CHE PATACCA CI HA RIFILATO VICTOR HUGO SU WATERLOO! LA BATTAGLIA NON ANDÒ COME RACCONTATO NE “I MISERABILI”: NON FU UN BURRONE A FERMARE I FRANCESI MA I SOLDATI DI WELLINGTON

Stefano Malatesta per “la Repubblica”

 

Napoleone Napoleone

Come Napoleone è stato il soggetto su cui si è più scritto dopo Gesù Cristo, così la battaglia di Waterloo è stata la più studiata di tutte le battaglie, antiche e moderne. Tutti questi contributi, francamente in eccesso, non hanno aiutato a far chiarezza ma semmai a rendere le modalità dello scontro più oscure. Le tesi su come andò veramente sul campo di Waterloo sono innumerevoli e tutte in contrasto tra loro.

 

C’è la versione trash per i giornali popolari: Napoleone era in cattive condizioni perché sofferente di emorroidi, una tesi buona per Il Vernacoliere di Livorno ma ovviamente non per una ricostruzione storica. La maggior parte degli autori è comunque convinta che Napoleone non fosse più lui, fisicamente e intellettualmente.

 

Aveva messo su pancia, i capelli — seppure pettinati alla Bonaparte — non gli coprivano più il cranio ed erano ridotti a un ricciolino sulla fronte. Ma questo non prova che il Generale avesse perso le sue doti di tattico e di stratega, le stesse che gli avevano fatto vincere fino ad allora qualcosa come settanta battaglie.

 

VICTOR HUGOVICTOR HUGO

La marcia che lo portò a Waterloo era riuscita perfettamente ed è stata una delle più veloci, se non la più veloce, mai compiuta dai soldati francesi. La rapidità degli spostamenti delle sue truppe era sempre stata la base delle sue vittorie: Napoleone non è stato l’inventore della guerra totale, è stato semplicemente il primo esecutore e quello che l’ha sfruttata al meglio delle sue possibilità, talmente gli era congeniale.

 

Una cultura della guerra ereditata dai classici greci, che combattevano totalmente e in modo spietato facendo pochi prigionieri. Una volta, prima del periodo moderno, le battaglie facevano parte della vita quotidiana, come il raffreddore o le tasse. Ogni comunità ne combatteva un’altra e si aspettava di essere combattuta. Gli scontri avvenivano secondo rituali prestabiliti.

duce di wellingtonduce di wellington

 

Spesso i comandanti non erano dei veri comandanti, ma dei dandy in trasferta militare: il duca di Cumberland si lasciava dietro dei cannoni per far posto alle centoquarantacinque tonnellate di bagaglio indispensabili al suo ménage; il principe di Soubise, il comandante della spedizione franco-austriaca contro Federico II, travolto da una famosa carica della cavalleria prussiana guidata da von Seydlitz, si trovava meglio a Versailles a ciaccolare ininterrottamente con la Pompadour, la sua protettrice, che sul campo di battaglia. O che dire del duca di Richelieu, che era celebre per la forte scia di profumo che lasciava ovunque andasse.

 

Comunque. Un’altra versione sostiene che la pioggia caduta in maniera anomala nella settimana prima di Waterloo avrebbe impedito all’artiglieria di avanzare nel terreno diventato una palude fangosa e di appoggiare la famosa carica della cavalleria pesante guidata dal maresciallo Ney. Napoleone era stato un eccellente ufficiale di artiglieria e aveva dato prova, durante l’assedio di Tolone, della sua capacità straordinaria di maneggiare cannoni che si trascinava sempre con sé a costo di durissime fatiche.

battaglia di waterloobattaglia di waterloo

 

Tutti i suoi piani di battaglia erano studiati in funzione delle armi pesanti. La chiave delle sue vittorie stava nel far convergere l’artiglieria in un punto preciso. Trattava gli eserciti nemici come una cittadella, da abbattere in breccia. Sfondare i quadrati, polverizzare i reggimenti, rompere le linee, tritare e disperdere le masse: tutto questo era a carico del cannone.

