sciascia borsellino

QUANDO SCIASCIA TIRO’ IN BALLO BORSELLINO SUI “PROFESSIONISTI DELL'ANTIMAFIA” - L'AUTORE DE ‘IL GIORNO DELLA CIVETTA’ LO CITO’ COME ESEMPIO DI ABUSO DEL CSM CHE, CONTRO LE PROPRIE REGOLE, AVEVA PROMOSSO UN MAGISTRATO PER MERITI ANTIMAFIOSI. SCIASCIA VOLEVA AFFERMARE UN PRINCIPIO DI LEGALITÀ E DI GIUSTIZIA. QUALCHE TEMPO SI INCONTRO’ CON PAOLO BORSELLINO CHE…

Matteo Collura per www.ilmessaggero.it

 

PAOLO BORSELLINO

Dopodomani, 19 luglio, sarà il ventisettesimo anniversario dell'assassinio del giudice Paolo Borsellino, eliminato con i suoi cinque agenti di scorta davanti alla casa di sua madre. Le rivelazioni che riguardano la sua audizione davanti alla Commissione antimafia, risalente al 1984, ci dicono di quanto fosse consapevole del rischio che i magistrati come lui correvano già da allora a Palermo, a causa della loro esposizione come magistrati, appunto, ma anche per via delle disfunzioni nell'apparato burocratico che riguardava le forze di polizia e coloro i quali dai poliziotti dovevano essere protetti.

 

Quando Leonardo Sciascia fece il nome di quel giudice nello scrivere l'articolo intitolato I professionisti dell'antimafia, di Paolo Borsellino non si sapeva molto, e meno che meno negli ambienti lontani dal palazzo di giustizia. Dico questo perché fa impressione leggere oggi quel che Borsellino diceva di sé e dei suoi colleghi del pool antimafia tre anni prima che l'articolo dell'autore del Giorno della civetta lo tirasse in ballo come esempio di abuso del Consiglio superiore della Magistratura nell'avanzamento di carriera di un giudice in Sicilia.

sciascia

 

L'antimafia, sosteneva Sciascia nel suo scritto apparso sul Corriere della Sera il 10 gennaio 1987, rischiava di diventare uno strumento di potere. Può benissimo accadere, argomentava lo scrittore, anche in un sistema democratico, retorica aiutando e spirito critico mancando.

 

GLI ESEMPI

giovanni falcone e paolo borsellino

Gli esempi che in quella nota giornalistica Sciascia proponeva erano due: il sindaco della città dove lui viveva e il criterio adottato dal Consiglio superiore della Magistratura nel promuovere un magistrato.

 

Con quello scritto, da una parte Sciascia denunciava quella che gli appariva come una propagandistica, martellante campagna antimafia orchestrata da un sindaco di una città Palermo che languiva nei disservizi e nell'abbandono; dall'altra stigmatizzava la condotta del Csm che, contro le proprie regole, aveva promosso un magistrato per meriti antimafiosi. Niente di personale con quel sindaco (Leoluca Orlando: oggi, dopo trent'anni, ancora primo cittadino di Palermo!) e quel magistrato, Paolo Borsellino, coraggioso servitore dello Stato, questi, ucciso poi dalla mafia. E che Leonardo Sciascia in quell'articolo aveva in animo soltanto di affermare un principio di legalità e di giustizia, è provato dall'incontro che ebbe qualche tempo dopo con Paolo Borsellino; incontro amichevole, in cui risaltò la reciproca stima e ammirazione.

SCIASCIA

 

È un fatto, comunque, che con quell'articolo Sciascia osò attaccare il fronte che in Sicilia coraggiosamente combatteva la barbarie dell'anti-Stato. Perché? Non trovandosi risposte a questa domanda, per una sorta di supposto regresso psicologico, dovuto anche al suo essere siciliano (siciliano troppo siciliano, parafrasando Nietzsche) lo scrittore diventò un po' mafioso anche lui.

 

PAOLO BORSELLINO - STRAGE DI VIA DAMELIO

Non che non l'avesse previsto; e difatti così ne aveva scritto riferendosi a uno dei suoi maestri letterari: Come ogni siciliano che vede gli strumenti di giudizio, che egli stesso ha offerto, adoperati senza rispetto e cautela, in accusa irreversibile, Pirandello è portato a difendere la Sicilia, i siciliani, ogni volta che li sente offesi anche se allusivamente o vagamente dal pregiudizio. Era inutile che Sciascia ripetesse a quanti lo intervistavano: «Nel mio articolo di sabato 10 gennaio c'era soltanto un richiamo alle regole, alle leggi dello Stato, alla Costituzione della Repubblica».

 

Lo scrittore aveva come bestemmiato una istituzione sacra. L'incomprensione definiamola pure così era stata messa nel conto. Da siciliano, Sciascia difendeva la Sicilia, i siciliani, dalle strumentalizzazioni politiche e propriamente di consorteria che la lotta alla mafia, in alcune sue espressioni, metteva in atto. Non vi poteva essere denuncia più lacerante, e perciò destabilizzante, in Italia, in quel 1978. Leonardo Sciascia, ancorché isolato e attaccato dal vasto fronte progressista, come il suo compaesano Fra Diego La Matina non cedette alla sua eresia, e i fatti oggi, propriamente oggi, gli danno ragione. Così come danno ragione a Paolo Borsellino.

PIETRO GRASSO CON FALCONE E BORSELLINO

 

FALCONE BORSELLINOPAOLO BORSELLINO

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