LE NOZZE NO - NEL 2013 L’ITALIA HA TOCCATO IL MINIMO STORICO DEI MATRIMONI CIVILI E RELIGIOSI: SOLO 194 MILA - MA LE UNIONI DI FATTO SONO OLTRE UN MILIONE E UN BAMBINO SU QUATTRO NASCE DA COPPIE NON SPOSATE - ALL’ESTERO IDEM CON PANNOLINI

Maria Novella De Luca per “la Repubblica”

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La festa è finita. Fiori d’arancio, fedi, cerimonie, viaggi di nozze, pranzi di parenti e liste di regali: storie di ieri, riti appassiti. I giovani non si sposano più. Né al Nord e neppure al Sud. Amore sì, ma niente contratti, l’Italia ha ormai toccato il minimo storico dei matrimoni civili e religiosi, un crollo vertiginoso, nel 2013 i “sì” sono stati 194.057 mila (ultimo dato Istat).

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Erano 50mila in più 10 anni fa. Record negativo storico. E non è che all’estero sia molto diverso, i Millennials americani, i trentenni diventati maggiorenni nel nuovo secolo, stanno facendo precipitare le statistiche del “grande giorno”, industria delle nozze compresa. Nessuno rinuncia a passioni e sentimenti, attenzione, chi non si sposa spesso convive. Tanto che le unioni di fatto, dice l’Istat, nel nostro paese sono già ben oltre un milione, e la vera novità è il numero sempre maggiore dei bambini che nascono fuori dal matrimonio, il 26 per cento più di un neonato su quattro.

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I demografi si interrogano: siamo alla fine del “modello mediterraneo” di famiglia? Se il vincolo coniugale non è più sentito come necessario per mettere al mondo un figlio, né come rito religioso (in picchiata le cerimonie in chiesa, 44mila in meno in 5 anni) davvero allora l’istituto del matrimonio finirà alle ortiche? Del resto la nuova legge che equipara, in tutto e per tutto, i bambini nati da genitori sposati ai piccoli delle coppie “more uxorio” ha cambiato lo scenario italiano, eliminando ogni discriminazione. Con delle zone d’ombra però.

 

«Alla fine si è sposato anche Vasco Rossi — sottolinea con ironia Letizia Mencarini, demografa all’università di Torino — nonostante il mito della vita spericolata». Perché per le coppie di fatto ancora oggi restano in piedi divieti e differenze, che riguardano, paradossalmente, ormai più gli adulti che i bambini.

 

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«Sul fronte sanitario e sul fronte patrimoniale le differenze sono marcate. Gli ospedali sono molto rigidi sui diritti di visita o di decisione dei partner non sposati, non esiste ad esempio l’ereditarietà della pensione. Ma è soltanto questione di tempo, perché seppure con i nostri ritardi prima o poi si arriverà a nuove forme di tutela delle convivenze ».

 

In ogni caso, per l’Italia, suggerisce Mencarini, il vero cambiamento riguarda i tanti, tantissimi figli che nascono fuori dal matrimonio. «Oggi sono il 26 per cento dei neonati, nel 2000 erano soltanto il 10 per cento. È un dato enorme. E da un punto di vista sociale una rivoluzione dei costumi ». Come se fosse caduto, per sempre, e anche al Sud, lo stigma morale contro i bambini nati “more uxorio”. «Il salto è avvenuto quando i genitori dei trentenni di oggi hanno accettato finalmente le convivenze dei propri figli. Pur sperando probabilmente in una posticipazione delle nozze».

 

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I trentenni, appunto. In Italia, come nel resto d’Europa, e adesso anche negli Stati Uniti, ad essere crollate sono soprattutto le prime nozze, quelle di chi ha tra i 28 e i 35 anni, la generazione dei Millennials. In America per la prima volta nel 2013 si sono celebrati meno di 2 milioni di matrimoni, nel 1984 (anno record) erano stati due milioni e mezzo, secondo i dati del “Pew Research Center”. In Italia 40mila in meno negli ultimi 5 anni.

