CARA CI COSTA L’OMOFOBIA – LA CASSAZIONE DECIDE CHE VA RICCAMENTE RISARCITO (CON SOLDI PUBBLICI) IL RAGAZZO CHE SI È VISTO RIFIUTARE LA PATENTE PERCHÉ GAY – NON BASTERANNO I 20MILA EURO DECISI DAI GIUDICI DI CATANIA

Pierangelo Sapegno per “la Stampa”

 

L’Italia di Kafka passa anche dal sorriso di Danilo Giuffrida, perché adesso se guardi indietro ti scappa pure da ridere, «ma allora no, non ci credevo a quel che mi succedeva»: gli rifiutarono la patente perché essendo gay non aveva «i requisiti psicofisici» necessari. Lui ricorse al Tar, che ovviamente gli diede ragione. E nel 2008 il Tribunale stabilì che aveva diritto a un grande risarcimento per l’offesa subita, almeno 100mila euro, solo che a Catania i giudici decisero di no: bastano 20mila.

OMOfobia OMOfobia

 

Ieri la Cassazione è intervenuta a piedi uniti perché «la gravità dell’offesa» è evidente, e il ragazzo è stato «vittima di un vero e proprio (oltre che reiterato) comportamento di omofobia». Via da Catania, deciderà Palermo, e che siano tanti soldi. E’ un percorso un po’ tortuoso, quasi 14 anni, dal 2001 a oggi, ma che ci volete fare, noi siamo roba complicata, da Kafka o da Gogol, o anche solo da Totò e Peppino, come dice Danilo: «Li ha visti quei film? Mi sembrava di esserci in mezzo, ho vissuto tutto questo tempo in una dimensione grottesca, quasi surreale».

 

A cominciare dall’inizio. Visita all’ospedale militare per il servizio di leva, classe 1982, quella di Danilo Giuffrida. «Io gli ho detto subito la verità, che ero omosessuale». E quelli gli risposero sbuffando: «E noi come facciamo a crederci?». «Ma se ve lo dico io...». «No guardi», fa il medico, serissimo, «si iscriva all’Arci gay». Cooosa? «All’Arci gay. Così attesta la sua omosessualità».

 

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Danilo ha 19 anni, è un ragazzino. Fa come gli hanno detto: non capisce perché, ma si iscrive all’Arci gay. Due mesi dopo arriva una lettera della Motorizzazione: c’è scritto che lui non ha le capacità psicofisiche per ottenere la patente e che quindi deve sostenere una visita speciale. «Non capivo perché. Mi sono fatto accompagnare da mia madre in questo posto che era tipo un centro di igiene mentale ed ero lì in mezzo a uno senza un occhio, a della gente senza un braccio, ad altri che erano sordi. Mi fanno questa visita e salta fuori che io sono omosessuale e che la Motorizzazione è stata informata dalla Marina Militare. Poi mi danno questo documento che dev’essere rinnovato ogni anno, come a vedere se io guarisco o peggioro, che ne so. E’ quando ho visto quello che mi sono infuriato».

 

la campagna anti omofobia dellarcigay la campagna anti omofobia dellarcigay

Danilo prende e va da un avvocato, Giuseppe Lipera. Ci sono alcune cose incomprensibili, ma pazienza, questa è l’Italia: perché la Marina Militare, violando la legge della privacy, informa proprio la Motorizzazione che tale Danilo Giuffrida è gay? Che senso ha? Quindici anni dopo non c’è ancora una risposta. Intanto, agli inizi, per un po’ di tempo non succede niente, è come quei pesci dentro a un acquario dove tutto è immobile e uguale, mentre la vita scorre fuori da lì. «Dopo qualche anno l’avvocato mi chiama e mi dice: Te la senti di far casino? Sì. Non hai paura? No, gli dico. Voglio giustizia».

 

Allora lui indice una conferenza stampa, scoppia la bomba, e lì comincia la seconda parte della storia. Con la sua bella morale, aggiunge Danilo: «perché se al posto mio, che ho una famiglia comprensiva e forte alle spalle, ci fosse stato un altro ragazzino solo e spaurito, non so se avrebbe avuto la forza di metterci la faccia. E se non ce la mettevo, non andava così».
 

Subito dopo la conferenza e i servizi scandalizzati della tv, il Tar gli dà ragione. E nel 2008 il Tribunale sentenzia pure che dev’essere rimborsato, e bene. Fanno tutti festa, stavolta è finita così. Invece no. Perché nel silenzio, si ritorna in questo mosaico confuso di pregiudizi e vecchie regole, di abusi e follie. Fino a ieri, alla mazzata della Cassazione. «Una volta tanto una cosa giusta», commenta l’avvocato Lipera. Anche Danilo, - laurea in filosofia e lavoro in un’azienda giapponese -, tira un bel sospiro: «Sono stato dentro a un film. Ho dovuto mettere in piazza la mia vita, ma questa è la lezione quando finisci dentro a un romanzo senza senso: se stai zitto soccombi».

 

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