QUANDO I BEATLES SBARCARONO NEGLI USA NON ERANO SICURI DI SFONDARE - VIDERO E NEW YORK E MCCARTNEY SBOTTÒ: “QUAGGIÙ HANNO GIÀ TUTTO. CHE BISOGNO AVRANNO MAI DI NOI?”

Angelo Aquaro per "la Repubblica"

Altro che febbre dei Beatles. Il giorno in cui l'America scoprì i Fab Four, George Harrison giaceva bollente al quindicesimo piano del Plaza, il mitico Grand Hotel tra Fifth Avenue e Central Park, l'albergo dove Truman Capote allestì lo scandaloso ballo in maschera per celebrare A sangue freddo.

Caldo, caldissimo, George era invece crollato all'indomani dello sbarco dal volo Pan Am che da Heatrow, Londra, aveva portato lui, John Lennon, Paul McCartney e Ringo Starr a New York. Era il 7 febbraio di mezzo secolo fa e i Favolosi Quattro, scritturati per la sera del 9 da Ed Sullivan nello show più seguito degli Usa, stavano per entrare nella Storia, 73 milioni di spettatori tv su 191 milioni di abitanti. Ma come si fa a entrare nella Storia con la tonsillite?

Tutti bravi, col senno di poi, a riconoscerne le magnifiche sorti e progressive. Eppure i Beatles, in America, quel febbraio di cinquant'anni fa rischiarono davvero di naufragare come l'Andrea Doria sei anni prima a Nantucket, unica gloria del made in Europe che il Vecchio Continente avesse osato esportare fin laggiù. E la tonsillite di Harrison non era il più sinto-somatico dei disturbi? Il mal di gola del chitarrista, che sognava di essere lui, e non Lennon e McCartney, il cantante della band.

La verità è che la febbre dei Beatles, in quel febbraio 1964, stava facendo tremare soprattutto loro. Prendete McCartney. «Quaggiù hanno già tutto» mormorò sbirciando dal finestrino l'aeroporto ribattezzato "John Fitzgerald Kennedy" in onore del presidente
trucidato tre mesi prima: «Che bisogno avranno mai di noi?».

E George Martin, il produttore: «L'America è l'Eldorado dell'enterteinment». E allora con che coraggio quei ragazzini che s'erano scelti un nome che stava tra gli Scarafaggi, le Blatte, "The Beetles" insomma, e il ritmo di Jack Kerouac e della musica giovane, il "Beat", si presentavano nella terra dell'oro già asservita a Re Elvis Presley?

Chiedi chi erano i Beatles, in America, nel febbraio del '64. Ok, I Want To Hold Your Hand
era finita in testa all'hit parade: ma giusto giusto il primo di quel mese, poco prima dello sbarco. «Qui i Beatles non funzioneranno mai» aveva tuonato Jay Livingstone del colosso Columbia. Fu così che Please Please Me era stata pubblicata da una piccola casa di Chicago, la Vee-Jay, arenandosi in classifica al numero 116, appena seimila copie vendute: per tacere dell'onta del nome storpiato sull'etichetta, "The Beattles" con due "t".

Che orrore. E la storia di I Want To Hold Your Hand? Newsweek e Time si accorsero finalmente della beatlemania che sconvolgeva l'Europa nel novembre del'63, e la Capitol, suo malgrado, si decise a pubblicare il singolo, data prescelta 13 gennaio '64.

Ma una ragazzina, Marsha Albert, vide un servizio sulla Cbs il 10 dicembre e scrisse alla radio di Washington, WWDC: mi fate ascoltare i Beatles? Un deejay intraprendente, Carroll James, chiese a uno steward della Boac, la British Airways di allora, di portargli il 45 giri uscito in Inghilterra quindici giorni prima. Una settimana dopo in radio era già un trionfo e a grande richiesta i boss della Capitol furono costretti ad anticipare il lancio al 26 dicembre: poco più di un mese dopo fu il boom in classifica.

Occhio, però, all'altra faccia della parabola. André Millard, che la ricostruisce in
Beatlemania parla ovviamente pro libro suo. La ragazzina che, complice la nascente globalizzazione, sconfigge i manager più sordi della storia della musica «dimostra che i Beatles si materializzarono nel momento migliore: alla convergenza di forze economiche, tecnologiche e demografiche». Davvero? Più brillante, ovviamente, fu la lettura del
New York Times.

La corrispondenza di Paul Gardner dal JFK è da antologia: «Moltiplicate Elvis Presley per quattro, toglietegli sei anni d'età, aggiungeteci l'accento inglese e uno spiccato senso dello humor. Risultato: ecco i Beatles (Yeah, Yeah, Yeah)».

D'accordo, quando torneranno per il tour estivo, quell'agosto, sarà ancora peggio. Folle di ragazzine in delirio, sui sediolini dei palasport sveniranno e, perfino, verranno. «Qui non c'è esperienza artistica o musicale» sentenziò il rapporto segreto del governo di Israele, uno degli stati che mise i Quattro al bando, e che Michael Tomasky ripesca oggi in
The Beatles in America, Then and Now: «Qui c'è soltanto un atteggiamento sensuale che provoca sentimenti di aggressione e stimolo sessuale». Ci siamo: sesso e rock'n'roll. Con un pizzico di droga, nella fattispecie marijuana, che sempre nell'imminente tour estivo i Beatles impareranno a conoscere con il piccolo aiuto del loro amico Bob Dylan.

Ma questa è un'altra storia. A quel primo giro ancora no, l'America era ancora tutta da conquistare, quel blitz di febbraio per i Beatles era ancora una scommessa: che qualche furbone credette pure di poter sbancare giocandoci contro. Quel gran genio di Chet Huntley, per esempio, ebbe una splendida idea per chiudere il tg la sera dello storico 7 febbraio. «Come tutti» disse «abbiamo mandato tre cameramen per seguire l'arrivo dall'Inghilterra di un gruppo noto come i Beatles. Ma dopo aver dato un'occhiata ai filmati, e al contenuto, credo non ci sia nulla di veramente degno da mostrarvi. Buonanotte da
Nbc News».

E buonanotte, soprattutto, al fiuto giornalistico. D'altronde Chet non era solo. US News & Reports scomodò addirittura David Riesman, autore di La folla solitaria, il saggio sociologico piùvendutonegliUsa.L'intervista,24febbraio 1964, s'intitola "Che cosa ci dicono i Beatles sui nostri teenagers". Risposta? Nulla: «Passeranno in fretta, come questa moda dei capelli lunghi».

Per carità: tutti bravi col senno di poi. Ma non sembra uno scherzo del destino, e fa pure venire un po' i brividi, scoprire soltanto oggi che a sdoganare musicalmente gli Scarafaggi finì per essere un critico che era pure un entomologo? Sì, Theodore Strongin aveva perfino «identificato - ricorderà nel '98 l'obituary sul suo New York Times- alcune rare specie di " beetles" per il Museo Americano di Storia Naturale».

Ma il suo capolavoro resta quella storica recensione il giorno dopo l'Ed Sullivan Show,
10 febbraio '64, soprattutto per quell'escamotage di far parlare - lui celebrato critico quasi quarantenne - un fantomatico "esperto quindicenne": «Qui sono anni che non si vede un vero divo - spiegava il ragazzo - e in qualche modo dobbiamo pure liberarci dell'energia che abbiamo dentro, no?». Altro che febbre, altro che tonsillite: era già epidemia.

 

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