 

battaglia di waterloo 7battaglia di waterloo 7

Un racconto accuratissimo della battaglia venne scritto ventidue anni più tardi da Victor Hugo nella parte seconda del primo libro de Les Miserables . Per orientarsi lo scrittore era andato sul posto, visitando tutti i luoghi ormai entrati nel mito come le colline di Saint Jean e il castello di Hougoumont.

 

E proprio da Hougoumont parte il suo grande affresco del feroce scontro: “...A fianco della cappella un’ala del castello, il solo avanzo che rimanga del maniero di Hougoumont, si staglia distrutta, si potrebbe dire sventrata. Il castello servì da torrione, la cappella da fortezza. Vi si fece uno sterminio. (...). La spirale delle scale, screpolate dal pianterreno al soffitto, appare come l’interno di una conchiglia spezzata. Tutto il resto somiglia a una mascella sdentata. Vi sono due vecchi alberi: uno è morto, l’altro è ferito al piede, e rinverdisce in aprile. Dopo il 1815 si è messo a germogliare...”.

 

battaglia di waterloo 6battaglia di waterloo 6

Secondo Hugo, il piano di battaglia dell’imperatore, per riconoscimento unanime, era un capolavoro: i francesi dovevano andare verso il centro della linea alleata il più rapidamente possibile, sfondarla, tagliarla in due, spingere le truppe britanniche su Alle e quelle prussiane su Tengres, superare le colline di Saint Jean, dove era attestato Wellington, gettarlo in mare, gettare nel Reno Blucker e arrivare a Bruxelles. Alle quattro del pomeriggio, la situazione dell’armata inglese si era fatta preoccupante. Wellington non aveva più Hougoumont, conquistato dalla fanteria francese, come copertura difensiva.

 

Un suo subalterno gli chiese: «My lord, che cosa dobbiamo fare?» e Wellington seccato dalla domanda rispose urlando a piena gola come non aveva mai fatto «Dobbiamo resistere!». Se Napoleone fosse riuscito a portare anche solo una parte dei suoi duecento cannoni, in modo da mettere sotto tiro le colline di Saint Jean, allora la carica della cavalleria sarebbe stata molto facilitata.

 

battaglia di waterloo 5battaglia di waterloo 5

Ma ogni battaglia ha una sua sorte e quella di Waterloo è stata molto differente da Austerlitz, dove all’inizio Napoleone era costretto a muoversi alla cieca per la nebbia che invadeva tutto il campo di battaglia. Poi la nebbia venne sgomberata dal sole e allora l’imperatore, avendo davanti a sé una chiara prospettiva di vallate e di colline, poté manovrare a suo piacimento, e le truppe francesi si mossero con l’eleganza di una parata. A Waterloo, dove aveva piovuto per tutta la settimana precedente, il terreno non fece in tempo ad asciugarsi e il tentativo di trascinare i cannoni più avanti finì nel fango.

 

A quella stessa ora, dicevamo, nel campo francese tutti sembravano tranquilli e certi della vittoria, o almeno così volevano far vedere. Napoleone era di ottimo umore, aveva scherzato con la truppa e con i marescialli. Durante la colazione, alle otto, erano stati invitati parecchi generali. Mangiando, avevano raccontato che alla vigilia Wellington era stato visto a Bruxelles, al ballo della duchessa di Somerset. E Soult, rozzo soldato con la faccia da arcivescovo, aveva commentato: «È oggi che si balla sul serio».

 

battaglia di waterloo 4battaglia di waterloo 4

Il primo pomeriggio, passò in rassegna la cavalleria: erano tremilacinquecento uomini, rappresentavano un fronte di un quarto di lega. Erano ventisei squadroni, appoggiati da centosei gendarmi scelti, millecentonovantasette cacciatori e lancieri della Guardia, portavano l’elmo senza criniera e la corazza in ferro battuto, le pistole di arcione nelle custodie e la lunga sciabola a spada.

