arte sui social

SEDERI E POPPE NON SONO LE UNICHE "OPERE D’ARTE" CHE VANNO FORTE SUI SOCIAL - I MUSEI DI TUTTO IL MONDO USANO I LORO PROFILI INSTAGRAM PER MOSTRARE LE OPERE ESPOSTE NEI MINIMI DETTAGLI, INVOGLIANDO GLI UTENTI AD ANDARE A VISITARE LE GALLERIE - IL SEGRETO È IL PRIMO PIANO DEI VOLTI, DEI CORPI, DEGLI OGGETTI: SONO I DETTAGLI A CATTURARE GLI UTENTI. QUESTO PERÒ RISCHIA DI DECONTESTUALIZZARE L'OPERA...

Estratto dell’articolo di Lara Crinò per “La Repubblica”

 

REMBRANDT AL TEFAF

Gli occhi nocciola di una dea secentesca, la corona dai bagliori dorati, la collana di perle posata sul seno. Sono i particolari della Giunone di Rembrandt, conservata all’Hammer Museum di Los Angeles, in prestito fino a gennaio al Kunsthistorisches Museum di Vienna per una grande mostra sul genio olandese. Qualche fortunato, avvicinandosi alla tela il più possibile, potrà godere dal vivo della pastosità del colore, del sovrapporsi delle tinte, dell’espressività dell’incarnato.

 

RAGAZZA CON ORECCHINO

Per tutti gli altri, c’è Instagram. Nel post sul profilo del museo viennese la tela è presentata intera, poi scomposta in una serie di dettagli. Il mezzo lo permette, anzi lo incoraggia. Così i musei si adeguano e ci portano alla scoperta, close up dopo close up, dei loro capolavori noti e meno noti, cercando di farsi largo nel flusso continuo di immagini prodotte dagli utenti di Instagram, tra l’outfit di una creator digitale e il mini video di una ricetta di cucina.

 

Le istituzioni più prestigiose del mondo si sono buttate sulla rete e la usano con destrezza per promuoversi e farsi conoscere. Il Mauritshuis dell’Aia, casa della celeberrima Ragazza con l’orecchino di perla, ce ne presenta in primissimo piano le labbra acerbe e vermiglie, dove con maestria sensuale Vermeer fece scivolare qualche goccia di bianco, come se la sua modella misteriosa avesse appena smesso di bere o si apprestasse a parlare.

 

susanna e i vecchioni rembrandt

La newyorkese Frick Collection, chiusa per restauro (riaprirà nell’aprile 2025) continua a postare per non farsi dimenticare, e in tema festivo sceglie una galleria di opere in rosso: diversi il soggetto, l’epoca, lo stile, è la macchia di colore che ci invita a scorrere la galleria. In Italia non siamo da meno: per annunciare l’apertura, il restaurato Palazzo Citterio, parte del progetto Grande Brera, si è presentato sul social con l’immagine a distanza ravvicinata di uno dei quadri più evocativi della sua collezione, Fiumana di Pelizza da Volpedo.

 

Gli esempi sono così tanti che non si possono citare tutti. È cambiato il modo in cui comunichiamo sul digitale, e ora muta sotto questa influenza anche la maniera in cui chi l’arte la conosce, la frequenta e la studia, sceglie di raccontarla nei libri d’arte. Basta dare un’occhiata alle ultime uscite in libreria, per accorgersi che ciò che ci cattura è il primo piano: dei volti, dei corpi, degli oggetti.

 

louvre sbarca a teheran - iran

Il nuovo saggio, densissimo, di Riccardo Falcinelli, si intitola non a caso Visus (Einaudi). Il sottotitolo recita Storie del volto, dall’antichità al selfie: e cosa può ossessionarci più del volto – il nostro, quello degli altri – quando nell’arena digitale basta postare una foto di se stessi per farsi meglio catturare dall’algoritmo? Falcinelli, graphic designer dalla fortunata carriera di saggista già con Cromorama e Figure, nel nuovo libro ragiona sullo statuto delle rappresentazioni del volto, dai busti degli imperatori romani all’invenzione della fotografia e fino ai giorni nostri.

 

Dai tempi di Nadar è successo qualcosa di nuovo: «La classe dominante vuole usare gli stessi media che usa il popolo, per non apparire fuori dal tempo. Fenomeno che non si è più arrestato. Centocinquant’anni dopo, grazie ai social network, il selfie della persona comune e quello del politico si trovano partecipi di uno stesso mezzo, quasi alla stessa distanza ». E la distanza è la chiave: vogliamo vedere tutto da vicino, scrutare, usare uno zoom che ci avvicini il più possibile all’oggetto di interesse. Così per Giunti Arabella Cifani e Stefano Causa pubblicano Corpo a corpo. [...]

FIRENZE GLI UFFIZI

 

Possiamo quindi affermare che i social stanno contribuendo a creare una nuova visione e nuove pratiche di consumo dell’opera d’arte? Anna Maria Lorusso, ordinaria di Semiotica dell’arte e della Cultura all’università di Bologna e già stretta collaboratrice di Umberto Eco, ritiene che ciò che sta emergendo è «un’estetica del frammento che in un certo senso è il trionfo, in versione digitale e contemporanea, del neo barocco che Omar Calabrese identificò nella cultura alta e popolare degli anni ’80 e ’90: le sue cifre, come già appunto nel barocco, sono l’iper produttività e l’esaltazione della creatività, senza canoni condivisi. Il frammento è un formato cruciale perché consente una rielaborazione libera e rapida». Il rischio? “È che queste opere, o frammenti di opere, risultino totalmente decontestualizzate, o decontestualizzabili».

codice leicester uffizi 2

 

L’ossessione per il dettaglio, e l’ossessione per il corpo, si possono leggere come espressioni di una stessa tendenza, «all’oggettivazione e all’auto referenzialità». E tuttavia c’è un lato positivo: «La democratizzazione, la possibilità finalmente di accedere alle opere d’arte molto più facilmente di prima». Una democratizzazione e una diffusione potenzialmente planetaria su cui mette l’accento anche il direttore delle Gallerie Nazionali di Arte Antica Palazzo Barberini-Galleria Corsini, Thomas Clement Salomon. [...]

leopoldo de medici

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