1. SE OGGI AVETE UNA “PISTA” SOTTO IL NASO, DOVETE RINGRAZIARE ‘’BEBÈ’’ PANNUNZI 2. 67 ANNI, ROMANO MA CON SANGUE CALABRESE, IN AMERICA “BEBÈ” SCAMBIA EROINA CON COCAINA, CREA LABORATORI, PROCURA CHIMICI E APPARATI. SEMPRE ATTENTO AI GUSTI DELLA “PIAZZA”. COMPRENDE, PRIMA DEGLI ALTRI, CHE SI FARANNO MOLTI PIÙ SOLDI CON LA COCA, NUOVO PRODOTTO DA SBALLO. E CI INVESTE TESSENDO UNA RETE GLOBALE USANDO COME COPERTURA UN NEGOZIO DI ABITI NELLA CAPITALE, IL “PAPAVERO” 3. LA FORZA DI ‘’BEBÈ’’ STA NELLA CREDIBILITÀ E NELLA FIDUCIA CHE I CLAN HANNO NEI SUOI CONFRONTI. LA SUA PAROLA VALE, PESA QUANTO LE TONNELLATE DI DROGA CHE COMPRA AI NARCOS COLOMBIANI PER CONTO DEGLI “ITALIANI”: ANZI COMPRAVA, ORA È IN GALERA

Guido Olimpio per Corriere.it

I marsigliesi, i clan mafiosi e quelli della 'ndrangheta, i vecchi amici turchi. E forse anche i cartelli messicani, anche se sempre indaffarati con le loro faide sanguinose. In tanti, ieri, avranno cercato notizie su «Bebè», il broker della cocaina. Alla fine è caduto anche lui. Qualcuno si sarà rammaricato. Uno, forse, avrà sorriso felice per la fine del rivale.

Per anni tutti si sono serviti dell'attività di Roberto Pannunzi, 67 anni, romano di nascita ma con sangue calabrese. Se avesse lavorato onestamente, avrebbe mosso container pieni di frutta. O magari petrolio. Invece «Bebè» ha sempre trattato una sola cosa: droga. Capace come nessuno a farla muovere dal Sud America all'Europa, usando qualsiasi rotta disponibile. Sulle navi e, quando serviva, in aereo. Mica pacchetti nascosti in un borsone. Quella è per i «disperati» del settore coca. No, «Bebè» muoveva tonnellate di polvere, acquistata per conto di altri.

Pannunzi è un personaggio con grandi iniziative «commerciali», poliglotta, grazie ad un lungo soggiorno in Canada, dove è emigrato giovanissimo ed ha allacciato i rapporti con Antonio Macrì, esponente della cosca di Siderno. L'inizio di una lunga strada negli intrighi della malavita. Un percorso difficile dove «Bebè» avanza per le sue intuizioni imprenditoriali. Tornato dal Nord America, si stabilisce a Roma. Tratta l'eroina allargandosi al ricco mercato del Nord come racconta il Corriere nell'ottobre del 1993, con «Narcos alla milanese».

«Bebè» scambia eroina con cocaina nello scacchiere americano, crea laboratori, procura chimici e apparati. Sempre attento ai gusti della «piazza». Comprende, prima degli altri, che si faranno molti più soldi con la coca, nuovo prodotto da sballo. E ci investe tessendo una rete globale usando come copertura un negozio di abiti nella capitale, il «Papavero».

Non è un buzzurro brutale. L'esatto contrario. Il lusso è la regola, veste sempre alla moda, tanto ha le tasche gonfie di denaro. Che continua ad arrivare grazie al suo ruolo di ambasciatore delle famiglie in Sud America. Vuoi un carico? Bene, ci pensa Pannunzi che diventa il punto di contatto indispensabile tra le 'ndrine calabresi e i produttori colombiani. Si muove, viaggia, annoda relazioni, «sigla» accordi. Inevitabile che cresca l'attenzione sulla sua figura. Lo cercano e lo trovano a Medellin.

È il 1994. Finisce in galera in Italia, ci resta cinque anni. Però come si vede nei film, perfetto specchio della realtà, riesce a svignarsela usando «i motivi di salute». Lo hanno portato in una clinica per degli accertamenti. Lui non aspetta che finisca la cura. Se ne va senza usare alcun grimaldello.

Di nuovo in libertà, Roberto Pannunzi dimostra di essere in forma. Tanto è vero che il suo ruolo di intermediario continua a crescere, sempre sull'asse Italia-America Latina. La forza di «Bebè» sta nella credibilità e nella fiducia che i clan hanno nei suoi confronti. La sua parola vale, pesa quanto le tonnellate di droga che compra ai narcos colombiani per conto degli «italiani». Il sistema è semplice: lui raccoglie il denaro della diverse famiglie e non quella di un singolo gruppo, quindi piazza l'ordine e assicura che arrivi a destinazione. Se ci sono grane, le risolve. Lo stimano e lo ricompensano anche per questo.

Nella sua carriera non si contano i successi, anche se non mancano i rovesci. Tira fuori dai guai un boss siciliano finito nel mirino dei criminali di Medellin. Compra un aereo - uno dei famosi «uccelli migratori» - per accelerare le spedizioni. Poi tocca ad una nave portacontainer, l'ormai celebre Mirage II, colata a picco quando è vicina alle coste trapanesi. Canada, Usa, Togo, Italia, Olanda e Spagna sono le altre aree dove è attivo. Usa il contatto diretto, cementato da gesti e scelte personali. Il figlio Alessandro sposa la figlia di un padrino colombiano.

«Bebè» non dimentica feste, compleanni e anche qualche funerale dei soci latino-americani. Vita sociale che si interrompe, per la seconda volta a Madrid, nel 2004. Il suo rifugio è una residenza elegante, all'altezza della sua fama. Non l'appartamento covo o, peggio, il bunker interrato dove si nascondono molti dei suoi compari. Gli spagnoli ce lo consegnano. Pannunzi aspetta e trova il momento giusto per andarsene ancora. Incredibile ma usa sempre la stessa tecnica. Deve riprendersi da un infarto, ottiene un ricovero in una clinica romana. Lo curano bene ma non lo guardano troppo. Così se ne va una sera del marzo 2010, come un degente qualsiasi. La fuga è scoperta in ritardo, le complicità fanno il resto.

«Bebè» è di nuovo in pista in quegli angoli di terra dove si trova più a suo agio. C'è chi lo segnala a Santo Domingo, la Tortuga ideale. Non c'è accordo di estradizione, la polizia locale fa quello che fa (poco), «roba» e donne in quantità industriali, infine un mare di «pesciolini», tanti che sognano di imitare Pannunzi trasformandosi in piccoli broker. In realtà il ricercato era tornato nel suo nido colombiano. Agli inizi di maggio, sulla stampa locale, esce un articolo che somiglia quasi ad una soffiata. Parla di una missione di investigatori italiani in caccia di latitanti, si racconta di come il porto di Cartagena continui ad essere il perno dei traffici.

«Bebè», quello che alcuni chiamano il «Signore», è guardingo, però non rinuncia al suo stile di vita. Alto. La polizia lo ha bloccato in un centro commerciale di Bogotà, vestito sportivo, però con una maglia di una griffe famosa. La stessa indossata da molti dei suoi clienti.

 

 

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