antonio de marco de santis

“CI SARÀ ANCHE UN MOTIVO SCATENANTE PRECISO, UN LITIGIO A LUGLIO, MA QUESTO ODIO NON È FIGLIO DI UN EPISODIO UNICO” - NUZZI FA IL RITRATTO DI ANTONIO DE MARCO: “UNA RABBIA MONTATA DA CHI SI SENTE DERISO, DA CHI PER PROTEGGERE UNA PERSONALITÀ FRAGILE ANIMA LA PERSONA DI RISENTIMENTO, DI DESIDERIO DI RIVALSA. LA DISTANZA TRA LA SOLITUDINE DI ANTONIO E L'AMORE DI ELEONORA E DANIELE ERA INCOLMABILE. E COSÌ..."

Gianluigi Nuzzi per “la Stampa”

 

ANTONIO DE MARCO

La camera della tortura era pronta, la sala da pranzo dove i ragazzi ignari cenavano al secondo piano di via Montello 2, il palazzo giallo nel bianco Salento a Lecce, a due passi dalla questura, a ridosso dall'ostello universitario. Poteva muoversi persino bendato in quella stanza, tanto la conosceva bene, Antonio De Marco, 21 anni, studente e giovane assassino. Proprio lì al tavolo imbandito delle vittime, l'inverno scorso, Antonio per trenta sere aveva divorato una pizza, un kebab, una volta finito il tirocinio da infermiere in ospedale.

 

Sempre in solitudine, per cacciare i pensieri, gli incubi, l'odio che l'assaliva. In un mondo fantastico e protetto, simile a quello degli hikikomori - parola giapponese che significa letteralmente «stare in disparte, isolarsi». Ragazzi che rifiutano la vita sociale, che deambulano in un pianeta parallelo, profili che incuriosivano Antonio. Forse si riconosceva in quei giovani che decidono di isolarsi dalla società, si chiudono in casa. Senza nemmeno uscire. Si spendeva nelle ricerche su internet per conoscere meglio gli hikikomori, solitudine, isolamento.

 

ANTONIO DE MARCO

La cena interrotta Il 21 settembre per la mattanza all'ora di cena, il boia indossava indumenti rituali, nello zaino strumenti idonei. Una felpa e jeans scuri, una mascherina protettiva nera con disegnata sopra una sarcastica bocca dello stesso colore. Brandiva un coltello dalla lama scintillante e dall'affilatura perfetta. Antonio non doveva interrogare Eleonora e Daniele, la coppia della Bellezza, un amore d'emozioni da quattro anni.

 

Né voleva carpire loro segreti, promesse, denaro, sesso estremo. Doveva esprimere solo l'elegia della violenza assoluta e quindi del sacrificio. Consumare quella vendetta che già settimane prima sui social avvertiva come «un piatto da servire freddo» perché, osservava, «è vero che la vendetta non risolve il problema ma per pochi istanti ti senti soddisfatto».

ANTONIO DE MARCO

 

Ecco, per esaltare quella soddisfazione voleva bloccare le vittime con le fascette stringitubi e porre la coppia in inferiorità psicologica, ridotta a schiavitù, rimessa all'ubbidienza sadica. Sopraffarla con il tormento, il dolore. Imporre con il coltello dalla lama imponente il progressivo supplizio. Con la sola cura di evitare la morte e la perdita dei sensi, perché avrebbero anzitempo interrotto la tragedia e dissolto il piacere.

 

Quindi, ripulire il teatro del proprio godimento e dileguarsi nel buio, immergendosi nella normalità di inizio campionato, gelato da passeggiata e fine estate. Tornare sui libri, come poi ha fatto, come se nulla fosse in una solitaria anaffettività che avrebbe reso il suo agire più impermeabile ai sospetti. Ma ecco l'imprevisto. Daniele ha reagito. Il cristiano si è difeso a mani nude, rovinando il rito, il piano sghembo dello studente che studiava da infermiere ma scolpiva nella mente il delitto che con miope arroganza riteneva perfetto.

ANTONIO DE MARCO

 

E così la vendetta, il pareggiare i conti ha subito un'accelerazione fulminea. Eleonora e Daniele sono stati massacrati con venti, trenta coltellate, una furia cieca che andava ben oltre la volontà di uccidere. Ha perso la freddezza dell'attesa, dei cinque bigliettini con mappate le telecamere. Perde la mascherina, i foglietti, lascia tracce ovunque. Lo prenderanno. Ora sociologi, criminologi, psichiatri o presunti tali si tufferanno nel passato di questo ragazzo cercando brandelli di patimenti e risposte al suo agire.

 

antonio de marco daniele de santis eleonora manta

Si avrà un giustificazionismo da salotto poi brandito da chi magari proporrà l'infermità mentale di questo infermiere che imparava a curare di giorno e studiava come torturare e uccidere di notte. Il paragone con la vittima E invece - almeno da quanto a oggi trapela - aveva il passato lindo fino alla rottura dei rapporti con i coinquilini, a vedere in loro dei nemici. Ci sarà anche un motivo scatenante preciso, un litigio a luglio, ma questo odio non è figlio di un episodio unico. Una rabbia montata da chi si sente deriso, da chi per proteggere una personalità fragile anima la persona di risentimento, di desiderio di rivalsa, che deve reagire, trovare soddisfazione.

 

IL DESIDERIO DI VENDETTA DI ANTONIO DE MARCO

«Li ho uccisi perché erano troppo felici, troppo» avrebbe detto agli investigatori. La distanza tra la solitudine di Antonio e l'amore di Eleonora e Daniele era incolmabile. E così tra il successo di Daniele, dal riconoscimento sociale e sportivo dell'attività di arbitro al denaro delle pigioni, alle spalle famiglie affiatate, al costruirsi un futuro, rispetto ai sotterranei dei nosocomi dove Antonio andava a cambiarsi a inizio e fine turno vedendo davanti a se ogni domani senza colore.

 

Daniele arbitro rispettato, qualche volta persino in serie B, Antonio allenatore di squadre amatoriali. Lui che della straordinaria generosità degli infermieri e dei medici nulla aveva capito. Daniele proprietario di case, lui vagabondo d'affitto, di stanza in stanza. Daniele ricco, emancipato, lui invidioso di quella felicità che percepisci negli altri sempre più grande e luminosa di quanto sminuisca la tua.

 

antonio de marco 2

E poi Eleonora, una principessa dalla bellezza magnetica, un rapporto duraturo con Daniele, la convivenza, e poi domani, chissà, un bambino. Eleonora dall'anima gentile e gli studi di psicologia alle spalle, Antonio che si perdeva in internet per trovare le chiavi e decifrare il proprio tormento. Inarrivabili, Daniele ed Eleonora. Inarrivabili se non spegnendo le loro vite. E rimanere, per assurdo, ancora soli.  

 

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