2000, con la vendita della fabbrica di tonno di Sarno e la cessione delle attività commerciali in questo settore a una nuova joint venture, la Mare Aperto, gestita commercialmente da Star ma rifornita dal socio spagnolo Jealsa-Rianxeira, azionista al 50 per cento.

Il grosso arriva però qualche anno dopo. Nel 2005 la Mellin, il marchio dedicato ai prodotti per l'infanzia, passa per 400 milioni di euro agli olandesi della Royal Numico, che successivamente vengono rilevati dalla francese Danone. Nel 2007 i Fossati vendono anche la Star, che finisce ancora una volta a un'azienda spagnola, la Preparados Alimenticios (Pasa), nota ai più con il marchio commerciale Gallina Blanca.

L'accordo, questa volta, è particolarmente complesso: la holding lussemburghese dei Fossati, la Findim Group, per cedere il 100 per cento della Star incassa subito 752 milioni di euro. In cambio, però, sottoscrive un aumento di capitale da 539 milioni nella Pasa stessa, diventandone azionista con il 50 per cento. L'accordo con l'alleato spagnolo, la famiglia Carulla, si conclude l'anno scorso, quando la Findim rivende l'intera partecipazione. Nel bilancio 2012 il prezzo di quest'ultima transazione non è specificato. Tuttavia «la cessione ha prodotto un effetto positivo di 234 milioni», assicura il documento.

Dal punto di vista industriale, la dismissione all'estero delle varie attività ha prodotto risultati disomogenei. Il giro d'affari della Mellin è cresciuto parecchio. Nel 2004, l'ultimo anno di gestione Fossati, era pari a 149 milioni, mentre l'anno scorso - ultimo bilancio disponibile - è arrivato a 244 milioni. Di segno opposto l'andamento di Star. Nei cinque anni che vanno dal 2008 al 2012 il fatturato è sceso in maniera pressoché continua, passando da 349 a 299 milioni.

I dipendenti sono diminuiti da 495 a 381 unità, mentre le vendite sui mercati esteri si sono più che dimezzate, scendendo da 51 a 20 milioni di euro. La Spagna, dunque, non sembra aver fatto bene alla storica azienda di Agrate.

Dall'industria i fratelli Fossati - oltre a Marco, ci sono Giuseppe, Stefania e Daniela - sono però usciti con un cospicuo patrimonio. Al di là delle partecipazioni, la Findim oggi ha in cassa - tra depositi in conto corrente e altri valori immediatamente liquidabili - oltre 447 milioni. Una cifra che, nel caso di Marco, si aggiunge ai 216 milioni cash dichiarati dalla sua personale holding lussemburghese, la MF Capital.

Nel Granducato, dunque, c'è un tesoro, in grado di dare alla famiglia notevole potenza di fuoco per nuovi investimenti e attutire i rischi, come quelli legati alle contestazioni dell'Agenzia delle Entrate. Che, informa succintamente il bilancio, vuole far chiarezza sui movimenti di «due partecipazioni detenute in precedenza», non specificate.

Anche in Borsa, i risultati ottenuti si dividono fra luci e ombre. Nel 2007 Findim ha incassato un plusvalenza di 56 milioni vendendo un pacchetto di azioni Banca Lombarda, mentre è uscita quasi in pari dalla Cattolica Assicurazioni. La scommessa persa, almeno finora, è stata però quella su Telecom. Solo nel bilancio 2012 Findim ha dovuto svalutare la propria partecipazione per ben 200 milioni di euro. Ai prezzi di Borsa attuali, però, la holding dei Fossati rischia un'ulteriore mega-svalutazione, pari a circa 300 milioni. Un buon motivo per tentare di uscire dall'angolo in cui il blitz di Telefonica rischia di farli finire.

 

 

Marco Fossati di FindimFRANCO BERNABE CESAR ALIERTA GABRIELE GALATERI DI GENOLA ASSEMBLEA GENERALI DI BANCA DITALIA FRANCO BERNABE FOTO LA PRESSE ALIERTA ALIERTA banca lussemburgolussemburgoTELECOM c c fa a ca dd TELECOM TELEFONICA ea c f c a cecb a a e b

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