fabrizio miccoli

"MI VERGOGNO DELL'OFFESA CHE FECI A GIOVANNI FALCONE, HO INCONTRATO SUA SORELLA E SUO FIGLIO, MI HANNO PERDONATO” – FABRIZIO MICCOLI SI SCUSA PER L’INSULTO (“QUEL FANGO DI FALCONE”) RIVOLTO IN UNA INTERCETTAZIONE AL GIUDICE UCCISO DALLA MAFIA E PARLA DELLA CONDANNA A TRE ANNI E SEI MESI DI RECLUSIONE PER ESTORSIONE AGGRAVATA DAL METODO MAFIOSO: "IN GALERA MI DISSERO 'QUI CI AMMAZZIAMO PER DUE COSE, IL PALLONE E LE CARTE', COSÌ IO NELLE PARTITELLE IN CARCERE GIOCAVO IN PORTA" – L’UMILIAZIONE SUBITA DA LUCIANO MOGGI: “ARRIVATO A TORINO, MOLTI MI CONSIGLIAVANO DI FIRMARE PER LA GEA DEL FIGLIO ALESSANDRO. ANCHE ANTONIO CONTE, LECCESE COME ME” – L’ORECCHINO DI MARADONA: “LO COMPRAI ALL’ASTA PER 25MILA EURO. NON L’HO MAI PORTATO, AVREI VOLUTO RESTITUIRGLIELO MA…” – LIBRO+VIDEO

 

Sebastiano Vernazza per gazzetta.it - Estratti

 

Ha vissuto una vita spericolata, come Diego Maradona, il suo idolo. Quando Fabrizio Miccoli era bambino, una domenica allo stadio di Via del Mare per un Lecce-Napoli, gli “apparve” Diego: “Come se avessi visto Gesù Cristo – racconta –, una folgorazione. Mi colpì perché era altruista, giocava più per gli assist che per i gol.

fabrizio miccoli 1

 

Decisi che avrei voluto essere come lui”. In buona parte, ci è riuscito. Piede fatato, maglia numero 10, la propensione alle amicizie pericolose, i guai giudiziari, il carcere. Tutto questo Miccoli lo ha raccontato in “Gloria e peccato di un campione”, un libro in uscita per la casa editrice 66thand2nd. “Non l’ho scritto in prima persona, ho contribuito con i miei ricordi”. Gli autori della biografia sono Lorenzo Avola e Carolina Orlandi.

 

 

(...)

È vero che Moggi le fece pagare il fatto di aver rifiutato di essere assistito da suo figlio, Alessandro oggi?

“Arrivato a Torino, molti mi consigliavano di firmare per la Gea di Alessandro Moggi. Anche Antonio Conte, leccese come me. Il procuratore però ce l‘avevo, era Caliandro, e non volevo tradirlo. Non lo so se tutto quello che successe dopo avvenne per ripicca”.

 

fabrizio miccoli 3

Che cosa accadde?

“Moggi padre mi punzecchiava sui tatuaggi, sull’orecchino, sui capelli, e quando ritornai dal prestito alla Fiorentina ci fu l’episodio del pullman. Loro avevano vinto lo scudetto (poi revocato per Calciopoli, ndr) e un giorno ci portarono in Comune per una premiazione. Io venni lasciato solo sul pullman, ad aspettare: una situazione umiliante. Mi cedettero al Benfica”.

 

Rimpiange di aver detto no ad Alessandro Moggi?

“Non sono pentito, però mi chiedo come sarebbe andata la mia carriera se avessi accettato di cambiare agente. Che poi... Sono sempre stato fedele a Caliandro e oggi con Caliandro non ci parliamo più. Quando ero in carcere, mi dicevano che Moggi, intendo il padre, telefonasse per sapere come stavo e questo mi ha fatto riflettere. Al di là di tutto, oggi penso che Moggi sia una persona vera”.

fabrizio miccoli al casarano

 

Juve, Fiorentina, Benfica e poi la Sicilia. Diventò il Maradona di Palermo e come Diego finì in guai grossi.

“Dovevo stare più attento, capire le dinamiche. Mia moglie me lo diceva: “Attento a chi frequenti”. Mi sentivo come Maradona a Napoli, stavo talmente bene… Pensavo di essere al di sopra di tutto”.