 

Dunque sono le coppie dalla vita flessibile e precaria a dire no al matrimonio, dove un “wedding party” viene considerato una spesa inutile anche se piacevole, anzi addirittura una scelta economica da mettere in contrapposizione all’arrivo di un figlio. Perché dietro il calo vertiginoso delle nozze, come spiega Daniele Vignali, giovane demografo dell’università di Firenze, autore del saggio “Convivere o sposarsi” (il Mulino) le ragioni sentimentali, antropologiche ed economiche si fondono insieme, decretando l’addio a bomboniere e confetti, ma soprattutto sia al rito in senso religioso che al matrimonio come contratto civile.

CONVIVENTI CONVIVENTI

 

Basta leggere alcune testimonianze raccolte proprio nel libro di Daniele Vignali, i dubbi e le incertezze di un gruppo di trentenni alle prese con il proprio futuro di coppia. Anna: «La convivenza è già di per sé una presa di responsabilità: quando il mio compagno ed io abbiamo deciso di andare a vivere insieme, per noi era come decidere di sposarsi, la stessa identica cosa...».

 

Laura: «Vorrei andare a convivere con il mio ragazzo, ma non necessariamente sposandomi. Lo farò più avanti, per adesso il matrimonio non è una tappa da raggiungere». E Francesco: «La convivenza è una sorta di prova...». Per un impegno futuro, forse, anche se, in fondo, come dice Anna, quando si decide di condividere una strada, e magari si hanno dei figli, quella convivenza è di fatto un matrimonio.

 

CONVIVENZA CONVIVENZA

Però l’amore senza vincoli sembra più leggero e senza rischi di usura. Fabrizio: «Il vantaggio della convivenza è che quando ti svegli al mattino, se vuoi andartene lo puoi fare, e quindi ogni giorno devi scegliere di restare...». Aggiunge Vignali: «Il drastico calo dei matrimoni si deve leggere in controluce alla crisi economica. Prima di tutto per i costi: molte giovani coppie preferiscono mettere da parte i propri risparmi per una futura gravidanza piuttosto che impegnarli in una cerimonia. Ma non è soltanto questo. L’incertezza materiale è diventata oggi una incertezza esistenziale».

 

Senza più strutture stabili (casa di proprietà, lavoro fisso) ma dovendo inventarsi la vita ogni giorno, i Millennials rifuggono dunque da relazioni troppo definite. Da rito di “passaggio” il matrimonio è diventato rito di “conferma” del proprio amore. «In un certo senso — ipotizza Daniele Vignoli — il divorzio breve potrebbe dare un nuovo impulso agli sposalizi. Sapendo di potersi lasciare più facilmente, forse i giovani ricominceranno a sposarsi...».

 

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Chissà. Per verificare questo “effetto paradosso” si dovrà aspettare qualche anno. Per Elisabetta Ruspini, docente di Sociologia alla Bicocca di Milano «il legame a vita non è un concetto che questa generazione può condividere, ancora meno l’idea ai agganciare un sentimento ad un contratto». «Certo, la crisi economica incide. Ma i trentenni non si sposano semplicemente perché non ne sentono più il bisogno. Né per un sentimento religioso, sempre meno diffuso, né per una convenzione sociale, sempre meno necessaria. Visto che ormai i figli sono tutelati, e le convivenze accettate e riconosciute, il matrimonio nei fatti è diventato superfluo».

 

Questo non vuol dire che soprattutto nelle donne l’abito bianco, i fiori e la festa non esercitino ancora un certo fascino. Ma nulla ormai, suggerisce Ruspini, è obbligatorio. «Mentre il mondo eterosessuale respinge in massa il contratto nuziale, le coppie gay, il mondo Lgbt, sta facendo una faticosa battaglia proprio per conquistare quegli stessi diritti, il matrimonio ad esempio, considerati invece obsoleti da chi li ha sempre avuti. Contraddizioni certo, che raccontano però la trasformazione della della famiglia».

 

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