giovanni malago'

"VOGLIO UN CT CHE NON SCELGA L'ITALIA SOLO PER I SOLDI" – IL NEO PRESIDENTE DELLA FIGC GIOVANNI MALAGO’ RACCONTA LE SUE IDEE PER RISOLLEVARE IL CALCIO: "NON HO PARLATO CON ROBERTO MANCINI MA VETI NON CI SONO PER NESSUNO. COME DIRETTORE TECNICO? VORREI UN EX CALCIATORE. MI SENTO CON MALDINI…" - RONCONE: "CON GIORGIA MELONI, LA SCINTILLA NON È MAI SCATTATA. CON IL MINISTRO DELL’ECONOMIA GIORGETTI, INVECE, SIAMO ALLA PURA ANTIPATIA. CON ANDREA ABODI, SIAMO INVECE A QUALCOSA DI PIÙ PERSONALE. IL PROBLEMA È CHE PER ATTUARE IL SUO AMBIZIOSO PROGRAMMA, MALAGÒ DOVRÀ AVERE UN CONFRONTO COSTANTE, E CONCRETO, CON LA POLITICA…" - FOTO BY MEZZELANI

DOBBIAMO FIDARCI DEL MIRAGGIO L'UOMO È IN CAMMINO 

Fabrizio Roncone per il Corriere della Sera - Estratti

 

Siamo nelle mani di Giovanni Malagò. Non trovo un altro modo di dirlo. 

(…)

 

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Non abbiamo scelte. Il suo identikit, va riconosciuto, sembra però essere quello giusto. Malagò è insieme un uomo di sport (per 21 anni presidente del Circolo Aniene e per tre mandati alla guida del Coni, con medaglieri olimpici da record) e un manager (a vent’anni amico personale di Gianni Agnelli, quindi amico fraterno di Luca di Montezemolo, collezionista di consigli d’amministrazione, per decenni la sua famiglia ha gestito la più grande concessionaria Bmw d’Italia, poi diventata concessionaria Ferrari, nell’autosalone Moma dei Parioli), lavoratore maniaco

 

(«Mio padre Vincenzo m’ha sempre detto: fai quello che cazzo ti pare, ma la mattina devi scendere dal letto alle 7») e seduttore innato (prima di legarsi alla brillante e bella avvocata Elena Vaccarella, leggendari i racconti di lui che parte dalla villa di Sabaudia, la prua del suo Itama su Ponza, con a bordo Nino, il labrador adorato, e — a turno — attrici e top model pazzesche). In questo è stato aiutato da una certa prestanza e da un’alta — diciamo così — considerazione di se stesso. 

 

Del resto, l’idea di organizzare le Olimpiadi invernali tra Milano e Cortina — successo grandioso, ma iniziate tra ragionevoli perplessità — nasce da un lampo abbastanza visionario, una bella botta di presunzione e l’efferato dolore che ancora gli procura la sua più grande cicatrice. 

 

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Il «no» che dovette incassare per i Giochi Olimpici estivi del 2024 dall’allora sindaca di Roma, la grillina Virginia Raggi. Fomentata dalle telefonate di Beppe Grillo («Se dici di sì, ti tolgo il simbolo e vai a casa») e da quel fuoriclasse di Alessandro Di Battista (lui stesso raccontò d’essersi fatto consigliare da un tale Massimo, il meccanico sotto casa). 

 

Invidiato, blandito, evocato per nome, Giovanni dice, come Giovanni sa, Malagò è il ritratto della persona a modo e di mondo (origini persino cubane, rintracciabili in quella pelle color cuoio, un po’ navajo, che a Roma Nord è molto diffusa, ma per via delle lampade solari sempre accese), incline al ragionamento e alla diplomazia (Gianni Letta, non a caso, ha per lui un debole),

 

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politicamente trasversale (più volte sollecitato da destra e sinistra a candidarsi al Campidoglio), fatalmente ogni tanto incrocia qualche sguardo basso. Con Giorgia Meloni, dicono, la scintilla non è mai scattata. Con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, invece, siamo alla pura antipatia: e per spiegarvi come e perché Giorgetti decise la nascita di Sport e Salute e poi si oppose a un quarto mandato al Coni per Malagò, servirebbero due pagine. 