 

A Palermo è stato condannato a tre anni e sei mesi di reclusione per estorsione aggravata dal metodo mafioso. Una vicenda di recupero crediti legata a una discoteca. Lei fece da mediatore e chiese aiuto a un suo amico, figlio di un boss di Cosa Nostra.

fabrizio miccoli 2

“Mi affeziono subito alle persone, tendo a fidarmi. Quel ragazzo lo conobbi durante il recupero da infortunio. Lui giocava tra dilettanti, frequentavamo lo stesso campo per recuperare. Diventammo amici, lui all’epoca era incensurato. Io so di non averla fatta, quell’estorsione. Ciò che mi tormenta è l’altra cosa, l’intercettazione”.

 

“Quel fango di Falcone”, frase pronunciata da lei a pochi metri dall’albero piantato in memoria del giudice, assassinato dalla mafia a Capaci nel 1992.

“Esatto. Me ne vergogno, per me e per la mia famiglia. Non so come mi siano uscite quelle parole. Era l’alba, eravamo appena usciti dalla discoteca, avevo la mente annebbiata. Queste sono le spiegazioni che ho dato a me stesso. Non cerco scuse, posso soltanto scusarmi. Ho sbagliato e non mi perdono”.

 

fabrizio miccoli libro cover

Lei si è scusato con Maria Falcone, la sorella del giudice. Quella che descrive il vostro incontro è la pagina più intensa del libro.

“Appena scontata la pena, finito l’affidamento, sono volato a Palermo per incontrare la signora Maria e suo figlio Vincenzo. Mi hanno accolto e compreso. Non sono andato là per chiedere clemenza.

 

Ho chiesto scusa alla signora Falcone, le ho parlato della vergogna che provavo, di quanto mi fossi pentito. Lei mi ha sorriso e ha detto: 'Ti perdono'. Mi sono commosso, mi sono sentito liberato dal vero peso che avevo addosso. Ci siamo fatti una foto che tengo per me. Con Vincenzo siamo rimasti in contatto, spero che a Palermo possiamo presentare il libro insieme, alla Fondazione Falcone”.

 

Sei mesi della condanna li ha scontati in carcere, tra il dicembre 2021 e il maggio del 2022. Qual è stato il momento più difficile?

“Quando mi sono costituito, al penitenziario di Rovigo. Mi accompagnarono lì gli amici di sempre, Giovanni e Pierpaolo, e l’avvocato Savoia. Scesi dalla macchina e quell’ultimo tratto a piedi, verso il cancello, con il borsone sulle spalle, è stato terribile. Poi i documenti, la perquisizione…”.

fabrizio miccoli 5

 

Presto la trasferirono a Vicenza, in un istituto riservato a pezzi grossi della malavita.“Mi accolsero benissimo, non mi misero mai in mezzo alle loro cose. Quando c’erano delle questioni, mi allontanavano. Dicevano: 'Tu che ci fai qua?'”.È vero che nelle partitelle di calcio sul campetto del carcere lei stava in porta?

“Confermo. Mi fecero una battuta: 'Fabrizio, qua ci ammazziamo per due cose, le carte e il pallone'. Capii. Così mi mettevo tra i pali e le poche volte che giocavo da attaccante non facevo mai il fenomeno, mi muovevo con il freno a mano tirato. Giocavamo un’ora alla settimana, era un momento spensierato e tale doveva rimanere”.

 

Dov’era quando morì Maradona?

“In macchina. La radio diede la notizia e io dovetti accostare per il dolore fortissimo che provai. Restai fermo per 10 minuti. In una cassetta di sicurezza conservo l’orecchino che la Finanza gli sequestrò all’aeroporto di Roma. Lo comprai all’asta per 25mila euro, a rappresentarmi mandai la moglie dell’ex direttore della mia banca.

 

Non l’ho mai portato, avrei voluto restituirglielo. Il tatuaggio di Che Guevara l’ho fatto perché ce l’aveva anche lui. A me la politica è sempre interessata poco, però sapevo e so chi era Che Guevara perché mio zio Tonino, un uomo di sinistra, ne parlava sempre”.

fabrizio miccoli 4

 

Che cosa fa oggi?

“Vivo a Lecce, dirigo la mia scuola di calcio a San Donato, con le ragazze potremmo salire in Serie C, e sarebbe un risultato storico. Ho un’attività di bed and breakfast a Gallipoli, stiamo per completare una struttura con sei suites in piazza Santa Chiara, nel centro di Lecce. Sono un’altra persona e devo tutto a mia moglie Flavia. Lei c’è sempre stata. Quando ero in carcere, non saltava un colloquio e portava i nostri ragazzi. Non lo dimenticherò mai”.

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