DAGOREPORT - LA CADUTA DEI MELONI NEL VOTO (A PERDERE) - DOPO UNA SCONFITTA, PER UN LEADER SI APRONO DUE STRADE: O SI DIMETTE O RAFFORZA LA SUA LEADERSHIP - MELONI HA SCELTO DI RESTARE INCOLLATA ALLA POLTRONA DI PALAZZO CHIGI, MA ANZICHÉ GUARDARSI ALLO SPECCHIO E AMMETTERE L’ARROGANTE BULIMIA DI POTERE DOMESTICO E IL VASSALLAGGIO ESTERO-TRUMPIANO, HA DECISO DI FAR PIAZZA PULITA DEGLI INDAGATI BARTOLOZZI, DELMASTRO, SANTANCHE’ - E METTENDO AL MURO LA PANTERATA MINISTRA DEL TURISMO, IL BERSAGLIO NON PUÒ ESCLUDERE IL VOLTO MEFISTOFELICO DEL CO-FONDATORE DI FRATELLI D’ITALIA, NONCHE' BOSS DELLA PRIMA REGIONE ITALIANA PER PIL, IL SICULO-LOMBARDO LA RUSSA (CHI SCEGLIERÀ NEL ’27 IL CANDIDATO A SINDACO DI MILANO, ‘GNAZIO O GIORGIA?) - AL TEMPO STESSO, IL VOTO DI LUNEDÌ FA RIALZARE LA CRESTA AI DUE GALLETTI DEL “CAMPOLARGO”, SCHLEIN E CONTE, CHE S’ILLUDONO CHE I “NO” INCASSATI AL REFERENDUM SI POSSANO TRASFERIRE IN BLOCCO SUL CENTROSINISTRA - MA IL DRAMMA È UN ALTRO: 'STA ELLY CON ESKIMO È IN POSSESSO DELLE CAPACITÀ DI FARE LA PREMIER? E COME VIENE PERCEPITA DALL’OPINIONE PUBBLICA UNA CHE GRIDA SLOGAN CICLOSTILATI NEGLI ANNI ’70 INVECE DI PROPORRE L’IDEA DI UN “PAESE NORMALE”?
La sora Lella e la sora Giorgia. Aggiornato ? pic.twitter.com/paHcl4NfxN
— Il Grande Flagello (@grande_flagello) March 24, 2026
T.A.C per Dagospia
GIORGIA MELONI E GLI STIVALI DE PITONESSA - POST DI NICOLA BORZI
A stupire non è tanto l’esito straordinario del “No” al referendum sulla giustizia con la sua alta affluenza alle urne, ma il baratro culturale che ormai da anni separa i media tradizionali in via di estinzione e i sondaggisti da quella che una volta era chiamata l’opinione pubblica.
Un esito che raffigura la débacle della Meloni e dei suoi codini opinionisti che spadroneggiano in Rai e Mediaset e nella quasi totalità della stampa quotidiana.
E senza che nessuno di loro, convinti della vittoria del “Sì”, avesse messo mai nel conto gli effetti devastanti di una eventuale loro sconfitta (tanto per non fare nomi: chiedere allo storico Paolino Mieli, gran fautore del "Sì").
Eppure, scavando nell’archeologia di un passato non troppo lontano, avremmo ricordato (e ammonito) come la storia referendaria ha segnato il declino di leader ben più navigati di lei come Craxi (1991) e Renzi (2016).
GIORGIA MELONI - ENRICO MENTANA - FOTO LAPRESSE
Invece, abbiamo assistito all’ennesima fuga dalla realtà, degli editorialisti un tanto al kilo e costituzionalisti à la carte che, per settimane, hanno tentato di accreditare la tesi meloniana che non si trattava di un voto politico.
Tanto per dare voce all’ukase della Ducetta della Garbatella, decisa a restare a capo del governo anche in caso di sconfitta del “Sì”.
Un voto politico, dunque, era e rimane. Destinato a spegnere anche le sue velleitarie proposte riformatrici annunciate (legge elettorale Stabilicum).
GIORGIA MELONI - MEME SUL REFERENDUM
Un voto pesante, quindi. Da non confondere con il “sei politico” negli anni della contestazione studentesca, come voleva far credere al “popolo bue” la Meloni.
Subito accompagnato ogni volta, e ripetuto a urne chiuse, “ignorantia docet” (leggi cafonata), dal suo mussoliniano: “Me ne frego se vince il “No”.
Ma la nuova geografia politica disegnata dall’esito (politico) della consultazione fa della Evita di Spinaceto (seggio in cui ha vinto il “No”) un’anatra zoppa.
Dopo una sconfitta, si sa, per un leader si aprono due strade: o si dimette o rafforza la sua leadership. Meloni ha scelto di restare incollata alla poltrona di Palazzo Chigi seguendo l’altro tragico motto del Ventennio: “Noi tiriamo dritto”.
