PACCO-BOMBA A UN CRONISTA DELLA ‘’STAMPA’’ CHE SI OCCUPA DI NO-TAV - CASELLI: “SIAMO DI FRONTE A UN’ESCALATION” - NO TAV: “NON SIAMO STATI NOI”

1-BOMBA A LA STAMPA, POTEVA UCCIDERE - HARD DISK CON 120 GRAMMI DI ESPLOSIVO RECAPITATO A UN CRONISTA: NELLA RIVENDICAZIONE SI CITA L'ALTA VELOCITÀ


1. BOMBA A STAMPA:NO TAV,PALLOTTOLE E BOMBE NON CI APPARTENGONO
(ANSA) - "E' evidente che dietro l'angolo è pronta l'ennesima campagna diffamatoria ai danni del movimento No Tav". E' quanto si legge in un comunicato a firma Notav.info in merito al plico esplosivo recapitato ieri a La Stampa. "Il movimento No Tav ha chiarito in più occasioni - si legge - che non ha assolutamente né la volontà né l'interesse di creare danni alle persone. Pallottole e bombe non ci appartengono. Piuttosto continuiamo a sottolineare la faziosità e il comportamento indegno che alcuni cronisti e alcune testate hanno nei confronti del movimento stesso".

"Fatti come questo - si aggiunge - non ci impediscono di sottolineare lo squallido lavoro che lo stesso cronista Massimo Numa porta avanti in favore di interessi mafiosi e corrotti quali sono quelli del progetto Tav Torino-Lione e di tutti coloro che da questa inutile opera trarranno profitto a danno dei cittadini".


2. BOMBA A "LA STAMPA"
Claudio Laugeri per "La Stampa"

Una bomba mascherata da hard disk. Per uccidere. Centoventi grammi di polvere esplosiva pressata dentro un hard disk, con tanto di cavetto per il collegamento al computer. Una trappola. È arrivata martedì nella redazione de «La Stampa», indirizzata al collega Massimo Numa, che da tempo si occupa delle tematiche della Val di Susa e dei No Tav.

E proprio quello è l'argomento richiamato nella lettera formato A4, infilata nella busta assieme alla bomba travestita da memoria per il pc. L'esplosivo era collegato a un chip, destinato a fondere appena raggiunto dalla corrente elettrica. Il corto circuito avrebbe causato l'esplosione. Devastante per il collega e per chi gli fosse stato accanto.

Secondo attentato
Il 9 aprile era arrivata un'altra busta, indirizzata alla redazione. In quell'occasione, un fattorino si era insospettito per il gran numero di francobolli e per la mancanza del timbro di spedizione. Dentro c'era un astuccio per cd, imbottito di polvere esplosiva. Non è esploso soltanto per un caso.

È finito sul tavolo dei fattorini, assieme alla posta per i giornalisti, per la direzione. L'addetto allo smistamento ha aperto il plico, ha notato alcuni fili elettrici e ha capito che erano collegati a una bomba. L'ordigno è stato rivendicato alcuni giorni dopo con una lettera inviata al Secolo XIX dalla Federazione anarchica informale (Fai)/Fronte rivoluzionario internazionale (Fri), con un documento di critica ai media, dove i giornalisti venivano indicati come ipotetici bersagli.

La telefonata
Il plico recapitato martedì era stato annunciato da una telefonata, un mese e mezzo fa. Sembrava una segnalazione come tante, di un lettore che voleva offrire documentazione fotografica sui campeggi di lotta No Tav a Venaus e Chiomonte. Il cronista si è dichiarato disponibile a ricevere il materiale. Era una trappola. Confezionata alla perfezione. Compresa la lettera di accompagnamento, formato A4, scritta al computer, per illustrare il presunto contenuto dell'hard disk.

La bomba
Alle 10,30, la busta è stata recapitata al giornale. Senza mittente. È stata subito identificata come sospetta ed è stata lasciata sul banco dei sorveglianti, all'ingresso della redazione. È rimasta lì finché il giornalista non l'ha prelevata per portarla sulla propria scrivania.

Un lembo della linguetta di chiusura era leggermente scollato, abbastanza da poterlo sollevare per guardare dentro e notare le prime parole sulla lettera di accompagnamento all'oggetto che appesantiva il plico. Il giornalista ha aperto, estratto foglio e hard disk, infilati nella busta assieme al cavetto di collegamento per il computer. Il cronista ha letto il documento e poi si è fermato.