 

Durante la rivista, la banda suonò: Veillons au salut de l’Empire. Gli ussari avevano i dolmans e gli stivali rossi a mille pieghe, i soldati della Garde portavano i loro colbacs a fiamma, o sable taches fluttuanti. All’estrema sinistra c’erano i corazzieri di Kellermann e all’estrema destra i corazzieri di Milaud.

 

Napoleone guardava al binocolo i movimenti dei quadrati delle giubbe rosse. Quando si accorse che gli inglesi stavano indietreggiando, si sentì più sicuro e diede il via alla più grande carica di cavalleria mai registrata nelle storie militari.

 

battaglia di waterloo battaglia di waterloo

Hugo racconta che “prima di salire per l’ultima erta, la cavalleria si trovò davanti un burrone più che una fossa, inaspettato e profondo, aperto a picco. I cavalli si impennarono, si gettavano indietro, cadevano sulla groppa agitando le quattro zampe in aria, pestando e rovesciando i cavalieri. Non c’era più modo di indietreggiare perché la colonna era diventata un proiettile e la forza acquistata per schiacciare gli inglesi, schiacciò invece i francesi.

 

Nel burrone inesorabilmente, cavalieri e cavalli ruzzolarono dentro, triturandosi gli uni con gli altri, formando una carne sola in quel baratro. Si dice che duemila cavalli e millecinquecento uomini furono sepolti in quell’orrido luogo”. I superstiti continuarono la loro carica, raggiunta la collina di Saint Jean sempre al galoppo “ventre a terra, briglie sciolte, sciabole tra i denti, pistole in pugno, attaccarono i quadrati delle giubbe rosse.

 

battaglia di waterloo  battaglia di waterloo

Non fu più una mischia, fu una furia, un vertiginoso impeto di anime e di corazze, un uragano di spade scintillanti. In un istante, i millequattrocento dragoni e guardie si ridussero a ottocento. Ci furono dodici assalti, Ney ebbe quattro cavalli uccisi sotto di lui. La metà dei corazzieri rimase sul poggio. Questa lotta durò due ore. La carica era fallita”.

 

La catastrofe raccontata in maniera splendida da Hugo è all’altezza della sua fama romanzesca, ma è una balla colossale. Non finirono in nessun burrone i cavalieri francesi, semplicemente furono respinti dai quadrati delle giubbe rosse, che sembravano dei porcospini che sputavano fuoco, con tutte le baionette innescate dai soldati inginocchiati nella prima fila e i fucilieri in piedi che sparavano a colpo sicuro.

 

NAPOLEONE BONAPARTENAPOLEONE BONAPARTE

Le cariche non furono dodici ma cinque e sul campo di battaglia. E su tutti dominava la figura di Wellington, che Napoleone non considerava un grande generale: in mattinata aveva detto che gli avrebbe dato la lezione che si meritava. Ma ora la lezione la stava prendendo lui. Verso sera quando le sorti della battaglia erano ormai segnate, Napoleone fece un ultimo gesto, accompagnando l’estremo attacco della guardia imperiale per qualche centinaia di metri. La Garde scomparve nelle alture per qualche decina di minuti e nel campo francese qualcuno ancora sperava nel miracolo. Invece si sentì un urlo mai udito prima in tutte le battaglie napoleoniche: « La garde recule! ».

 

Quando venne la notte solo un quadrato francese resisteva. A ogni carica gli uomini del quadrato diminuivano, ma quelli che rimanevano continuavano a combattere, riuscivano sempre a rispondere con la mitraglia. Tutta l’armata inglese aveva circondato il quadrato. Un generale, secondo alcuni Colville, secondo altri Maitland, gridò loro: «Prodi francesi, arrendetevi!». Cambronne rispose con una parola sola, diventata la più celebre di tutta la storia militare francese. Hugo sostiene che questa parola era censurata e che fu lui il primo a scriverla in originale. La parola era: « Merde! ».

 

 

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