VITTORIA DEL NO AL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA - VIGNETTA GIANNELLI
Per dare una svolta alla sua leadership ridimensionata dal “No”, anziché guardarsi allo specchio e ammettere l’arrogante bulimia di potere domestico e il vassallaggio estero-trumpiano, la Statista della Sgarbatella ha subito deciso di far piazza pulita degli indagati (Bartolozzi, Delmastro, Santanche’).
E mettendo nel mirino la panterata ministra del Turismo armata di tacco 12, il bersaglio non può escludere la silhouette mefistofelica del co-fondatore di Fratelli d’Italia e boss incontrastato della prima regione italiana, il siculo-lombardo La Russa (chi sceglierà nel ’27 il candidato a sindaco di Milano, ‘Gnazio o Giorgia?)
Il “Sì”, infatti, sopravvive in Lombardia e Veneto. Cioè nelle due enclave leghiste pronte a scaricare il suo attuale leader.
Il vicepremier Salvini ormai è un “peso morto” per gli eredi di Bossi dopo aver arruolato nel partito il mercenario (e traditore), il fu Folgore Vannacci.
la ducetta e i quadrumviri crespi, sangiuliano, meloni, la russa, santanche
E dalle parti di Arcore, feudo dei Berlusconi dove il “Sì” ha perso, l’altro vice della Meloni, Antonio Tajani è uscito annientato nelle regioni governate da Forza Italia (Sicilia, Calabria e Basilicata).
Il suo destino di garante di Forza Italia sarebbe già segnato se Marina e Piersilvio, per prendere una decisione, non avessero bisogno di una ostetrica.
Tra la zavorra ministeriale, fatti fuori Bartolozzi, Delmastro e Santanchè, ora spicca la spritzante figura del ministro della Giustizia. Va detto che lunedì pomeriggio Carlo Nordio si è assunto la responsabilità politica della sconfitta, annunciando telefonicamente alla Meloni di considerare la propria lettera di dimissioni sul suo tavolo.
Che sono state ovviamente subito respinte al mittente dalla premier rimbambita di "No": far saltare due ministri (Nordio e Santanchè) l’avrebbe costretta a un rischioso rimpasto di governo.
Cosa che nello stato attuale dei malconci alleati Lega e Forza Italia, non è assolutamente da prendere in considerazione.
Così, quella che doveva essere la Madre di tutte le Grandi Riforme, un risarcimento postumo alle buonanime di Craxi e Berlusconi, si è rivelato un boomerang micidiale che fa cantare vittoria in primis ai suoi “nemici” del potere giudiziario.
giusi bartolozzi andrea delmastro carlo nordio foto lapresse
Già, le toghe a cui andavano spezzate le reni. Con tanto di “plotoni d’esecuzioni” annunciati dalla zarina, Giusi Bartolozzi, capo gabinetto del Guardasigilli il cui senso dello Stato è pari a zero.
E dopo che Nordio ha definito il Csm un “sistema para-mafioso”, i due masaniello alle vongole hanno posto una pietra tombale su ogni possibile dialogo con gli avversari che volevano mettere al muro.
Al tempo stesso, il voto di lunedì, fa rialzare la cresta pure ai due galletti nel pollaio del “campo largo”, Elly Schlein e Giuseppe Conte, che forse s’illudono che i “No” incassati al referendum si possano trasferire in blocco sul centro-sinistra.
Ma il dramma del "campolargo" è un altro: ‘sta Elly con eskimo è in possesso delle capacità di fare la premier? E come viene percepita dall’opinione pubblica una che grida slogan ciclostilati negli anni ’70 invece di proporre l’idea di un “paese normale”?
Per arrivare alla scadenza della legislatura, nel '27, la Meloni si troverà nelle stesse condizioni drammatiche degli italiani che al 27 di ogni fine mese devono far quadrare la loro busta paga falcidiate dalle tasse e dai rincari dei beni di consumo.
Così, la Capataz dell’armata Branca-Meloni - che ha perso faccia e credibilità anche in Europa (Macron lunedì avrà stappato una cassa di champagne alle sua sconfitta) - sarà costretta a navigare a vista.
Ben sapendo che la strada dell’elezioni anticipate è preclusa, sia per i tempi tecnici per indirle, sia dai suoi alleati riottosi di governo impreparati ad affrontare un nuovo suffragio.
MENAGE ATREJU - MEME BY EMILIANO CARLI PER IL GIORNALONE - LA STAMPA
Nel pieno di una crisi economica provocata dai conflitti in Ucraina e nel Golfo, non sarà certo il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, a sciogliere anticipatamente le Camere.
Sarebbe un altro “No” secco alla Ducetta caduta da cavallo. (Al massimo, le elezioni politiche potranno essere anticipate ad aprile, accorpate a quelle amministrative di Roma, Torino e Milano, tre comuni in mano al centrosinistra: forse è meglio soprassedere....).
CARLO NORDIO E GIUSI BARTOLOZZI
editoriale del financial times su giorgia meloni sconfitta al referendum
ELLY SCHLEIN - GIUSEPPE CONTE - IL SORPASSO - MEME BY IL GIORNALONE - LA STAMPA
daniela santanche giorgia meloni