Un gesto d'istinto. Ha chiamato la polizia, lasciando la memoria per pc sulla scrivania, accanto a lettera e cavetto. Gli agenti di Digos, reparto Artificieri e Scientifica hanno esaminato l'hard disk, sembrava innocuo. Soltanto gli esami di laboratorio fatti alcune ore dopo hanno svelato che era una bomba. Potente. Confezionata con perizia. Con l'obiettivo di uccidere.

Le indagini
Gli investigatori si sono messi subito al lavoro. Hanno preso le impronte digitali del destinatario e di coloro che hanno maneggiato il plico in redazione. La polizia Scientifica, poi, ha anche esaminato con particolare cura l'involucro (ma anche la memoria per pc) alla ricerca di tracce biologiche.

Lo stesso scrupolo sarà applicato all'analisi della lettera di accompagnamento: benché scritta al computer, la stampa e il carattere potrebbero offrire elementi utili all'indagine.


2-L'ALLARME DI CASELLI: "SIAMO DI FRONTE A UN'ESCALATION"
Massimiliano Peggio per "La Stampa"

Procuratore Caselli, qual è il significato di questo pacco bomba inviato ad un cronista della Stampa?
«Quando si attaccano i giornalisti è un pessimo segnale per un Paese. I giornalisti sono nemici della mafia, delle Brigate Rosse, di chi non tollera obiezioni. Se scattano rappresaglie contro chi non fa cronache compiacenti, vuol dire essere al di fuori della democrazia».

Anche se al momento non sono state fatte rivendicazioni, l'attenzione degli investigatori pare essere rivolta al variegato mondo No Tav. Siamo ad un punto di svolta?
«Più che di svolta parlerei di escalation. Il pacco bomba, con tutte le riserve del caso quando si tratta di un'indagine appena agli inizi, sarebbe riconducibile al clima di tensione che si è venuto a creare intorno al progetto dell'Alta Velocità. La matrice sembra essere quella anarchica».

C'è un filo conduttore con le altre bombe attribuite alla matrice anarchica scoppiate negli anni scorsi a Torino?
«Esistono dei precedenti che collocano questa bomba in una linea di continuità con gli attentati del 1998 e del 2007, in particolare quest'ultimo avvenuto nel quartiere della Crocetta che avrebbe potuto causare danni molto gravi. In questo senso c'è un'escalation anche nel modo di fabbricare gli ordigni».

La bomba spedita alla Stampa poteva uccidere?
«Di certo, stando ai primi accertamenti, stiamo parlando di un ordigno estremamente pericoloso e sofisticato, che avrebbe potuto causare danni gravissimi a breve distanza».

Molti, affrontando il tema delle contestazioni in Val di Susa, hanno parlato di «violenza giustificata». Non è anche questo un segnale pericoloso?
«Questa bomba conferma le preoccupazioni manifestate da tempo e da più parti, cioè l'esistenza di frange attorno al movimento di tutt'altra pasta che cercano un evento clamoroso. Queste frange non c'entrano nulla con il resto del movimento, intendo agli attivisti perbene. Il discrimine delle contestazioni è il concetto di violenza.

Le opinioni sull'utilità dell'opera, sull'impatto ambientale sono legittime. Ma se si accetta la violenza sulle cose si è pronti anche ad andare oltre. Non si può dire "sono contrario alla violenza ma...". Oppure: " tutto è consentito purché non si faccia male alle persone". Se si è contrari alla violenza non si accettano gradazioni».

Quindi chi non accetta le motivazioni delle contestazioni diventa potenzialmente un bersaglio?
«In quest'ottica si diventa in un certo senso bersagli degli obiettivi criminali delle frange estreme. Questi comportamenti sono evidenti e conclamati ormai, sia che si tratti di poliziotti, di magistrati, di politici o di giornalisti. E in questo caso parliamo di un giornalista finito da tempo nel mirino della parte peggiore del movimento, oggetto di attacchi sui siti No Tav, quotidiani e violenti».

A Torino sono in corso processi e numerose indagini per episodi di violenza e danneggiamenti legati al cantiere Tav. Questo clima ha qualcosa in comune con la stagione del terrorismo?
«Guai a dimenticare l'esperienza del passato. Grazie a quelle esperienze possiamo evitare che la storia si ripeta. Mi auguro che non succeda nulla del genere. Oggi si attaccano cantieri e mezzi: allora tutto cominciò con gli attacchi alle auto dei capifabbrica. Ecco perché è importante che la politica, la cultura e l'informazione non siano indifferenti a ciò che sta capitando in Val di Susa».

 

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