steven tyler

"SONO UN PETER PAN CON SANGUE NIGERIANO" – STEVEN TYLER: LA DROGA, LA RIABILITAZIONE, GLI AEROSMITH E, ADESSO, LA CARRIERA DA SOLISTA -  “MI SONO CHIUSO 6 MESI A NASHVILLE PER QUESTO NUOVO PROGETTO” – “NEGLI ANNI 60 E 70 LA MUSICA ERA INFLUENZATA DALLE DROGHE. LA BAND SI SCIOLSE LA PRIMA VOLTA CHE ENTRAI IN REHAB, POI ARRIVO ‘WALK THIS WAY’: CONTRIBUÌ AD APRIRE LE PORTE AI VIDEO DEGLI ARTISTI NERI SU MTV” – “NON SONO D’ACCORDO CON LA POLITICA DELL’IMMIGRAZIONE DI TRUMP. SONO PER GRAN PARTE ITALIANO, MIO NONNO SI CHIAMAVA TALLARICO, MA...”

 

Carlo Moretti per "la Repubblica"

 

steven tyler

Steven Tyler ha atteso fino al 2016 per prendersi una pausa dagli Aerosmith e dedicarsi al suo primo album solista. È nato così We' re all somebody from somewhere che il musicista, 70 anni, presenta con la sua band The Loving Mary il 18 luglio a Trieste, il 24 luglio a Barolo per Collisioni festival e il 27 luglio al Roma Summer Fest alla Cavea del Parco della Musica.

 

steven tyler

Perché ha aspettato tanto per il suo primo album solista?

«Finora tutti i miei tentativi di progetti solisti erano finiti negli album degli Aerosmith. Per avere una chance ho dovuto mettere tutto da parte e ritagliarmi sei mesi a Nashville, dove ho incontrato gente meravigliosa, a cominciare da Marti Frederiksen, con cui ho scritto Jaded degli Aerosmith, che lì ha un studio di registrazione. Nashville è fantastica per fare musica, il luogo perfetto per il country».

 

È stata dunque Nashville a ispirarle il country?

«Il country è la prima musica che ho amato. A 8 anni avevo questa radio e mi ricordo che la portavo con un lungo cavo elettrico su un albero di mele in giardino per ricevere bene il segnale puntando le antenne verso lo stato dell' Indiana, da dove il sabato trasmetteva una stazione country. C'era qualcosa che mi affascinava, a cominciare dalle canzoni degli Everly Brothers, fu il primo album che comprai».

 

steven tyler

Parlando degli Aerosmith, fu la versione di "Walk this way" con i Run D.M.C. a trasformarvi in un fenomeno globale. Ve lo sareste mai aspettato?

«La band attraversava un brutto momento, per ritrovarci partimmo in tour. Un giorno ci chiama Rick Rubin che all' epoca era il manager dei Beastie Boys per dirci che i Run D.M.C. avevano deciso di fare una cover del nostro pezzo e se avessimo avuto piacere di partecipare.

 

Il giorno dopo eravamo a New York per registrare. Non avemmo subito la percezione che sarebbe stato un successo così straordinario, anche perché mentre sapevo chi fossero i Beastie Boys, non conoscevo ancora i Run D.M.C.».

 

Lei era appena uscito da una lunga riabilitazione dopo anni di dipendenza da droghe e alcol. Quale fu l' impatto sugli Aerosmith?

«La band si era sciolta davvero solo la prima volta che entrai in rehab. Poi però tornammo in tour, e così avvenne sempre. E del resto in quel periodo entravo e uscivo dal rehab ogni anno, credo di aver passato solo brevi periodi senza droghe.

steven tyler teresa barrick

 

Negli anni 60 e 70 la musica era influenzata dalle droghe e pochi artisti non ne facevano uso: dopo un concerto al Madison Square Garden non tornavi in albergo per giocare a freccette o ping pong, bevevi fino a distruggerti».

 

Poi arrivò "Walk this way"...

«Fu come un segno mandato da Dio, una chance per la band per tornare ai livelli degli esordi e per me per dimostrare che potevo fare rock' n'roll e salire sul palco senza dovere ubriacarmi ogni sera».

 

Il video fu uno dei più importanti della video music.

«L' idea di sfondare il muro che separava le due parti del brano, quella nera e quella bianca, fu di quel genio di Rick Rubin. La cosa buffa è che mi avevano assicurato che sarebbe bastato un colpo con l' asta del microfono per creare un varco nel muro, ma non funzionò, dovetti continuare a colpire.

steven tyler outfit

 

Fu però importante far cadere quella barriera non solo simbolica tra cultura bianca e nera: Walk this way contribuì ad aprire le porte ai video degli artisti neri su Mtv».

 

Quali brani degli Aerosmith sente suoi più di altri?

«Direi No suprize, e mi piace cantare Cryin' e Train kept a- rolling, oltre che aprire i concerti con Draw the line ».

 

C' è qualche motivo in particolare?

«Sono nate in un momento di grande fermento musicale e me lo ricordano ogni volta che le suoniamo. La gente mi definisce un Peter Pan, dice che sembro più giovane della mia età, si chiede come io faccia e come riusciamo a stare ancora insieme nella band dopo tanti anni, io credo che sia possibile perché siamo cresciuti insieme, abbiamo fatto tanta gavetta e ci basta suonare No surprize per tornare al 1971».

 

steven tyler outfit 1

Il vostro primo singolo al primo posto in classifica fu "I don' t want to miss a thing" da "Armageddon": il successo dipese dal film o viceversa?

«È una combinazione di fattori, a cominciare dalla presenza nel cast di Bruce Willis e di mia figlia. Il film è senz' altro bello, ma anche il brano scritto da Diane Warren non è da meno. Credo che avrebbe funzionato anche da solo, rappresentò la fine dell' era delle power ballad, arrivava il rap".

 

La sua famiglia ha origini italiane, tedesche, ucraine e inglesi e lei è cresciuto in un quartiere ad alta immigrazione come il Bronx. Cosa pensa dell' immigrazione oggi, specialmente in America?

steven tyler oggi

«Penso che l'abbiamo affrontata nella maniera sbagliata. Non sono affatto d' accordo con Donald Trump, non dovremmo costruire il muro, un confine c' è già. E non dovremmo separare i bambini dalle loro madri.

 

Trump non ha riflettuto abbastanza su quanto andava fatto, mentre quando sei in quella posizione devi comportarti da presidente, aprire canali di comunicazione. A dirla tutta, con una politica come questa io non sarei mai nato».

 

Il titolo del suo primo album solista, "Tutti veniamo da qualche parte", sembra parlare di questo.

«L' America ha sempre beneficiato del contributo di etnie diverse. Recentemente mia figlia ha partecipato in tv a Who do you think you are? nel quale ti testano il dna per vedere le tue origini.

 

steven tyler nicole scherzinger

Liv mi ha chiamato proponendomi di partecipare perché aveva scoperto che nelle generazioni precedenti la mia famiglia aveva una parte africana, dalla Nigeria. Dunque sono per gran parte italiano, mio nonno si chiamava Tallarico, ma anche per il 10 per cento nigeriano. E del resto, a questo mondo, chi non è almeno un po' africano?».

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