 

Con Andrea Abodi, come soffiano numerose fonti, siamo invece a qualcosa di più personale. D’altra parte è davvero clamorosa la determinazione con cui il ministro dello Sport — insieme al senatore Claudio Lotito, vabbé — s’è battuto per ostacolare il cammino di Malagò verso la Figc. La richiesta di un parere all’Anac, l’ente Anticorruzione, sulla sua presunta ineleggibilità, destò da subito profondo stupore tra molti osservatori, compresi numerosi celebri soci dell’Aniene; uno di loro, ieri pomeriggio, diceva al bar del circolo: «Qualcuno, adesso, dovrebbe raccontare ad Abodi la barzelletta del Cavaliere bianco e del Cavaliere nero…» — un grande classico di Gigi Proietti, la trovate facilmente sul web. 

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Il problema è che per attuare il suo ambizioso programma, Malagò dovrà avere un confronto costante, e concreto, con la politica. Riuscirci, ed eliminare angoli e rancori, rischia di diventare un passaggio decisivo per il suo percorso riformatore.

 

Nel breve, la faccenda più delicata resta comunque la nomina del ct che dovrebbe portare la Nazionale prima agli Europei e poi, si spera, ma siamo nel sogno, ai Mondiali. Gira forte il nome di Roberto Mancini, che si dimise dalla carica per correre ad arraffare dollari in Arabia. E che, da allora, non ha mai nemmeno chiesto scusa. Davvero Malagò pensa di presentarsi con uno così, il ciuffo color mogano e solo il desiderio di avere il portafoglio ben gonfio? No, non può essere. 

 

 

 

 

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MALAGO’

Matteo Pinci per “la Repubblica” - Estratti

 

Quando l'assemblea ha fatto partire l'applauso che lo incoronava presidente della Federcalcio con il 68,58 per cento dei voti, Giovanni Malagò aveva un solo nome in testa: "Il primo pensiero è andato a mio padre". L'ufficio con vista sulla villa Borghese al quinto piano di via Allegri, a Roma, l'ha raggiunto per la prima volta intorno alle 18, tre ore dopo l'elezione e una marea di mani strette, mentre il telefonino continuava a registrare messaggi di congratulazioni. Anche inattesi. 

 

Malagò, il calcio l'ha scelta per rialzarsi dopo una serie di umiliazioni. Qual è il suo primo ricordo legato al pallone? 

«Ricordo che a sei, sette, otto anni mio padre mi portava all'Olimpico, in Tribuna Monte Mario, tutte le domeniche alle 14.30, ma intendo proprio tutte. (..)

 

Sta cercando di apparire super partes? 

«Affatto, ero molto orgoglioso di quel doppio abbonamento: ricordo un anno in cui, con mio padre, ci vantavamo di non aver saltato una partita. Un altro momento epico era alle 19 della domenica: vedevi un tempo della partita, quasi sempre il secondo, a sorpresa. Io sono figlio di quella roba lì. Manca a tutti, penso». 

 

Forse i problemi del calcio sono iniziati subito dopo: mentre gli altri hanno investito i soldi delle pay tv nelle infrastrutture, le nostre squadre li hanno spesi per comprare calciatori. 

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«Molte volte ho sostenuto che, dalla fine degli anni Novanta all'inizio degli anni Duemila, quando il nostro campionato era ancora il primo al mondo, i nostri magnifici presidenti, Moratti, Berlusconi, Agnelli, ma anche Cragnotti e Sensi, avrebbero potuto rinunciare a uno o due ingaggi di calciatori per fare un bel mutuo per uno stadio. Oggi si sarebbero ritrovati un patrimonio». 

 

Eppure da presidente del Coni le rimproveravano di non aiutare abbastanza il calcio. 

