giorgia meloni antonio tajani matteo salvini giancarlo giorgetti

E TANTI SALUTI ALLA MONARCHIA MELONIANA! – IL GRAN CAOS DELLA MANOVRA, CON LE MATTANE DI SALVINI E LA “SFIDUCIA” DELLA LEGA A GIORGETTI, SEGNANO UN PUNTO DI SVOLTA PER IL GOVERNO – DE ANGELIS: “ASSISTIAMO AL PASSAGGIO DAL CENTRODESTRA DELLA REGINA COI SUOI VASSALLI A UNA CLASSICA COALIZIONE CON ALLEATI RIOTTOSI E LITIGIOSI, VERTICI DI EMERGENZA, ‘ESIGENZE DI CHIARIMENTO’, ‘PASSI INDIETRO’. UN ALLEATO, TAJANI, È MESSO IN DISCUSSIONE DALLA REAL CASA BERLUSCONIANA. MA È L'ALTRO, SALVINI, AD ESSERSI DAVVERO RINGALLUZZITO. GIORGETTI, IN QUESTA STORIA, ERA LA NUORA CUI PARLARE PER FAR INTENDERE ALLA SUOCERA, OVVERO MELONI, CHE LA MUSICA È CAMBIATA…”

Estratto dell’articolo di Alessandro De Angelis per “La Stampa”

 

matteo salvini giorgia meloni antonio tajani foto lapresse

Mai si era vista una tale confusione, nemmeno ai tempi del pentapartito morente o dell'ottovolante gialloverde in orbita. Sulla manovra si chiuderà coi botti di Capodanno, degno finale dei fuochi d'artificio sparati in questi giorni.

 

Neanche tanto a salve, con Giancarlo Giorgetti sfiduciato dal suo partito e costretto, ieri, a un pubblico dietrofront con confusione incorporata sulle ennesime nuove misure annunciate. Il vero ministro dell'Economia della Lega ormai è Claudio Borghi, impegnato a evitare la Caporetto sulle pensioni, in una manovra che è già un insuccesso tra rottamazione troppo "mini", flat tax scomparsa dai radar e canone Rai bocciato.

 

GIANCARLO GIORGETTI - GIORGIA MELONI - FOTO LAPRESSE

Sul "decreto armi", invece, quello che consente di mandare gli aiuti all'Ucraina senza passare dal Parlamento, si chiuderà solo al cdm previsto per il 29 dicembre. Anche qui, all'ultimo momento utile. E, per svelenire il clima, nelle dichiarazioni pubbliche è scomparsa la parola "armi".

 

[…]

 

Insomma, è la fotografia di un collo di bottiglia: rinvii, incertezze, nodi non sciolti su due dossier cruciali. Che ci racconta un paio di questioni politiche non proprio banali. La prima è che, con tutte le difficoltà del caso, Giorgia Meloni, come dall'inizio della legislatura, è molto più forte sulla politica estera che su quella interna, paradosso del sovranismo nostrano. Al Consiglio europeo di Bruxelles è stata abile a sfruttare la congiuntura astrale che ha portato al crollo del Muro di Berlino sugli Eurobond, anche grazie alla posizione assunta di Victor Orban.

 

[…]

GIORGIA MELONI - MATTEO SALVINI - CAMERA DEI DEPUTATI - FOTO LAPRESSE

 

La seconda è che, nella dimensione domestica, è finita la "monarchia", formula che prendiamo a prestito da Marco Follini. All'inizio degli anni Duemila, da segretario dell'Udc, assieme agli alleati, impose al sovrano di Arcore tutta la ritualità tradizionale del logoramento, dalle dimissioni di Giulio Tremonti allora ministro dell'Economia a un bis di governo.

 

La situazione, oggi, non è così grave però quello a cui siamo assistendo è il passaggio dal centrodestra della Regina coi suoi vassalli a una classica coalizione con alleati riottosi e litigiosi, vertici di emergenza, "esigenze di chiarimento", "passi indietro". Ci mancano solo "fase due", "cabina di regia" e "cambio di passo", e il vocabolario è completo.

 

Ecco, la ragione è che un alleato, Antonio Tajani, è messo in discussione dalla Real Casa, attraverso il governatore della Calabria, il genio guastatori in attesa che prima o poi arrivi un "erede" dal cognome Berlusconi a miracol mostrare. Ed è chiaro che, in questo clima, le truppe parlamentari siano un po' fuori controllo.

 

matteo salvini giorgia meloni. antonio tajani 2

Ma è l'altro, Matteo Salvini, ad essersi davvero ringalluzzito, e non poco. Diciamocelo, Giorgetti, in questa storia, era la nuora cui parlare per far intendere alla suocera, ovvero Giorgia Meloni, che la musica è cambiata. Che spasso vedere, l'altro giorno, il suo capogruppo leghista Massimiliano Romeo che saltellava in salone Garibaldi dicendo "è tornato il celodurismo lombardo".

 

Per i meno giovani, l'espressione risale a quando Umberto Bossi, in uno storico comizio del 1996, incantò i presenti col famoso: "La Lega ce l'ha duro". Aveva rotto con Berlusconi e gli fece perdere le successive elezioni.

 

giorgia meloni giancarlo giorgetti foto lapresse

La ragione, di cotanta eccitazione salviniana, è duplice. Riguarda ovviamente il contesto internazionale. Tra i marosi del trump-putinismo, diventati sempre più minacciosi per i vascelli europei, ha ritrovato l'onda più congeniale.

 

Ma è l'assoluzione definitiva nel processo Open Arms ad avergli fornito un asset importante per tornare a sognare in grande in un partito che, sia pur non platealmente, lo ha messo in discussione (vai alla voce: Luca Zaia). L'obiettivo lo ha esplicitato proprio commentando la sentenza: "Se nel 2027 gli italiani ci risceglieranno, potrei tornare al Viminale". [...]

 

matteo salvini - cantiere per la nuova ciclabile a lecco sul lago di como

Sogna la rivincita. Il ritorno in serie A: ruspe, come quelle invocate su Askatasuna, e porti chiusi, dopo anni di pedemontane e di un Ponte che non vedrà mai i piloni. Ora cioè è venuto meno l'ostacolo formale utilizzato per il veto all'Interno, la cui vera ragione sostanziale erano i suoi rapporti filo russi, anch'essi più complicati da gestire nel mondo di Trump. Vabbè, ci siamo capiti. Benvenuti nella Repubblica del centrodestra.

matteo salvini atreju 2025 foto lapresse

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