«So che il mondo del calcio diceva questo, ma non c'è mai stata la volontà di creare svantaggi o penalizzazioni. Ho sostenuto la crescita di tante discipline di cui oggi noi siamo molto orgogliosi.

 

Dal dopoguerra a due decenni fa, l'Italia è stato un Paese calcio-centrico. C'erano situazioni spot: Tomba, la Ferrari in un anno particolare, Federica Pellegrini che vince il primo oro. Oggi la gente è ancora tifosa, ma si avvicina anche ad altro, il tennis, le Olimpiadi, le Paralimpiadi. Ma tesserati, società e tifosi non sono diminuiti. Gli spettatori anzi sono aumentati in controtendenza con i risultati della Nazionale e delle squadre di club». 

 

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Eppure facciamo fatica a produrre grandi talenti. 

«Mi ha scioccato leggere che un giocatore su quattro del Mondiale non giochi per la nazionale in cui è nato: in Italia non sarebbe possibile. Non parlo dello ius soli perché è una questione politica, ma sostengo lo ius soli sportivo. Oggi poi se un club compra un giocatore italiano, in Italia, paga il 22% di Iva, se lo prende all'estero no. È normale?». 

La prima cosa a cui dovrà mettere mano è la Nazionale. Fino a qualche ora fa davano tutti per favorito Roberto Mancini, ora pare sia sceso su di lui un veto di alcune società. 

«Non ho parlato con Roberto e veti non ci sono per nessuno». 

 

Possiamo tracciare però un ritratto del suo ct ideale? 

«Condizione imprescindibile è vedere subito l'entusiasmo, la convinzione di sposare un'idea. Non deve farlo solo per soldi.(...) Straniero? Mai dire mai». 

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Come orizzonte quindi non si dà il prossimo Mondiale, ma l'Europeo del 2028. 

«Tra due anni ci saranno nuove elezioni, l'orizzonte è l'Europeo. Sono una persona seria, non posso firmare un contratto a lungo termine senza sapere chi ci sarà in futuro». 

 

E invece come direttore tecnico? 

«Vorrei un ex calciatore ma non ho parlato con nessuno di ruoli specifici. Mi sento con Maldini, ho incontrato Del Piero, ho abbracciato Baggio e ho sentito Buffon, ma nulla è deciso». 

 

Vox populi vuole che il personaggio Luca Covelli di "Vacanze di Natale 1983", quello che dice di eccellere in ogni sport, sia ispirato a lei. 

«Per una vita sono stato il primo a riderci sopra: ero talmente amico di Carlo Vanzina, come di Enrico, che per trent'anni abbiamo festeggiato insieme i nostri compleanni il 13 marzo. Ma questa è fantascienza». 

 

Al Coni era noto per essere un punto di riferimento per gli atleti, per chiamarli spesso. Pensa di fare lo stesso con i calciatori? 

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«Certo. I calciatori forse si sono messi in condizione di essere visti come diversi. Qualche riflessione critica sulla categoria è corretto farla, ma l'opinione pubblica è meno disposta a essere affettuosa nei confronti del mondo del calcio». 

 

(...)

 

Sa che dovrà ricucire il rapporto con il ministro Abodi. 

«È stato la seconda persona che mi ha chiamato, lo vedrò in settimana. Che non fosse felice della mia candidatura si è visto già nelle moltissime dichiarazioni sulla volontà di commissariare, anche quando non c'era la possibilità politica o giuridica. Ma voglio mettere tutto alle spalle». 

 

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Com'è stata la sua ultima serata prima del voto? 

«Per dormire, ho preso un induttore del sonno: ero preoccupato per il mio cane Apollo che non sta bene. Prima sono stato a quattro cene: della serie B, degli allenatori, dei calciatori e della serie A. Ai presidenti ho detto: spero non mi abbiate fatto venire per pagare il conto». 

 

Quando lascerà la Federcalcio, Malagò sarà felice se…

«Se avremo una Federazione che, come l'Aniene, il Coni o Milano Cortina, sia considerata un modello invidiato nel mondo, molto competitiva, rispettata e che rende gli italiani orgogliosi». 

 

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